Sorrentino: alla ricerca della grande bellezza

Lo zoo di Sorrentino apre le porte a Cannes 2013 per mostrare i propri nuovi arrivi da tutto il mondo: animali di piccola, media e grande dimensione che si muovono non in gabbie ma piuttosto liberi nell’ampia area senza recinti che costituisce l’immaginazione sorrentiniana.
Con La grande bellezza, ultimo capolavoro nostrano del regista più significativo partorito dalla nuova scuola del cinema napoletano, i nuovi esemplari sono fortissimi nelle loro caratterizzazioni di fronte agli occhi dello spettatore. Jep Gambardella (Toni Servillo), scrittore e giornalista sessantacinquenne, dolente e disincantato, mostra alla camera da presa i suoi occhi perennemente annacquati di gin tonic, assistendo alla continua sfilata di un’umanità vacua e disfatta, potente e deprimente. Al suo fianco Romano (Carlo Verdone), innamorato di una cocainomane capricciosa e perversa, crede nella bellezza di Roma, della sua vita mondana e dei suoi divertimenti perdendosi poi in essi al punto di decidere di lasciarsi tutto alle spalle. E ancora Ramona (Sabrina Ferilli), superba nella sua interpretazione scevra da ogni ghirigoro sia artistico che concettuale, accompagna Jep per un tratto del suo cammino verso la scelta di tornare a scrivere qualcosa che abbia veramente un senso. Lello Cava, Viola, Stefania e tutti gli altri creano il contorno ideale per mostrare la vacua bellezza dei non-luoghi tanto cari a Sorrentino, all’interno di una poetica fitta, intricata e ricca di sfumature dai mille colori.
Luoghi e personaggi senza una vera connotazione e sempre alla ricerca di qualcosa di più che sembra apparentemente irraggiungibile sono i veri protagonisti di tutte le storie di Sorrentino che, come ha commentato lo stesso Sean Penn dopo aver collaborato con lui in This Must Be the Place, si rivela sempre essere “un grande narratore”.
E così i due omonimi Antonio Pisapia in L’uomo in più, Titta di Girolamo in Le conseguenze dell’amore, Geremia de’ Geremei in L’amico di famiglia, Giulio Andreotti ne Il divo, Cheyenne in This Must Be the Place e ora Jep Gambardella ne La grande bellezza rappresentano quanto ci sia di più triste all’interno del repertorio – appunto, un vero e proprio zoo – degli esseri umani, presi a campione da tutti gli strati sociali e ridicolizzati mediante l’uso incessante del grottesco e della figura retorica dell’ironia.
Che ci sia molto dello stesso Sorrentino all’interno dei suoi piccoli grandi gioielli cinematografici è indubbio. Questo ideatore di immagini contrassegnate dai lunghi movimenti di macchina, questo sognatore che fa dell’onirismo la sua marca stilistica, questo tecnico del suono e della luminosità fotografica che dà alla sua troupe modo e tempo di mettere a frutto i passaggi complessi della sua mente raffinata fa del suo cinema un vero e proprio appiglio per l’Italia di oggi, che si specchia in esso con la stessa voluttà e inconsapevolezza con cui Narciso si specchiò nell’acqua innamorandosi della propria immagine.
E dietro tutto questo ci sono le periferie di una Napoli – e zone limitrofe – di cui Sorrentino è innamorato al punto da dedicarle sempre un gentile riferimento, i contesti algidi e afoni di una Svizzera tanto ricca quanto informe, gli spazi razionalisti e squallidi di un entroterra privo di interesse e stimolo come può essere quello dei paesini in provincia di Latina, le grandi e stupefacenti aule magne in cui si gioca il potere di Andreotti, le strade da road movie tipiche dell’America e del suo essere incessantemente a perdita d’occhio e ora Roma, in estate, bellissima e indifferente, come una diva che dopo il suo spannung di splendore muore lasciando di sé il nulla più inspiegabile.

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