Fiction Italia - Aldo Moro-Il Presidente

Squadra che vince non si cambia. E nemmeno la formula collaudata che ormai vede la Taodue di Pietro Valsecchi leader nel settore della fiction d’ambientazione storica e d’interesse culturale nazionale. Così, quattro anni dopo Paolo Borsellino, prodotto pregevole per fattura e onestà intellettuale, il team composto dallo stesso Valsecchi – nelle vesti di produttore e autore del soggetto – e dal regista e sceneggiatore Gianluca Maria Tavarelli si ritrova per raccontare un’altra controversa pagina della storia italiana, a trenta anni dalla scomparsa dello statista democristiano.
Ma il risultato questa volta non è completamente soddisfacente e l’obiettivo pare centrato solo a metà. Aldo Moro – Il Presidente è un lavoro discontinuo che, a una seconda puntata ben costruita soprattutto grazie al ritmo infuso da regia e montaggio nell’alternanza della prigionia di Moro in via Montalcini alle sedute private dei vertici DC (ottimo l’apporto di Alessandro Heffler, già montatore di Borsellino), contrappone l’incertezza del primo episodio, penalizzato da dialoghi didascalici e da personaggi ‘a tesi’ incapaci di diventare persone, sebbene questa incapacità possa costituire un pregio nel momento in cui si volesse considerare come, ad ogni nuova rappresentazione della tragedia, si faccia sempre più insistente la sensazione che gli attori del dramma siano marionette manovrate da una mano invisibile.
Eppure la prima parte della fiction lascia con il sospetto che si sia voluto semplificare eccessivamente la vicenda, che si sia messa in atto una rappresentazione in costume di un momento storico e politico troppo complesso e stratificato per essere diviso in perfetti schieramenti, come quei pezzi bianchi e neri sulla scacchiera con cui il Moro di Placido spiega al nipotino (e allo spettatore-bambino) la natura del suo compromesso storico: ‘me lo spieghi come se avessi sei anni’ ripeteva l’avvocato Denzel Washington in Philadelphia ma lo stesso principio narrativo mal si coniuga con le tortuose vicende politiche italiane, difficili da raccontare perché ancora troppo vive per poterne parlare liberamente, colorando la propria storia delle sfumature di grigio necessarie anziché di un bianco e nero che non può restituirne la profondità. O per gridare a piena voce ciò che ancora si può soltanto sussurrare, quelle tesi non convalidate che ogni sceneggiatore – si pensi anche alla versione estesa di Romanzo criminale – tenta di far arrivare all’orecchio (più che all’occhio) dello spettatore più attento e smaliziato.
Anche qui il misterioso americano che avverte Moro del pericolo di una apertura al PCI scompare per diventare successivamente – forse, chissà…sussurrare non gridare! – la mano invisibile che blocca le autorizzazioni per indagare sulla tipografia gestita dalle BR.
Ma oltre alle censure della storia è la stessa costruzione dei personaggi a risultare troppo schematica, troppo semplicistica. Se del Presidente della DC si vuole restituire – come già fatto per Borsellino – un ritratto completo, mescolando l’individuo privato con l’uomo pubblico, finendo però per sconfinare nell’agiografia di un personaggio privo di ombre o contrasti, martire già prima del rapimento, è proprio nella rappresentazione dei brigatisti che la scrittura della fiction mostra i suoi limiti.
Un Mario Moretti-Marco Foschi stregato dalla dialettica del suo prigioniero, truccato come il villain dei film muti, ma troppo spaurito e timoroso per incarnare la spietata logica di un combattente: è un tratto comune a tutta la colonna romana rappresentata nel film, cui sfugge soltanto la Barbara Balzerani di Valentina Carnelutti, un’attrice sempre più sorprendente per la capacità di penetrare il personaggio, di viverlo sulla pelle trasmettendone l’essenza tramite lo sguardo o la postura, e che forse viene aiutata proprio dall’esiguo numero di battute affidatole.
Tavarelli ci aveva confidato mesi fa in un’intervista l’intento di ‘raccontare una generazione che non è più uscita da quell’appartamento’ e che ha sepolto con Moro ogni speranza di un futuro diverso, migliore, sia individuale che collettivo. Guardando Aldo Moro – Il Presidente possiamo credere che la sua ambizione fosse realmente quella di raccontare il fugace incontro di due generazioni troppo lontane per potersi parlare, di due formazioni socioculturali e di due interi mondi incapaci di comunicare, e di spiegare come proprio da quel mancato incontro siano scaturite le sventure successive del Paese. Ma le troppe ingenuità di scrittura ne penalizzano la riuscita e le immagini di repertorio ormai celebri girate dalla rete GBR sul ritrovamento di Via Caetani sono ancora gli unici frame sconvolgenti di ogni trasposizione fedele ai fatti.
Ad oggi, solo Marco Bellocchio, proprio allontanandosi programmaticamente da quelle immagini e dalla cronaca, ha saputo raccontare quella generazione, i suoi sussulti, il suo terrore temerario e il rimpianto che ha accompagnato le future dissociazioni. Una volta di più, Buongiorno, Notte si conferma un’opera preziosa e indispensabile per penetrare nel subconscio degli attanti del dramma e dell’intero Pease: nel risveglio dall’incubo di Anna Laura–Maya Sansa era già racchiuso il presente della lotta e dell’utopia e, in nuce, il fallimento del futuro.
