Cinema italiano 2009 - da agosto a dicembre

Riprendiamo il discorso da dove lo avevamo lasciato. Da quel grido bellocchiano che chiudeva il primo atto con un acuto ed un applauso. Fatto più dagli altri, in verità, dagli stranieri liberi di testa, che da noi italiani, all’inizio un po’ freddini e trattenuti. Poi più sciolti, quando l’opinione era scavata, e meno rischioso era il giudizio positivo a un film complesso. Sipario chiuso, estate di riposo e di qualche film italiano in giro sulle rive di Locarno. Agosto 2009, tanti documentari nazionali ai piedi dei monti svizzeri verdi e piovosi. Alcuni molto buoni ed altri interessanti, di buona qualità media. Un paio i lunghi di finzione. Uno di Pasquale Marrazzo, Sogno il mondo il venerdì, titolo accattivante, film libero, di ricerca, corale, dentro una Milano periferica e disagiata. Film scattoso, nervosissimo, vivo ma sfuggente in molti tratti. Mai ruffiano, sempre sincero, irrisolto. E Poi Salani, Corso, col suo Mirna, in eterno viaggio, in giro per il mondo con un cinema senza padroni, suo fino al midollo, come sempre, stavolta in Argentina. Da Buenos Aires alle Ande, road movie di donne e di interiorità. Stile personale, spinto senza paura. Non il miglior esperimento di un importante autore italiano indipendente, sperimentale, in eterna ricerca e ribellione alla narrazione convenzionale e facilmente commercializzabile. Di nicchia vera, Corso Salani, quando non attore in tanto cinema di altri, di tutti i tipi, anche la fiction se serve. Stop, un po’ di mare, Ferragosto, e poi Venezia, con quattro titoli in concorso, ed un altro monte di roba accampato dentro al Festival italiano più importante che abbiamo. Partiamo dai corridori ufficiali. Bilancio moderatamente positivo. Un fallimento, una mezza delusione, un film carino e una bella sorpresa. Male Placido, con il film che sentiva più di tutti suo, nel quale ha fuso la grande e modaiola storia italiana con la propria autobiografia. Un sessantotto superficiale, quello de Il Grande Sogno, sintetizzato troppo e mal calato in un film che voleva comunque essere d’autore. Risultato: poca sostanza per chi si aspettava un film chiaro e ciccioso sul sessantotto nostro, e quasi nulla per chi attendeva dal regista il film della svolta. Rimane ancorato a parecchi anni fa, lontano nei Novanta grigi, il miglior film di Placido, Un Eroe Borghese. Secondo a scendere dalla pista nera del Lido, l’enorme e smisurato Baarìa. Tanta folla giù al parterre, ma mai tanta quanto quella assiepata dentro al film. Comparse impazzite, a frotte, volti conosciuti a darsi il cinque, ogni minuto, anche meno, talvolta per un solo sorriso, un soffio, una battuta secca alla generosa e barocchissima macchina da presa del regista. Tornatore, estasiato, incontenibile, alla lunga rumoroso ed impreciso. Un po’ di tutto in questa cassata sicula, saporita quanto vuoi ed esteriormente seducente. Ma difficile da digerire perché troppo elaborata. Bastavano forse meno idee, ma più azzeccate, meglio amalgamate e remanti tutte nella stessa direzione. Rimangono sprazzi e momenti, attimi di meraviglia e frammenti di roboante regia. Però quel film non emoziona e racconta meno di tante altre pellicole sulla Sicilia e sulla Storia italiana. Poi la Comencini, Francesca, pettorale numero tre, con un film di una certa delicatezza, addossato su una Napoli metà cartolinesca e metà grigia, periferica. E’ un film medio italiano, Lo spazio bianco, girato con omologate eleganza e autorialità, ghiacciato e lucido con la fotografia di Luca Bigazzi. Scritto con sufficiente solidità a partire da un romanzo bello come quello di Valeria Parrella, e con una Buy insolita che fa la differenza, che coinvolge e nutre un film fluido e femminile, che parla di maternità e non solo, anche di una formazione quasi fuori tempo massimo, della forza e del potere del tempo. Una leggera patina fa sì che il film scorra e tocchi, ma senza scavare in profondità particolari o commuovere, e pazienza, perché nessuno gli chiedeva di essere perfetto. Non mancano, semmai, in questo lavoro napoletano della Comencini, alcuni dei temi cari alla regista più brava delle due sorelle figlie di Luigi, e sono questi aspetti che tolgono un po’ di compattezza al film: la fabbrica, per esempio, presente qui un istante, nelle due dita tagliate del sempre tenero Salvatore Cantalupo (la regista aveva realizzato due anni fa un documentario alla memoria degli operai, dal titolo In fabbrica); la figura nobile di una dipendente dello stato che lotta contro i mali della nazione per poi dover accettare che nulla si può contro un paese che rende accettabile l’inaccettabile (in questo caso è un magistrato, in A casa nostra era la figura di un finanziere, in entrambi i casi donne, malinconiche, sole e severe); la maternità sentita nella sua complessità moderna, nel film precedente desiderata e sconosciuta per colpa di un compagno insicuro e non innamorato. Qui quella inaspettata di una donna che decide di caricarsi da sola il desiderio sulle spalle e poi guidarlo fino all’ignoto. Lo spazio bianco conferma anche la passione di Francesca Comencini per le storie femminili di donne sole: dopo Mobbing, con la bravissima Nicoletta Braschi, ecco una donna matura ed irrisolta, senza legami e grande equilibrio, eppure bella nella sua “normale” confusione, che decide di accogliere con amore e silenzio quella vita che le è stata donata. Passiamo al quarto film del concorso veneziano 2009. Il meno atteso, il più silenzioso, il più riuscito. La doppia ora di Giuseppe Capotondi, che mescola con particolare sapienza generi cinematografici diversi, dall’horror al poliziesco, dal noir al melodramma. Il film, con protagonisti i bravi Filippo Timi e Ksenia Rappoport, è un puzzle teso e veloce, che si ricompone del tutto dopo aver portato in giro le emozioni dello spettatore ed averlo saziato a sufficienza di regia, suspence e colpi di scena. Voto alto a questo giovane lungometraggio targato Indigo film, una quasi garanzia, ormai, di prodotti di valore. Ma non finiscono qui le sorprese positive del lido coi lavori in corso. Un altra manciata, almeno, le cose da segnalare, sparse nella varie sezioni ai lati del concorso. Piacevole, delicato, originale, dipinto con gusto, Dieci inverni, dell’altrettanto esordiente Valerio Mieli. Giovane, classe ’78, ex centro sperimentale, esordio prodotto dalla giovane Csc production, ovvero il centro sperimentale di cinematografia. Il film seduce per la doppia cornice, una Venezia intimista e una Russia freddissima e bianca, per la doppia interpretazione dei protagonisti, ottimi, davvero, sia Michele Riondino che Isabella Ragonese. Più in generale colpisce positivamente la verosimiglianza delle sfumature contenutistiche sparse lungo tutto il film. Promosso anche questo Dieci inverni, dunque, e se la cava, anche se in generale il film ha convinto la critica tout court più di quanto abbia convinto chi scrive questo riassunto di titoli annuali, un altro esordio importante di Venezia 09. Parliamo di Good Morning Aman, diretto dal giovane Claudio Noce. La pellicola fonde il tema dell’integrazione razziale a quello dell’identità individuale, e il regista, spaziando dalle lezioni di Scorsese a quelle di Cassavetes, fa sentire la sua presenza e la sua energia. Il film ha una sua personalità ed una serie di buone idee, anche se i personaggi non ci sono parsi del tutto sviluppati, così sospesi nei loro silenzi e nella loro sofferenza interiore. Opera prima interessante, tuttavia, da annotare per seguire l’evoluzione di questo autore romano, già a segno con alcuni corti di valore. Ma le sorprese positive, in fatto di esordi presentati a Venezia, non si esauriscono qui. C’è un altro titolo che merita attenzione e belle parole. E’ quello di Susanna Nicchiarelli che con il suo Cosmonauta conferma la voglia di fare del nostro giovane cinema. Il suo film racconta la formazione di una giovane ragazza, ma la vera forza di questo originalissimo soggetto, è quella di contestualizzare una comune ricerca di identità in un passato non troppo recente in cui la politica italiana era più importante per la gente di quanto lo sia oggi. Siamo a metà degli anni sessanta, in piena corsa spaziale, e ancora nel vivo del conflitto freddo tra Stati uniti d’America ed U.R.S.S. La pellicola è divertente e malinconica, fresca e calda insieme, e se non tutto gira a meraviglia nella scrittura, l’esordio della giovane regista rimane lo stesso denso e vivido. Opera vivace e piena di spunti storici, Cosmonauta è un modo inconsueto e riuscito per ricordare senza facile nostalgia certi passaggi storici meno rumorosi di altri appartenuti al nostro paese. Prima di lasciare il lungomare alberato e i bagni a ridosso dell’Excelsior, due parole su altri due titoli nostrani presentati alla mostra: il primo è Le Ombre rosse, del vecchio Citto Maselli, tanto propositivo ed indomabile quanto lontano dalla sentita denuncia dall’interno come ai tempi di Lettera aperta ad un giornale della sera. Di tempo ne è passato da quel 1960 e la critica alla sinistra contemporanea che il regista tenta di muovere, si fa preda di stereotipi e di personaggi zoppicanti. Interessante lo spunto, ammirabile il progetto, poco efficace l’esito di questo apologo un po’ sciapino. L’altro titolo, l’ultimo prima dei bagagli e del viaggio nella capitale, è quello di Luca Guadagnino, che con il suo Io sono l’amore costruisce un film tanto elegante ed ambizioso quanto poco amato dalla critica. Nell’opera di Gudagnino recita la straordinaria Tilda Swinton e se al suo fianco si muovono giovani interessanti attori italiani, non si può considerare quest’ultimo lavoro del regista palermitano un film del tutto riuscito.
Via tutti, con un temporale e nessun Leone, appuntamento a Roma, poco più d’un mese dopo, a fare il conto delle cose buone e delle cose cattive, a separare l’erba buona dagli sterpi dannosi. Su tutti i lunghi, forte di un realismo olmiano aggredito dalla violenza e dalla ferocia della guerra, il secondo film di Giorgio Diritti, L’uomo che verrà, girato in un dialetto integrale e poetico, che mescola bravi attori professionisti a volti e corpi presi in prestito dalla vita. Il film racconta la terribile strage compiuta dai militari nazisti sull’Appennino emiliano nell’autunno del ’44, meglio nota come strage di Marzabotto. La cosa migliore in assoluto vista a Roma, e tra i film italiani più importanti dell’anno, L’uomo che verrà è un’opera fatta di stordente sobrietà, di asciuttezza che si fa stile, ed era un film pericoloso, rischioso, delicatissimo da trattare, visto il tema. Il regista ha scelto come osservatorio privilegiato del film una bambina ed ha dosato l’avanzare della tensione tenendo quasi tutto il sangue fuori dall’inquadratura. E’ così riuscito a creare un film duro e poetico insieme, che racconta una comunità contadina con pazienza e precisione, componendo un film intenso e crudele senza cedere alla tentazione della strada più facile, e per ciò più pericolosa. Diritti è riuscito a raccontare l’arrivo della violenza dentro un mondo sano e ad infilare un silenziosissimo puntino di luce nel cielo nerissimo di quella infinita tragedia. Ma la quarta edizione del Festival del film di Roma ha mostrato altri film italiani interessanti, anche se non del tutto riusciti, o meglio, non fino in fondo. E’ il caso di Alza la testa, pellicola seconda del bravo Alessandro Angelini, con un eccezionale Sergio Castellitto. Il film parte alla grande, e per quasi quaranta minuti fa pensare al capolavoro. Poi succede qualcosa, la svolta drammatica della sceneggiatura apre ad altri temi, troppi, ed il regista, e con lui gli attori, sembrano non riuscire più a tagliare la narrazione nella giusta maniera, sconfinando in altri paesaggi e personaggi, carni altre stese sulla brace quando il sapore delle prime era perfetto e si poteva continuare in quel modo. Pazienza, ma quella prima parte rimane, e basta per considerare il regista de L’aria Salata uno in gamba, uno di cui conviene seguire le tracce, e i prossimi lavori. Il resto della mostra è poca cosa. Dunque, vediamo, ah si, l’esordio innocuo e ingenuo di Stefania Sandrelli, con un film in costume che racconta la storia di una poetessa medioevale. Il film si intitola Christine Cristina e non è certo un capolavoro, anzi, preferiamo considerarlo un desiderio intimo della grande attrice italiana, trasformatosi, senza nessuna ambizione eccessiva, in una realtà personale assai carina. Capitolo chiuso, speriamo, e siamo contenti quando rivediamo la Sandrelli nei panni di personaggi intensi, come quello dell’ultimissimo Virzì, 2010, La prima cosa bella. Il cinema di denuncia sociale si è fatto vivo a Roma con il film Mar Piccolo di Alessandro di Robilant, una pellicola drammatica e realistica con Michele Riondino e la brava Anna Ferruzzo. Uno dei protagonisti del film è il quartiere Paolo VI di Taranto, il più vicino alle acciaierie dell’Ilva. Quella costruita dal regista è una storia di disagio estremo e marginalità. Un film violento pieno di giovani vite, non tutto da buttare, ma neanche un’opera pregna di stile e di vita come altre volte, il cinema italiano imbattutosi in questi luoghi sofferenti, ha saputo regalare, anche in tempi recenti. Prima di chiudere con Roma due parole sull’ultima commedia di Luca Lucini, Oggi sposi, divertente e corale, opera popolarissima, superficiale e furbastra, ma scritta con tanti buoni guizzi ed intuizioni. Il cast ha dato tutto e ha dato tanto al film, per un elenco di interpretazioni brillanti che vanno da quelle di Michele Placido e Francesco Pannofino a quelle di Luca Argentero e Carolina Crescentini, fino ad Isabella Ragonese e ad uno straordinario Filippo Nigro, ormai sempre più a suo agio nei panni di attore comico. Suona strano che un film così commerciale e così poco d’autore passi in un festival internazionale accanto a un film potente come quello dei Fratelli Coen, A serious Man, giusto per fare un esempio. Non lo consideriamo un punto a favore di un Festival ancora giovane ma troppo attento ad accontentare tutti e convocare più nomi e titoli possibili. Va bè, ci pensa Torino, come ogni anno, a rimettere le cose a posto, portando in superficie il cinema complesso e poco omologato di certi autori italiani, e quest’anno premiandone uno con il riconoscimento più importante: Pietro Marcello, con La bocca del lupo, proclamato miglior film ed opera sicuramente innovativa, per tecnica e contenuti. Né documentario nè fiction, semplicemente un altro modo di fare cinema. Il film di Marcello racconta una vita ai margini economici e sociali, in una strana miscela di reportage e melodramma. La bocca del lupo è un film poetico che contrappone immagini d’archivio ad altre di una Genova contemporanea, tra Storia pubblica e Storia privata, ed è un lavoro di magnifica forza espressiva. Ma Torino ha parlato italiano anche con altre parole, quelle di Ivano De Matteo, per esempio, che ha scritto e girato una commedia sul presente capace di farsi specchio di quanto accade fuori dallo schermo. Il suo film si intitola La bella gente ed ha ottenuto un certo favore sia dalla critica che dal sempre numeroso pubblico torinese. Più televisivo è invece l’impianto di La cosa giusta di Marco Campogiani, film diviso tra commedia e poliziesco, in ogni caso a sfondo sociale: il tema è quello dell’immigrazione ma l’opera non lascia il segno se non per la conferma di quanta attenzione il cinema italiano continui a dedicare al problema dell’integrazione razziale. Prima di chiudere questa breve e superficiale storia del cinema italiano 2009, ricordiamo il film di Renato De Maria, La prima linea, liberamente tratto dal romanzo Miccia Corta di Sergio Segio. La pellicola, a nostro parere ben girata e decisamente più utile che dannosa, ci aiuta a sintetizzare una sorta di "autunno 2009 storico/politico del cinema italiano", o forse è meglio dire "una sorta di autunno rosso", vista la tanta attenzione alla storia della nostra sinistra. Sono tanti, infatti, sulla scia di una tradizione che si è andata rafforzando in quest’ultimo decennio, i film italiani che tornano indietro nel tempo e vanno a ri-analizzare il nostro passato politico più o meno recente. Se Baarìa accenna a tanti momenti storici chiave della nostra Storia (scioperi- elezioni-stragi), Placido attraversa i fatti salienti dell’anno sessantotto; e se Cosmonauta ricorda quel periodo in cui il comunismo era un sogno presente nelle case di tanti italiani, Giorgio Diritti torna agli anni dolorosi ed importantissimi della resistenza. Se Maselli mostra lo stato della nostra sinistra oggi, il film di De Maria, racconta gli anni della lotta armata e del terrorismo in Italia. La prima linea è un film tutto sommato preciso, con più meriti che difetti, e racconta molto, anche se è costretto a sintetizzare non poco. La pellicola contribuisce alla documentazione che il cinema offre ai nostri anni caldi, e getta un lampo di luce sul gruppo terroristico di Prima Linea, ricordando a molti che il terrorismo italiano di sinistra non sono state soltanto le brigate Rosse.
Non abbiamo tempo, adesso, in questo fiumiciattolo di titoli e commenti brevi, per compiere un’analisi più approfondita di questa tendenza cinematografica italiana al recupero della memoria, ma pensiamo che ricordare il passato, come diceva Gramsci, aiuti sempre a capire e vivere meglio il presente. L’utima cosa bella dell’anno, comunque, prima de La prima cosa bella di Virzì, e del divertentissimo film di Verdone, Io Loro e Lara, entrambi usciti all’inizio del 2010, è stato L’uomo nero di Sergio Rubini. L’autore pugliese ha firmato una delle sue opere migliori, dando continuità al suo cinema popolare, etnologico e suggestivo. Piacevole, scorrevole ed emozionante nel finale, il film di Rubini, anche questo ambientato nel passato italiano di una manciata di decenni fa, torna a parlare della terra pugliese del regista, dei suoi ricordi affabulati e dei suoi affetti primari. Una pellicola mai dimentica dell’amore per Fellini, un film tenero e verace, simpatico, una commedia toccante e delicata, l’opera di un autore.
Finisce qui il nostro ripasso di un anno di cinema italiano. Vediamo cosa accadrà adesso... In ogni caso, buon 2010, cinema italiano.
