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FRAGILE! Di Tena Stivicic

Pubblicato il 26 novembre 2006 da Giulio Frafuso


FRAGILE! Di Tena Stivicic

ROMA - TEATRO INDIA - Nell’ambito del festival Post- Jugoslavia, al Teatro di Roma è andata in scena, unica replica in Italia, l’opera singolarissima di una autrice ventottenne di Lubjana, la Stivicic. La chiave di volta del lavoro è la frammentazione, conseguenza della cosiddetta globalizzazione, un fenomeno che tutti ben conosciamo ma che in area balcanica, e per gli ex-Jugoslavi, ha avuto conseguenze devastanti. Frammentata è infatti l’identità dei soggetti, non solo in quanto soggetti di nazionalità specifica: l’emigrazione/nomadicità attraverso l’Europa li esautora della loro essenza da questo punto di vista. Il presunto cosmopolitismo è solo una caratteristica di facciata: in realtà siamo di fronte a individui, nel teatro e sulla scena come nella vita reale, che non hanno un atteggiamento verso il mondo nel loro intimo cosmopolita, bensì restano ancora irretiti da ataviche onde di tradizionalismo derivato dalla loro origine. Tale effetto è rafforzato dall’accompagnamento musicale costituito da musica popolare jugoslava degli anni ’70 e ’80, mondo sinceramente sentimentale e (effettivamente) fragile.

Frammentato è lo scenario fisico dove si dispiega la loro esistenza. E qui il mezzo scenico va incontro all’idea registica, letteraria e drammaturgica: tutta l’azione è girata e montata in diversi mozziconi distanti tra loro e riincollata di volta in volta, attraverso i mezzi della tecnologia multimediale. Gli attori e il regista sanno mettere in atto magistralmente questi procedimenti rappresentativi, stupendo il pubblico per la loro agilità e versatilità. Attraverso la presenza di piccoli modelli che ripresi dalle telecamere e proiettati sulla scena i personaggi e il loro mondo appaiono a grandezza naturale, ma non lo sono. Gli attori si trasformano in cameramen, poi in animatori e protagonisti sulla scena.

L’autrice mette in risalto, nella sua scrittura, un mondo appunto in cui tutti i rapporti e i punti di riferimento, come prevedibile nella doppia caduta del Muro di Berlino e dello stato jugoslavo, sono labili. E questo con un cinismo non indifferente, quasi eccessivo e in ogni caso comico nel suo grottesco: gli attori si palleggiano commenti sulla situazione politica locale e europea, commentano i fatti riguardanti i rapporti interstatali: secondo le radio, le televisioni e i giornali di una informazione sempre più manovrata e inutile, apprendiamo che “mentre parliamo, attenzione: si stanno allargando i confini d’Europa”, ovvero, com’è ovvio, nuovi stati ne entrano a far parte e noi dovremmo sentirci coinvolti. Ma a chi interessa? A maggior ragione, anziché interessare, il fatto suscita la nostra (e loro) ironia: a Londra infatti non si attende che gli altri “fratelli” europei vengano a disturbare, ma si pensa soltanto, stupidamente e cinicamente, a come farli fuori, metaforicamente e non, quando saranno qua. Una constatazione che potrebbe sembrare inutilmente nichilista, ma invece è profondamente autentica e descrive esattamente, al di fuori di ogni mistificazione e ogni melliflua impostura, lo stato delle cose in Occidente. E presto anche in Oriente: il pianeta non è più, notoriamente, abitabile. Ottima prestazione attoriale da parte di tutto l’ensemble e ottima conduzione, nelle condizioni disagevoli della descritta multimedialità, della regia.[novembre]


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