Fare Critica: intervista al drammaturgo, regista e attore teatrale Daniele Timpano

Nel giorno di apertura di Fare Critica, il festival dedicato alla critica teatrale e cinematografica, ideato e diretto da Gianlorenzo Franzì, che si concluderà sabato 23 febbraio, Close-Up ha avuto il piacere di trascorrere qualche minuto in compagnia di Daniele Timpano, drammaturgo, regista e attore teatrale.
Negli ultimi anni, Timpano, in collaborazione con la compagnia teatrale diretta da Elvira Frosini, si é contraddistinto per uno stile considerato dissacrante e lontano da comprovati schemi del teatro moderno.
I suoi lavori vengono considerati dissacranti, spesso fuori dagli schemi. Quale crede sia il ruolo delle sue opere e da dove nasce l’impulso di realizzare uno stile così personale e autoriale?
Daniele Timpano: A esser sincero, la mia vocazione autoriale non nasce da nulla in particolare, ma credo dal semplice fatto che sono un autore. Chiaramente dietro a questo stile c’é una visione precisa del mondo, che é critica, sicuramente affine a una visione politica, che si interroga sull’identità del nostro Paese, sulla direzione politico-sociale che sta seguendo... Da una precisa lettura della realtà derivano le drammaturgie e la realizzazione degli spettacoli stessi. É una lettura che nasce da una critica negativa, sia mia, che della mia collega e autrice, Elvira Frosini: si tratta di una difficoltà che viene poi plasmata e prende forma con le nostre opere, dall’impotenza nei confronti di un cambiamento della realtà, al senso del nostro mestiere, assieme a sentimenti di rabbia, insoddisfazione, che si intersecano con un’ironia pungente e concreta.
Come nasce la collaborazione con Elvira Frosini?
D.T.: La collaborazione con Elvira nasce nel 2008. In origine, le nostre erano due compagnie abbastanza diverse, perché quella di Elvira era più orientata verso la rappresentazione e la formazione del teatro-danza, mentre il mio percorso ha da sempre seguito delle direttive autoriali, di scrittura e registiche. Abbiamo deciso di avvicinare questi due percorsi: il mio lavoro ha acquistato in fisicità e spazialità, mentre il suo ha rafforzato l’aspetto testuale. Curiamo insieme la messa in scena, la regia e, spesso, andiamo anche in scena insieme.
Quale deve essere il ruolo della critica, a suo parere? Quale effetto ha su di lei, in merito ai suoi lavori?
D.T.: Innanzitutto, va detto che un artista non può realizzare qualcosa solo per appagare il proprio senso narcisistico, anzi, deve mettere in primo piano la ricerca di un fine, il perfezionamento di uno stile che gli consenta di vestire i panni dell’artista, in modo tale che la platea lo riconosca per quello che é, per quello che offre. Questo lascia intendere quanto sia fondamentale la relazione tra chi porta in scena le proprie idee e chi osserva, chi le accoglie. Quindi le impressioni del pubblico o le dichiarazioni di un critico hanno una rilevanza particolare, ma posseggono un’utilità relativa, proprio perché bisogna focalizzare e inquadrare la loro capacità di analizzare unitamente e non frammentariamente ciò che hanno visto. Affinché un critico acquisisca una propria autorevolezza, deve leggere con somma attenzione ciò che osserva, temperando la componente narcisistica dell’autore; per questo opera come filtro intellettuale e deve essere estremamente preparato, proprio perché é uno che ha il compito di dare un giudizio “autorevole”, mentre un altro elemento del pubblico, per esempio, no. Il lavoro del critico deve saper stimolare il pensiero dei lettori.
Qual é, a suo avviso, la “missione” di un drammaturgo? Il suo compito si esaurisce solo nel mettere in scena ciò nasce dal proprio ego artistico?
D.T.: Quello del drammaturgo é un mestiere la cui incisività sul mondo é relativa, anche perché ci sono uomini di teatro che si occupano delle mansioni più disparate – e, spesso, altri svolgono, parallelamente, anche altri mestieri. Soprattutto in Italia, siamo ai margini della cultura teatrale. Soprattutto i testi degli autori costretti a lavorare in piccole realtà, sono a rischio sparizione da questo mondo, proprio perché il teatro non é un’industria culturale vera. Quindi, non so bene se quella del drammaturgo sia una missione seria, perché se partiamo dall’assunto che per missione si intende apporre un cambiamento al mondo esterno, bé, questo non é un pensiero realistico, se rapportato al teatro, oggi, in Italia. E sono convinto che nemmeno il cinema e l’arte contemporanea siano in grado di raggiungere questo obiettivo.

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