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Fiction Italia - Caravaggio ovvero The Dark Side Of The Tv

Pubblicato il 18 febbraio 2008 da Fabiana Proietti


Fiction Italia - Caravaggio ovvero The Dark Side Of The Tv

No, non c’è nessun riferimento qualitativo al capolavoro dei Pink Floyd. Il ‘dark side’ qui è soltanto quello in cui appare confinata la fiction italiana, che lungi dall’aver raggiunto l’età dei lumi, sembra ancora avvolta dalle tenebre medievali.
Lo ammettiamo con sincerità: dopo l’immenso Caravaggio di Derek Jarman era difficile accostarsi con occhi vergini alla riduzione televisiva della vita del celebre pittore, talento geniale e rivoluzionario, dall’esistenza travagliata.
Eppure anche mettendo a tacere qualunque pregiudizio verso uno dei prodotti di punta della stagione di fiction targata Rai il risultato è piuttosto deludente.
E non certo per le maestranze, che vantano personalità del calibro di Vittorio Storaro, direttore della fotografia premio Oscar, ma per l’impianto della storia che rivela implacabilmente i limiti del sistema produttivo della fiction Rai.
Sulla ricerca fotografica di Storaro nulla da dire: ammirevole come al solito, finisce però a dover assolvere troppi compiti. Oltre a ricreare le atmosfere e i contrasti violenti di luce delle opere del Caravaggio, si suppone che l’impianto luministico regga tutta la credibilità storica della vicenda, a causa di un plot colpevolmente romanzato, che con (in)sensibilità tutta moderna lo rende indistinguibile da un episodio di Orgoglio o giù di lì.

Trattare fenomeni quotidiani di una certa epoca con gusto contemporaneo (l’allontanamento da casa vissuto come un tradimento, la pedofilia del maestro, cui il protagonista reagisce come neanche un operatore del Telefono Azzurro) – occhieggiando magari a fatti di cronaca e piaghe che sono parte della nostra società e non di quella del tempo – dimostra una cecità insostenibile, un ‘etnocentrismo’ di fondo nella costruzione della storia di fronte a cui non si può tacere.
Proprio mentre tentiamo di parlare di una televisione di qualità, senza nulla da invidiare al cinema di buona fattura, ecco che un’opera come questa ci spinge a una doverosa riconsiderazione del fenomeno. Perché il fine didattico/artistico riscontrato a proposito di altri lavori ben più dignitosi qui è del tutto esente.
Si sente invece tutta la voglia di correre incontro ai gusti più facili del pubblico, abbassando la materia trattata neanche fossero dei vulgata medievali. E questo plot, che al massimo pare aver tratto ispirazione dalle parabole morali dei film d’animazione Disney, annienta la grandezza del soggetto trattato, rendendolo improbabile e lontano nel tentativo stesso di avvicinarlo agli spettatori, creando un’air de famille inutile e sciocca.
I volti televisivi, riciclati di fiction in fiction, e capitanati da un Alessio Boni desideroso di mostrare il suo mestiere d’attore sovraccaricando un personaggio già ardimentoso, completano il quadro di uno straniamento che, se fosse voluto, suonerebbe persino brechtiano, mentre purtroppo dobbiamo soltanto constatare il livello infimo di un prodotto comunque venduto in 72 nazioni, a testimonianza che la crisi non appartiene solo al nostro Paese.

Ma se la fiction Rai continua a far respirare un’aria piccolo borghese e nazional popolare le colpe vanno imputate al direttivo, che – ne siamo certi – avrà esercitato le sue buone pressioni sugli autori, i quali, ben lontani da un’espressione libera e incondizionata, devono fare i conti con il target della rete ammiraglia, la rete delle brave famiglie (cattoliche) da non turbare o di cui al massimo solleticare una certa pruderie con dettagli morbosi o sensuali ma mai realmente eversivi. Ma l’Italia risponde: e alla prima messa in onda il Caravaggio televisivo ‘miete’ circa 6 milioni di telespettatori. E allora? Viva la democrazia.


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