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Fiction Italia - I liceali e Diario di classe: anatomia di una generazione

Pubblicato il 26 maggio 2008 da Fabiana ProiettiLorenzo Vincenti


Fiction Italia - I liceali e Diario di classe: anatomia di una generazione

Questo doppio approfondimento nasce dalla messa in onda simultanea di due prodotti simili per argomento ma opposti nella forma: Diario di classe e I liceali indagano, rispettivamente nelle forme del documentario e del racconto di finzione, il medesimo universo giovanile, diciassettenni e diciottenni alle prese con il primo, grande momento topico della propria esistenza, quello che segna il fondamentale passaggio dall’età adolescenziale alla maturità di una vita adulta.
La docu-soap sulla Terza A del Liceo Classico Socrate di Roma seguita dalle telecamere di Discovery Real Time e la miniserie in sei puntate diretta da Lucio Pellegrini per la Taodue, appaiono allora due metà complementari per scrutare questo affascinante microcosmo che è il pianeta giovani, e capire come due modalità di racconto così diverse possano approcciare lo stesso tema e affrontare finalmente in Italia quel teen drama così in voga nei palinsesti statunitensi, sempre in bilico tra commedia sentimentale e romanzo di formazione.

Diario di classe
Diario di classe, questo il titolo dell’interessante esperimento andato in onda lo scorso 14 maggio (e presto visibile su Raitre il 16 e 17 giugno), si afferma come un indefinibile oggetto che oscilla tra la docu-soap tipica del palinsesto in cui si va ad inserire e il reality puro dal quale mutua lo stile, il ritmo e il carattere invasivo delle immagini.
Prodotto da Cristiano Bortone – autore di Rosso come il cielo – firmato da Anna Laura Ciervo e diretto dalla regista Sara Mulattieri, già autrice per il satellite di Reparto Maternità, Diario di classe persegue l’idea di tallonare una piccola comunità di studenti con il duplice intento di mostrare da una parte la vita (non solo scolastica) vista attraverso gli occhi dell’adolescente in fuga dalla immaturità della gioventù e, dall’altra di tentare di confutare una volta per tutte il luogo comune secondo il quale tale immaturità sia ormai perennemente incatenata al ragazzo italiano medio.
Non si vive di solo Moccia, sembrano reclamare i ragazzi della Terza A. Prova ne sono la partecipazione di Kine ad un coro particolarmente virtuoso, l’intensa attività pianistica di Giulia, la passione seppure acerba che Valeria dimostra nei confronti del mezzo cinematografico o la tenacia con cui Jacopo tenta di fare carriera nel mondo della musica elettronica. E, per certi versi, anche la raccolta fondi per le adozioni a distanza portata avanti con entusiasmo e grinta da Greta e Federica, può costituire una ulteriore dimostrazione della lontananza dagli stereotipi appiccicati negli ultimi anni al mondo giovanile.
Sono i ragazzi gli assoluti protagonisti della storia, i loro diversi contesti familiari, le diverse problematiche (più o meno serie), gli incontri e gli scontri, gli attimi di una routine giornaliera che è destinata ormai a terminare. Le ansie di oggi che altro non sono se non le paure per un domani incerto. Un interrogativo sempre più angosciante e attuale al quale la docu-soap cerca di dare risalto attraverso l’indagine delle singole personalità e la descrizione delle varie contingenze più o meno drammatiche interposte dal destino su ogni singolo cammino.
Purtroppo però la lodevole intenzione di affrancare un intero mondo dal qualunquismo dilagante con cui viene raccontato dai media – in primis dal cinema col nuovo filone giovanilistico – rischia di naufragare inesorabilmente soprattutto a causa di una costruzione narrativa che finisce per piegare l’indagine sociologica a finalità drammaturgiche. C’è attrazione nei confronti dei protagonisti, dei loro rapporti e delle loro storie personali ma questa attrazione viene continuamente minata da una sovrastruttura pesante, che con il passare dei minuti rende la narrazione posticcia e poco effervescente. Raramente si percepisce una reazione dei ragazzi alle vicende circostanti, tutto sembra essere racchiuso entro i confini di un pedinamento asettico capace di cogliere istanti isolati, magari anche narrativamente forti (il conflitto di Caterina con la madre sembra la microstoria più coinvolgente) ma prontamente ricondotti a una dimensione finzionale che annulla ogni minimo corto circuito nato sul momento.
Se la struttura documentaristica sembra sopravvivere più che altro nelle intenzioni di regia, la soap si afferma con maggiore consistenza nell’alternanza delle diverse storie e nell’impronta favolistica assegnata alle stesse. L’imposizione della narrazione guidata dall’esterno sul materiale ‘vivo’ finisce così per marchiare un prodotto dall’enorme potenziale, che oscurato, però, da un’eccessiva presenza di sceneggiatura, vede ridotto il proprio il valore di documento, presupposto di base dell’intera operazione.

I liceali
All’inverso (e paradossalmente data la sua natura di ‘fiction’), la miniserie I liceali appare molto più schietta nel raccontare i suoi giovani protagonisti. Senza nulla togliere all’esperienza della Taodue, crediamo però che dietro l’ottimo livello raggiunto dalla fiction I liceali ci sia lo zampino del Motorino Amaranto di Paolo Virzì.
Perché la fresca e briosa miniserie diretta da Lucio Pellegrini ha dalla sua una scrittura perfetta, con battute folgoranti e una rielaborazione drammaturgica puntuale dei trafiletti di cronaca sul mondo scolastico che pullulano sui quotidiani, dai filmati osé sui cellulari, alle crociate condotte da studenti e genitori dei licei ‘bene’ contro professori giudicati “non all’altezza”.
I liceali racconta il mondo della scuola alternando abilmente la sensibilità luchettiana di La scuola o dell’ Auguri professore di Riccardo Milani, alla simpatia dilagante, un po’ cialtronesca e deliziosamente maligna degli affreschi sociali virziniani. La miniserie è stata giustamente considerata una sorta di spin-off del plot del suo Caterina va in città, (2004) se non altro per la medesima ottica del provinciale alla scoperta dell’upper class romana, popolata dai figli disorientati di liberi professionisti assenti, destrorsi e sinistroidi pronti a darsi pubblicamente battaglia, ma anche a stringersi la mano con lo spegnersi delle telecamere, perché parte della stessa squadra, quella dei vincenti, delle “conventicole di potenti” contro cui inveiva un inviperito Castellitto nella pellicola di Virzì.
Qui il suo personaggio, rivisto e corretto, meno aggressivo e più bonario e idealista, è affidato a Giorgio Tirabassi, nel ruolo di Antonio Cicerino, professore di Roccastorta trasferito nel prestigioso liceo Colonna di Roma – nella realtà il Mamiani del quartiere Prati - tra ragazzi più che benestanti, e ben consapevoli dei propri privilegi sociali, e professori annoiati, privi di stimoli a forza di “insegnare – come dice la prof. di storia dell’arte Claudia Pandolfi – ai figli degli avvocati, pronti a farci causa se osiamo mettere un voto basso”.
Dal liceo Visconti di Caterina va in città (riadattato a scuola media nel film) al Mamiani de I liceali poco cambia: le dinamiche dell’inserimento del povero professore deriso dagli studenti per l’accento e il look poco glamour sono le stesse, ma va dato atto al lavoro televisivo di una visione maggiormente sfumata dei personaggi. Laddove Virzì deformava i suoi protagonisti in macchiette, esemplificazioni della ‘zecca’ o del ‘pariolino’ tra cui la piccola Caterina veniva sballottata – e in segno di continuità con la pellicola la giovane Alice Teghil fa parte dell’ottimo cast de I liceali – nella miniserie firmata da Pellegrini i personaggi appaiono molto più sobri e veritieri, interpretati in maniera altrettanto spontanea dai giovanissimi e talentuosi attori: una generazione di interpreti che lascia davvero ben sperare per il prossimo cinema italiano e che ci sembra superi in bravura i fratelli maggiori, i Vaporidis, le Chiatti e gli Scamarcio vari. Volti nuovi, sicuramente in parte e già corteggiati anche dal cinema, come Vittorio Emanuele Propizio, un Valerio Mastandrea in erba, che si era fatto notare interpretando Accio bambino in Mio fratello è figlio unico.
La regia di Pellegrini si addentra nel microcosmo liceale con la giusta dose di ironia e sensibilità, evidentemente desiderosa di affrancare questa gioventù dagli stereotipi imposti dallo stile mocciano che anche i ‘veri’ studenti del Socrate rinnegano a chiare lettere. Non ci sono né Babi né Step per i corridoi di questi licei reali o ricreati con sincerità; così come i modelli cinematografici più edificanti vengono respinti con disincantato distacco dagli allievi del prof Cicerino, aspirante mentore come il professor Keating di Robin Williams: ‘vuole che ci alziamo sui banchi? Su, ragazzi tutti in piedi così il professore è contento!’ , così incita i compagni il capobranco pariolino Claudio Rizzo, prendendo le distanze dalle visioni poetiche dell’insegnamento de L’attimo fuggente.

E’ la scrittura, in ogni caso, il nodo centrale: capace di immobilizzare un soggetto che per la sua stessa ragion d’essere doveva rimanere invece sfuggente, istantaneo (Diario di classe); ma anche di donare nuova freschezza a un genere che in Italia sembrava ormai unicamente confinato a sdolcinati e fasulli racconti d’amore – decorati da scritte sui muri e lucchetti – o alla sitcom più becera, come il triste esperimento di Via Zanardi 33 aveva fatto temere e che non era riuscita a risollevarsi nemmeno con quel Compagni di scuola, trampolino di lancio per i futuri Step e Gin, fiction di cartone come le sue scenografie.


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