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Ferro

Pubblicato il 19 maggio 2015 da Francesca Polici
VOTO:


Ferro

Oggi la cultura, nella sua più ampia e meravigliosa accezione, sembra essere divenuta un semplice cimelio da museo. E quando si tenta di strapparla da quell’oblio a cui sembra essere destinata, si finisce sempre con il riproporre opere datate che non sempre riescono a cogliere la dimensione sociale che attanaglia l’odierno. O, peggio ancora, si finisce col riproporre inestimabili classici attraverso scadenti adattamenti dal taglio “popolare”. È proprio per questo che piccole realtà come quella del Teatro dei Conciatori di Roma acquistano un’enorme importanza, caricandosi di una lodevole valenza sociale. Questa piccola sala, infatti, da sempre attenta ai nuovi linguaggi teatrali, ospiterà fino al 24 maggio l’ultima fatica di Marco Mattolini, Ferro. Una drammaturgia assolutamente innovativa che, con toni secchi e asciutti, mette al centro una profonda riflessione sul senso della vita, della morte e della giustizia.

Forse è proprio questa la tematica più toccante e meglio interpretata (per altro, da un bravissimo Blas Roca Rey). Mattolini, infatti, tratta il labile confine della giustizia ripulendolo da facili e banali moralismi per concederci il ritratto di un paese al limite della contraddizione. In tal senso, chiari sono i rimandi alla poetica di Fabrizio De Andrè e alla sua Nella mia ora di libertà – fino ad oggi, forse, l’artista che più di chiunque altro ha sviscerato con lucidità e poetica l’argomento. Attraverso un lungo monologo del protagonista – intervallato da alcuni flashback che lo vedono al fianco di Monica Rogledi nei panni dell’amata – assistiamo ad un viaggio interiore che vuole farsi metafora sul senso più profondo dell’esistenza umana.

Dall’immigrazione clandestina alla complessità del linguaggio, fino all’amore – vero leit-motiv dell’opera. Sono molteplici gli argomenti toccati dal giovane autore nel suo lungo sproloquio in cui non perde mai la forza drammatica, pronta ad esplodere e a manifestarsi ancora più esplicitamente nei momenti di tragicità in cui il cambio di ritmo è radicale. È proprio nella tragedia che Rey acquista linfa vitale e si ricarica per portare a termine l’estenuante soliloquio. Sorprende l’intensità dell’interpretazione – affiancato da una Rogledi che gli tiene testa senza sovrastare la scena – che viene accentuata da una scenografia scarna e minimalista. Tavoli e sedie che si muovono di continuo, si spostano per cambiare forma, divenendo tal volta una prigione, tal volta un nido d’amore, comunque sempre funzionali a portare avanti la brutale violenza che caratterizza il testo.
Un’opera che non sembra affatto soffrire i limiti produttivi ma che, al contrario, da essi trae la forza per sviluppare creatività ed originalità, senza mai tralasciare la coraggiosa poetica che la contraddistingue.


(Ferro); Regia: Marco Mattolini; drammaturgia: Francesco Di Chio; disegno luci: Iuraj Saleri; musiche originali: Ugo Dorato; interpreti: Blas Roca Rey e Monica Rogledi; teatro e date spettacolo: Teatro dei Conciatori (Roma), dal 12 al 24 maggio 2015.


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