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DELITTI IMPERFETTI

Pubblicato il 14 gennaio 2006 da Giampiero Francesca


DELITTI IMPERFETTI

La messa in onda a pochi giorni di distanza, da parte di due reti Mediaset, della seconda serie di RIS e del nuovo spin-off di CSI (ambientato a New York), sembra fatta apposta per mettere a confronto i due epigoni. A dispetto di ciò che si può immaginare, e delle probabili intenzioni degli stessi autori del corrispettivo italiano della serie targata Jerry Bruckheimer, le differenze fra i due procedural drama sono molte e profonde. Vanno ben al di là della semplice messa in scena, dove, la maggiore capacità economica dell’industria americana gioca un ruolo fondamentale appannaggio della scientifica statunitense. Il punto di forza dell’idea originaria (la prima serie creata da Anthony E. Zuiker è datata 2000), infatti, non è solamente nella spettacolarizzazione del processo di ricerca delle prove di un crimine, elemento fino ad allora ignorato nelle serie investigative, ma nella capacità di creare un universo, al suo interno logico e “realistico”, in grado di catturare l’attenzione dello spettatore e farlo partecipe di un mondo comunque plausibile. Ciò che rende possibile questa empatia è, in primo luogo, l’accurata caratterizzazione dei protagonisti. Prendendo a modello il primo CSI (per intenderci quello che si svolge a Las Vegas) è facile notare come la figura di Gil Grissom, magistralmente interpretato da William Petersen, sia completa e complessa, ricca di debolezze e passioni, pregi e difetti, che, con lo scorrere delle puntate, non solo acquistano spessore ma divengono parte integrante del racconto. La sua passione per l’entomologia, particolare apparentemente secondario, diviene fondamentale quando la scientifica si trova ad indagare sul caso di un cadavere rinvenuto coperto di voraci formiche rosse (# 3.08 Snuff ), o l’apparente debolezza, dovuta ad una crescente sordità, si rivela un arma decisiva in una spinosa accusa di incompetenza per la quale tutto il reparto viene messo alla sbarra (# 3.02 The Accused Is Entitled). Finanche la totale incapacità, da parte del protagonista, di creare un rapporto umano che vada oltre il contatto lavorativo, diviene elemento strutturale , soprattutto se si considera la generale tendenza di molti serial americani all’emarginazione volontaria da parte di chi , completamente dedito alla professione, ha fatto carriera, ma non sa confrontarsi con le persone che lo circondano. Quest’inadeguatezza, evidenziata dalla totale assenza della vita privata dalle sale della scientifica, è un’altra peculiarità della serie, che costringe lo spettatore a vivere per due ore all’interno di CSI, senza interruzioni o distrazioni. Le serie italiane, al contrario, sono spesso costruite su canovacci classici, i cui personaggi, al di là della professione di cui si occupano, sarebbero tranquillamente sovrapponibili e sostituibili, privi di particolarità che li rendano vivi, umani, completi. Anche le relazioni che fra loro intercorrono, canoniche e prevedibili, danno l’idea di una serialità che non può fare a meno del finto romanticismo o di qualche situazione banalmente piccante. A descrivere l’atmosfera di CSI in modo ancor più coinvolgente intervengono una fotografia e una regia iperrealista, di livello cinematografico, atta a evidenziare le caratteristiche proprie della singola serie. Così il rovente sole della Florida e il suo deserto riarso rendono le luci di CSI Miami , siano esse quelle torride della città o neutre del reparto, calde e soffocanti, virate sui toni dell’arancione e del rosso, mentre al contrario, la fotografia di CSI (Las Vegas) è incentrata sulle gradazioni del blu e del viola, richiamanti i neon che dominano la città del Nevada e l’idea di spaesamento e alienazione che la contraddistinguono. Anche l’ultimo arrivato, CSI NY, basa la sua messa in scena sul medesimo principio, richiamando, con l’utilizzo di elementi cromatici grigi e spenti, l’animo triste di una città che cerca di sollevare il capo dopo l’undici settembre (il protagonista Det. Mac Taylor ha perso la moglie nell’attentato). Come la fotografia anche le scelte strutturali si muovono in funzione dell’ambiente, basti pensare ai teaser del primo CSI, contraddistinti spesso dalla presenza di balli, feste e rave, pronti a veicolare l’archetipo di Las Vegas come città del lusso, del peccato e della perdizione. Per converso, senza nulla togliere alla bellezza di una cittadina come Parma ( è lì che si svolgono le indagini di RIS), la scelta di un piccolo centro non contribuisce alla creazione di un immaginario appassionante, all’infuori di un quadro alla Miss Marple, cedendo il passo di fronte al fascino di una grande città. Le scelte registiche e fotografiche, qui prettamente televisive, appaino legate fondamentalmente a problemi di portafoglio, inorganiche con la struttura del racconto e stilisticamente irrilevanti. Interni piatti, schiacciati da una luce omogenea, sovraccarichi di primi piani e mezze figure rendono decisamente poco realistico lo svolgersi degli eventi, frammentati da un numero eccessivo di inquadrature e sviliti da dialoghi inverosimili che rischiano di distrarre lo spettatore. Ciò non toglie che RIS sia una delle produzioni recenti meglio ideate e realizzate, ma, proprio per questo, sarebbe ora il caso di riflettere.

Format: Pietro Valsecchi; Regia: Alexis Sweet Interpreti e Personaggi: Lorenzo Flaherty (Riccardo Venuri), Nicole Grimaudo (Anna Venturi), Filippo Nigro (Fabio Martinelli), Stefano Pesce (Davide Testi), Ugo Di Chero (Vincenzo Di Biase), Romina Mondello (Giorgia Levi); Produttore: Pietro Valsecchi, Camilla Nesbit


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