Francesco Rosi: Orso d’Oro alla carriera

In questi giorni il cinema italiano accoglie con entusiasmo l’Orso d’Oro alla carriera conferito ad uno dei suoi autori di maggior rilievo, Francesco Rosi. Dopo aver già ricevuto in passato diversi riconoscimenti dalla Berlinale per i suoi film, il regista napoletano torna alla massima onorificenza durante la 58a mostra del cinema di Berlino. Un momento di grande prestigio sancito da una serie di iniziative volte a valorizzare l’opera del maestro che vedranno una mostra permanente al Museo Nazionale del Cinema di Torino insieme ad una serie di opere messe in scena al Teatro Stabile del capoluogo piemontese.
Un periodo favorevole inaugurato in occasione degli 85 anni di Rosi, festeggiati nell’ambito della manifestazione Primo Piano sull’Autore, rassegna dedicata ai principali nomi del cinema italiano, arrivata alla sua 23a edizione ed organizzata ad Assisi da Franco Mariotti, con la consulenza del critico Tullio Kezich. Tenutosi a novembre dello scorso anno, l’incontro fra l’alfiere del cinema d’inchiesta e i suoi colleghi è stato anche l’occasione per fare il punto sulla situazione del settore e sui suoi futuri sviluppi.
Adorabilmente burbero, fiero del suo lavoro ma anche umile nello stupirsi di tanto interesse nei sui confronti, Francesco Rosi ha accolto con piacere il calore dei tanti amici presenti, precisando spesso, soprattutto con la stampa, che gli piacerebbe parlare più dei suoi film che di se stesso e delle sue vicende personali. Protagonisti della tre giorni umbra le pellicole di Rosi ed il documentario di Roberto Andò Il cineasta e il labirinto, una lunga intervista al maestro e ad altri protagonisti della settima arte, in mostra anche alla Berlinale ‘08.
L’intervista che segue è stata raccolta ad Assisi il 16 novembre 2007 durante il festival Primo Piano sull’autore.
Come si sente nell’essere considerato spesso come il maestro del cinema politico italiano?
Accetto quando mi si chiama “maestro” perché è una consuetudine con qualcuno che ha una lunga carriera alle spalle. Ma la definizione di cinema politico è riduttiva. Io mi sono preoccupato di testimoniare, di far uscire la vita dalle mie storie, non solo la politica. Le passioni, i vizi, i difetti di chi vive, quindi degli spaccati di vita veri e propri, anche se appartengono ad un’attività principalmente politica.
Questa era una cosa inevitabile per chi cercasse di capire cosa non andasse bene, quali fossero le ragioni del dissesto sociale in una determinata epoca. Pensiamo ad esempio al dopoguerra e all’attività di Eduardo De Filippo nel teatro o di Roberto Rossellini con il cinema.
Quale è il film che preferisce fra quelli da lei diretti?
E’ difficile rispondere. Salvatore Giuliano è ovviamente il primo film importante e mi è molto caro. Ma lo sono anche La Sfida, i Tre Fratelli o La Tregua. E’ forse scontato dirlo, ma è come se fossero tutti miei figli.
Il Sud è stato lo scenario problematico di numerosi suoi film-inchiesta. Come giudica l’attuale situazione economica, politica e sociale del Mezzogiorno?
I problemi del Mezzogiorno d’Italia sono secolari, riguardano dominazioni straniere, povertà, sfruttamento, criminalità. Sono nato a Napoli, amo la mia città ed ho cercato di approfondire i perché dell’arretratezza della società e della borghesia del sud, una borghesia che ha vissuto più sulla rendita che sulla produzione di ricchezza. Ho solo cercato di contribuire alla conoscenza ed alla riflessione con la mia opera.
C’è ancora l’esigenza di fare film su queste tematiche? Il Sud è ancora una terra di ispirazione, o ci può essere posto solo per la rassegnazione?
Vale sempre la pena di fare film sul Mezzogiorno, proprio perché quei problemi sono ancor oggi attuali, urgenti ed irrisolti.
Come valuta il momento di favore che sta incontrando il documentario d’inchiesta in America? Perché in Italia questo filone si è come atrofizzato?
C’è un interesse crescente nel cinema per il documentario, al cinema così come al teatro anche in Italia. Questo interesse deriva da varie cose. Un film costa soldi e tempo ed è molto impegnativo mentre il documentario lo è di meno. Però il documentario viene realizzato con molta più attenzione per quelle che sono le ragioni che spingono alla sua realizzazione. Il cinema invece risente molto della realtà storica che tratta.
Quali sono gli ingredienti di una buona inchiesta? Si va alla ricerca di un obiettivo preciso o si scava senza sapere di preciso cosa trovare?
No, no… Devo sempre trovare qualcosa che mi interessi. Parto per capire a livello umano cosa accade in un certo ambiente, per cercare le cause che penso siano alla base di alcuni effetti.
Cosa sta succedendo nella società italiana contemporanea?
Non solo quello che si può leggere sui giornali o vedere in televisione. C’è una “frenesia di vita”, qualcosa che sconvolge tempi e regole che ora non esistono più. E’ la tv ad aver sconvolto tutto, con il suo rendere in tempo reale quello che prima ci voleva tempo per assimilare. L’essere sempre al corrente di tutto quello che accade in tempo reale trasmette questa specie di “frenesia”. Ogni giorno partecipi a tutti gli avvenimenti globali, ma questi sarebbero argomenti che meriterebbero una riflessione approfondita e non solo visti in un attimo ed in maniera massiccia.
Nel ’96 La tregua ha concluso per ora la sua attività al cinema. Quando potremo rivedere un suo nuovo film?
Dopo La tregua, su proposta di Luca De Filippo, sono tornato volentieri al teatro dove ho iniziato a lavorare alla regia di una trilogia di Eduardo: Napoli Milionaria, le Voci di dentro ed ora sto facendo Filumena Marturano, che andrà in scena ad ottobre del 2008 con Lina Sastri. Qui Eduardo affronta lo scontro fra due personalità e due culture con un’ottima scrittura. Ma sono tutte e tre commedie che osservano gli antichi problemi di Napoli, accentuati dalla guerra. Per quanto riguarda dei prossimi film, credo di aver fatto tutti quelli che volevo. Penso di aver trattato argomenti ancora attuali ed anche pensando a nuovi soggetti, ho visto che spesso avevo già toccato quelle tematiche. Non mi piacerebbe ripetere cose che ho già detto.
Ha un ricordo particolare di qualcuno degli attori che ha diretto?
Penso con molto affetto a Gian Maria Volontè con cui ho fatto cinque film e lo stimo moltissimo. Aveva un modo di affrontare un film molto, molto serio e professionale. Ma ho gli stessi sentimenti per tutti gli attori con cui ho lavorato.
Cosa le piace pensare di aver lasciato alle future generazioni?
L’interesse per gli argomenti che ho trattato nei miei film.
