X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



Due partite

Pubblicato il 26 novembre 2015 da Maria Vittoria Solomita


 Due partite

Roma, Teatro Ambra Jovinelli. In scena Due partite diretto da Paola Rota, testo più volte rappresentato dopo la prima del 2006 e trasposto al cinema tre anni più tardi, con lo stesso cast, per la regia di Enzo Monteleone.

«Iniziando a scrivere la commedia, ho chiesto aiuto a un mio nume tutelare, Natalia Ginzburg, che mi aiutò molti anni fa a pubblicare il mio primo romanzo. Ho preso la sua prima perfetta commedia Ti ho sposato per allegria, l’ho messa accanto ai fogli bianchi, sperando che lo spirito anticonformista e ribelle che la animava possa abitare anche la mia». Dai fogli della Cristiana Comencini sembra partire una voce flebile ma chiarissima, che porta una constatazione mista ad un augurio: di mamma ce n’è una sola, e per fortuna. Abbiamo tutti una sola genitrice, vero, e come per le quattro protagoniste della pièce, difficilmente ce ne liberiamo. “Non se ne esce”, continua a ripetere una di loro. Quella femminile è una condizione ciclica, si rivede nel rapporto che la donna costruisce con se stessa, col proprio corpo e con due tappe vitali decisive: la nascita e la morte.

Le due generazioni messe a confronto, sul palco, portano i tratti somatici di Giulia Michelini, Paola Minaccioni, Caterina Guzzanti e Giulia Bevilacqua. Un cast nuovo per questo testo.

Nel primo atto le quattro madri si radunano una volta a settimana per giocare a canasta, morigerate e cotonatissime nella mise anni ’60, mentre le figlie giocano a ritagliare le foto di Grace Kelly nella stanza accanto. Si sognava la favola in quei salotti pastello. Nel secondo atto, un monocromo "ambiente Ikea" accoglie le quattro ragazzine oramai fatte donne, di nero vestite, a causa del lutto che ha colpito una di loro, rimasta orfana tragicamente come era avvenuto a sua madre. “E non se ne esce”, ipse dixit.

Le figlie sono visibilmente più febbrili e stressate delle madri, cariche del doppio compito di lavorare dentro e fuori casa, tutte “obbligate” ad una femminilità meno accessoriata e distesa. «Le donne sono madri anche quando non hanno bambini, è una condizione mentale. Avere un figlio è l’ultimo atto di generosità vera che ci è rimasto a livello di specie», dice la Comencini. Due ore no stop, di fatto una due-atti senza entr’acte, per sviscerare il tema della maternità, ancestrale croce e delizia della femmina di ogni specie; la maternità è vista come ostacolo alla carriera, o come sogno proibito, viene anche descritta come l’unico modo per riempire un vuoto (fisico e sonoro). Quasi un testo politico, se non fosse che Due partite resta una commedia. Il testo della Comencini è caustico, non sarà ricordato come l’opera del Secolo, ma fa riflettere. Il registro bascula tra il comico e il grottesco, e in alcuni tratti sorprende, alla Almodòvar.

Passando dal ruolo di genitrici a quello delle rispettive figlie, le attrici cambiano fibra e modulano battute. Anche se c’è poco da stare allegri quando si tocca quel malessere di coppia che è l’incomunicabilità: la nostra società sarà pure fluida, per dirla alla Bauman, ma le conversazioni si incagliano, registrano dei vuoti, perdono vitalità e uccidono i rapporti. O le protagoniste di certi rapporti si suicidano. Negli anni Trenta, come nei Sessanta, o nel Duemila.

Il cast ha saputo affrontare un’eredità impegnativa. Giulia Bevilacqua ricopre il ruolo che fu di Margherita Buy (scritto dalla Comencini ad personam), madre mondana perdente e figlia pianista dispotica. Caterina Guzzanti, come Valeria Milillo, traccia bene un profilo insaziabile di moglie-amante e poi di figlia-mutante. La Michelini carica di napoletanità una donna incinta (l’unica veramente innamorata), diventando poi un’orfana angosciata (Isabella Ferrari incarnava una piacentina). Paola Minaccioni raccoglie l’eredità di Marina Massironi e passa da sto(r)ica cornuta a single scaccia-uomini, a causa di certe insistenti smanie da fecondazione.

Buona riuscita per una “partita intergenerazionale” che lancia input autolesionistici.


(Due partite); Regista: Paola Rota; drammaturgia: Cristina Comencini; costumi: Gianluca Falaschi; scene: Nicolas Bovey; interpreti: Giulia Michelini, Paola Minaccioni, Caterina Guzzanti e Giulia Bevilacqua; teatro e date spettacolo: Teatro Ambra Jovinelli fino al 29 novembre


Enregistrer au format PDF