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Di me cosa ne sai

Pubblicato il 3 novembre 2009 da Edoardo Zaccagnini


Di me cosa ne sai

Presentato alle "Giornate degli autori" della Mostra del Cinema di Venezia 2009, Di me cosa ne sai è un interessante documentario italiano che ripercorre la storia del nostro cinema, concentrandosi con insistenza sui tre decenni successivi al dopoguerra, e spiegando bene la forza e l’importanza della nostra cinematografia in quegli anni. Non è solo un’operazione di memoria o di nostalgia, attenzione, ma un viaggio nel passato cinematografico e culturale italiano che serve per arrivare più consapevoli al traguardo/obiettivo di questo lavoro: constatare lo stato confusionale del cinema italiano di oggi, senza più sale, senza più pubblico, senza più valore internazionale e senza più una precisa identità. Un cinema italiano con improvvisi guizzi creativi, ma eccessivamente invischiato in un rapporto confuso ed irrisolto con la politica, e troppo immobile di fronte ad un presente insensibile al cinema e alla cultura. Un cinema italiano morto e sepolto per alcuni, vivo, anche se magro, per altri. Inesistente o quasi per il pubblico: lo confermano gli intervistati che lavorano nei multisala moderni. E proprio su questa complessa condizione il documentario di Jalongo e soci vuole ragionare e portare approfondimento, un pò di luce che vada oltre il luogo comune. Ci riesce? I motivi della crisi attuale sono individuati chiaramente, ed il contrasto tra passato e presente aiuta a capire bene l’involuzione non solo cinematografica in cui l’Italia si è imbarcata. Le strategie di uscita da questa lunga crisi, invece, anche perchè assai complessa ed ormai antica, sembrano essere ancora poco chiare. Si coglie in Di me cosa ne sai l’incapacità del cinema italiano di trasformare un presente ostile in nuove occasioni e frutti, seppure non manchino riflessioni collettive capaci di analizzare lucidamente i problemi, e di mutuarli in una rabbia collettiva che poi sfocia in un associazionismo sano, ma ancora privo di risultati eclatanti. Le argomentazioni del documentario di Jalongo sono precise ed importanti ma non si avverte una possibilità, almeno nell’immediato, di risolvere quello che non va. Di me cosa ne sai è un piacevole (per la precisione) e doloroso (per la differenza tra tradizione e attualità) viaggio inchiesta nel presente e nel passato del nostro cinema, nel rapporto tra questo importante passato e questo decadente e malinconico presente. Il lavoro ribadisce un’altra volta ancora l’avvento di una grande mutazione culturale in Italia, che parte dalla crisi produttiva degli anni Settanta (le fughe di De Laurentiis, Ponti e Grimaldi in America), ed arriva a quei fenomeni che hanno progressivamente segnato la scomparsa del cinema italiano sia dal grande mercato internazionale che dall’interesse degli spettatori nazionali: l’avvento della tv commerciale e l’assenza di un sostegno statale oppurtuno al cinema. Gli autori del film mostrano filmati d’archivio e spezzoni di importantissime pellicole italiane d’autore, mescolandole ad interviste a registi, pubblico ed addetti ai lavori. Sono in tanti a parlare e a dire la loro: da Vittorio De Seta a Ken Loach, da Paolo Sorrentino a Bernardo Bertolucci, fino al movimento "Centoautori", e al gruppo di "Ring" (e poi molti addetti ai lavori di vario tipo: montatori, altri registi, sceneggiatori) Per lo spettatore interessato all’argomento, purtroppo isolato come prevedibile, si apre un cammino chiaro dentro trent’anni di film, di leggi, e di odierne e non risolutive iniziative per difendere il ruolo del cinema nella società. Jalongo & company affidano al collega Felice Farina il compito di guidare lo spettatore nell’indagine/viaggio tra delusioni e passioni che ha visto una generazione di artisti cinematografici uscire sconfitta dal proprio sogno. Di me cosa ne sai mostra la matassa intrecciata tra arte e politica, ed il lavoro sordo di tanto coraggiose quanto isolate figure: esercenti e appassionati eremiti che lottano per sostenere i film in cui credono, come il signor Sancassani del Mexico di Milano, che per lungo tempo ha tenuto in sala il film d’esordio Il Vento fa il suo giro, del regista Giorgio Diritti, oggi divenuto autore importante con la prova seconda L’uomo che verrà. Di me cosa ne sai parla di una ricchezza cinematografica italiana di cui furono responsabili grandi produttori, registi di solida qualità e interventi statali più incoraggianti di quelli attuali. Dino De Laurentiis, per esempio, nell’intervista all’interno del documentario, mettendo da parte il lato sordido dell’Andreotti che parlava dei panni sporchi da lavare in famiglia, ricorda l’interesse delle istituzioni ad una collaborazione tra il cinema italiano e quello internazionale, con lo scopo di aiutare i nostri film ad avere un respiro più internazionale, e quindi un rapporto più fruttifero con l’estero. Fino agli anni Settanta il cinema italiano aveva un ruolo di primo piano, se non di vero e proprio dominio, sulla scena internazionale, arrivando a guardare dritto in faccia Hollywood, quasi alla pari. Ad un certo punto, però, lo ricorda ancora il vecchio De Laurentiis, lo stato stesso intervenne per censurare quella buona idea, e lo stesso grande produttore non riesce a dare spiegazione a quella nuova assurda legge, se non con un’ordine (ben pagato) dato dagli americani al nostro governo, affinchè fossero messe da parte certe ambizioni internazionali. Nell’urgenza di relazionare sulla situazione del cinema italiano contemporaneo, Jalongo, in collaborazione con Giulio Manfredonia e Franscesco Apolloni, ripercorrere una lunga storia per meglio comprendere i motivi e le responsabilità di una crisi cinematografica attuale non improvvisa e non recente, speriamo non irreversibile, anche se la cartella clinica mostra chiara la patologia da molto tempo ormai. Ad un certo punto, come detto, i nostri più grandi produttori lasciarono un’Italia che tempo dopo avrebbe offerto il fianco ad una televisione a dir poco non innamorata del cinema, che avrebbe trasformato gli italiani e dato un colpo durissimo al cinema stesso. Come esempio principale di questo fatto storico, Jalongo e gli altri ci ricordano la battaglia di Fellini contro una tv che cominciò a spezzare i film per darli in pasto ai suoi telespettatori, a tocchetti. Ci sono importanti e accalorati interventi di Federico Fellini (Teche Rai) che denunciano gli atteggiamenti e le azioni Berlusconiane nei confronti del cinema: "Questo industriale del nord è proprietario di tutti i miei film, e li taglia e li deturpa per trasmetterli nelle sue tv". Sono parole di Fellini e del resto, la figura dell’instancabile premier non può essere ignorata in un racconto che per forza di cose diventa anche un reportage sul potere della tv in Italia. E difatti, accanto all’appassionata battaglia del grande autore riminese, lui si sinceramente e profondamene innamorato del cinema, spunta proprio la faccia sorridente di un giovane Silvio già convinto e attivo nei suoi progetti commerciali ed "educativi". Quella battaglia fu vinta dal Berlusca, sia da un punto di vista legale (referendum abrogativo sulll’interruzione pubblicitaria nei film trasmessi sulle reti commerciali) che da uno culturale. La telecamerina di Jalongo lo chiarisce quando incontra i giovani ragazzi italiani giunti da ogni Italia davanti agli ingressi di Cinecittà, dove, nello Studio 5, quello felliniano per eccellenza, si registra oggi il talent show Amici, di Maria De Filippi. L’autore chiede a tanti di loro se sappiano qualcosa su Fellini, e le risposte, ovviamente, sono sconvolgenti, almeno per chi si interessa di cinema e crede di avere un rapporto civile con la cultura. Di me cosa ne sai, inchiesta amara e ben realizzata, non offre molte speranze, ma lascia trasparire un desiderio di trovarne di nuove, anche perchè le speranze sono le ultime a morire.


(Di me cosa ne sai) Regia: Valerio Jalongo, Giulio Manfredonia, Francesco Apolloni; Sceneggiatura: Valerio Jalongo, Giulio Manfredonia, Francesco Apolloni, Felice Farina, Montaggio: Mirco Garrone, Interpreti: Roberto Andò, Francesca Archibugi, Jean Michel Baer, Sandro Baldoni, Marco Bellocchio, Franco Bernini, Bernardo Bertolucci, Anne Rita Ciccone, Cristina Comencini; Produzione: Ameuropa International, Cinecittà, Istituto Luce; Distribuzione: Cinecittà, Istituto Luce; Durata: 78’.


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