Happy days in Marcido’s field

ROMA, TEATRO FURIO CAMILLO: Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa sono storico sinonimo di energia e creatività dirompente. Happy days in Marcido’s field ne è la creatura antica e sempre nuova, che dopo anni abbiamo il piacere di rivedere in scena. Un piacere non per tutti. Se siete tra gli amanti delle piece bien fait, se concepite l’attore come un mero interprete e la domenica pomeriggio amate ritrovarvi tra vecchine e pellicce nel grande teatro cittadino, forse questo spettacolo non è per voi. Se non siete abituati alla forza, alla provocazione; se non concepite l’idea di un intenso contatto tra pubblico e attori; se per voi la quarta parete è tutto e i classici non si toccano; allora Happy days in Marcido’s field non è cosa per voi. Drammaturgicamente derivato dagli Happy days di Beckett, lo spettacolo dei Marcido è uno shock per i sensi: dalle luci accecanti, agli odori dei corpi, intensi, non c’è tregua per nervi e neuroni, continuamente sollecitati, provocati. La trama (si può parlare di trama in una piece beckettiana?!) dell’opera è a tutti nota, ma qui è riletta, esasperata nella brillante interpretazione di Paolo Oricco, Winnie perfetta, in bilico tra una sensualità a tratti dolce a tratti animale, che rende gli stati d’animo della povera donna, stretta nella prigionia del corpo, ancor più ricchi e altalenanti: ora gioiosi e infantili, frivoli e vivaci, ora rudi, forti, degni della più dura dominatrice. Winnie sensuale e donna è anche una Winnie forte e virile, protagonista di un rituale quotidiano, solitaria carnefice e vittima dell’impossibile contatto.
Daniela Dal Cin ha progettato per lei una trappola intricata, la sua prigione al sole (un disco arricchito da numerose lampadine) che, come un enorme girello, la blocca dai fianchi in giù: è un impalcatura lignea alla quale si arrampicano, intrecciano e dondolano corpi pulsanti,vibranti e nudi, un coro pensante e cantante che pian piano invade lo spazio e opprime Winnie, echeggiando le sue vuote parole, con l’invenzione di ritmi e cantilene inquiete.
La regia è quanto mai curata, la scena straordinariamente costruita, ma in questo caso, il vero protagonista è lui, Paolo Oricco, nella parte di lei, Winnie, con la sua parrucca anni Sessanta, la pelle tinta di rosso e il suo bustino di rose.
Winnie dinamica nella sua immobilità, in un continuo gesticolare Oricco regge un’ora e mezza di spettacolo senza mai perdere in forza intensità rigore; consuma energie, suda, fa sudare tutto il pubblico, scosso da cotanto ardore. Perché il pubblico in spettacoli simili non può, non riesce proprio a stare seduto sulla sua poltrona tranquillo, rilassato, come di fronte alla tv, come assistesse a qualcosa che gli è estraneo: il pubblico qui vive, partecipa, semplicemente è, i nervi tesi, gli occhi attenti. La natura vera del teatro dovrebbe risiedere proprio in questa interrelazione umana, in questo incontro tra viventi. Senza questo il teatro è mortale. Peccato che sempre più spesso sia così, peccato davvero.
Happy days in Marcido’s field di Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa. Regia: Marco Isidori; Scene e costumi: Daniela Dal Cin; Drammaturgia: tratto da ‘Happy days’ di Samuel Beckett; Interpreti: Paolo Oricco (Winnie).
