I sequel di ieri e di oggi

Dietro i nostri sequel c’è il nostro paese e ci sono i nostri anni? C’è una terra che salta disperatamente sulla sua presunta simpatia, e i suoi bei lineamenti, tutte le volte, tante, che le cose si mettono male? Cerchiamo di capirlo osservando il fenomeno e ragionando. Provando ad individuare analogie e differenza tra la storia del sequel e la natura particolare di questi nostri ultimi esempi, tutti di una comicità poco autoriale e in clamoroso ritardo, inventati dopo una spontanea, pluridecennale e per certi versi inspiegabile torbatura. Dietro i ritorni dei Monnezza, dei Mandrake, dei Terruncelli da curva, dei Canà (e dei Calà che vivono da soli, prepariamoci... ), c’è sicuramente un tempo delle idee più furbe che geniali. Delle intuizioni da mercato fatte più con l’occhio all’esperienza e alla calcolatrice, che all’immaginazione, alla scommessa e all’estro. Ma non è con questi sequel che possiamo misurare le condizioni di salute del nostro paese. E non per forza lo sfruttamento di un prodotto commerciale può diventare lo strumento per rafforzare l’impeto dell’invettiva contro le cose che non vanno. I nostri anni sono stanchi, indeboliti dalla comoda prassi, impegnati più a sopravvivere a loro stessi, e a rafforzare l’ordine creato, che a cambiare le cose. Più a mantenere storto e sbilanciato, ma in piedi, che a raddrizzare. Si vede in giro, si sente nell’aria e nelle cose che si fanno, questo essere seduti su un divano di fiori imbottitto di immondizia. E’ bene, però, fare attenzione a non trasformare un fatto di costume o una tendenza in una chiave troppo grande per aprire l’interpretazione di un periodo. Il sequel a scoppio iper ritardato non è il giusto strumento per convincerci che il paese sia in declino. Come non fa il risorgimento del cinema italiano un grande film. Tra l’altro, il sequel è un fenomeno storico e quasi naturale non solo del cinema, commercialmente parlando. Pensiamo alle telenovelas o ai serial tv, che fanno della loro morte e rinascita quotidiana la propria fortuna. Il sequel, da un punto di vista storico, è inventato da ogni tipo di stagione. Il tempo delle mele è doppio, il sapore di mare ha il suo anno dopo, le vacanze di Natale si ripetono ormai da sempre. Per i più giovani sono come una superlaica liquefazione del sangue di San Gennaro. Entreranno, a colpi di un ormai invisibile sequel, nella tradizione popolare della nostra terra? Saranno come il presepe, il regalo, il torrone? Se non dovesse essere, si spegneranno come candele di una chiesa in un malinconico silenzio generale. E’ sequel l’anno dopo di ogni fortunata esperienza: il più di prima de I prepotenti di Mario Amendola, con Nino Taranto ed Aldo Fabrizi. Il fare fortuna de La famiglia Passaguai capitanata ancora da Aldo Fabrizi. Il binomio povertà-bellezza di Dino Risi, che non ha smesso di esistere, anche se sotto altre titolature, finché il trio Arena-Salvatori Allasio non ha rotto le palle ai più. E’ sequel la ripetizione degli atti di Amici miei e persino il capolavoro de I Soliti Ignoti, che non ha saputo resistere alla tentazione di non morire e si è presentato agli innamorati, tutta Italia, col rafforzativo de L’audace colpo. E poi L’armata Brancaleone, Ritorno al futuro, Fantozzi.
A proposito, una cosa è veramente triste. L’agonia del sequel. La morte della cava. Lo spegnimento della festa. Pensiamo a Rocky, Rambo, Lo squalo e Fantozzi stesso, soprattutto. Fino a che il sequel abbia la cadenza annuale e classica di James Bond. Può crearsi un mare tra l’originale, quello vero, e i fratellastri. E’ possibile che dietro al titolo si nascondano nomi e progetti diversi. Come può accadere che un sequel sia migliore dell’originale.
Un fatto è importante: il sequel da la dimensione di cosa il prodotto originale abbia significato nella storia e nell’economia del cinema e nella storia del costume di un paese. Notte prima degli esami e Io e te tre metri sopra il cielo , I ragazzi della terza c, hanno figliato perché s’erano fatti ricchi. Il film che ha avuto figli è stato un film di grande successo.
E ritorniamo alla forma particolare di questi sequel nostri che recuperano lontani successi e ne sfruttano la eco. Qui, però, entra in gioco un fattore che è utilissimo a spiegare la storia del nostro costume. E non è un film: è un invenzione tecnologica. E’ Il dvd. Questa leggerissima, tascabile e dorata superficie che fa rinascere il cinema e, se serve, sa dargli un’ancor più valida immortalità. Il dvd strappa il film dal suo contesto originario e lo rende trans generazionale. Se L’allenatore nel Pallone risorge oggi in sala, non è perché i trentenni di oggi hanno scritto una folle letterina a Babbo Natale 2007. Al loro consenso ha risposto la spinta dei bambini col dvd e lo schermo piatto, che le battute le sanno come i grandi, forse meglio, e quel calcio un po’ più casareccio, nella loro testa, chissà che bel sapore ha? Il dvd, però, non possiede, e non possederà mai la sacralità che avevano i rari passaggi televisivi dei capolavori nazional popolari. Non sanno ricreare la magia di quel “Ieri in tv hanno rifatto… ”, “E me lo sono rivisto tutto... ”, “Che capolavoro... ”, oppure semplicemente “Ammazza che risate... ”. Su questo la tecnologia non potrà fare molto, ma mai dire mai coi tempi che corrono…
E’ umano produrre e insistere sulla strada dorata del successo. E non si può scomunicare chi si inventa, legalmente, il modo di trarre profitto con i film. Il recupero di questi casi è un’idea come un’altra, lo sfruttamento di un segnale preciso, di un dato. Quei film continuano a piacere ed essere visti. Le loro battute fanno parte del nostro costume in una forma che ci identifica e ci fa riconoscere. L’allenatore nel pallone è classico come certe battute di Totò. Non c’è tutta questa differenza tra il "noio vulevam savuar" e il "cinque cinque cinque". E’ umano aver voglia di continuare le storie che ci hanno appassionato. Piccole o grandi che siano. I Ritorni di Rocky e ora addirittura di John Rambo dimostrano che non siamo i soli a recuperare la memoria e che se declino c’è, non è solo italiano ma globalmente occidentale. E il recupero della memoria è utile, prezioso ed espressione di coscienza culturale e civile anche quando non possiede nulla di elegiaco, anche quando la sua memoria è ancora viva e la sua leggenda è ancora priva di un’aura ammaliante...
