IBSEN - “LA DONNA DEL MARE”

TEATRO ARGENTINA - “LA DONNA DEL MARE” - 14-23.4. - Il teatro Stabile di Torino ha presentato nel gennaio 2005 al Teatro Carignano di Torino, in prima nazionale “La donna del mare”, opera di Ibsen celebre, eppure non abbastanza spesso rivisitata nella sua rilevanza,. La scena, di Giacomo Andrico, un semicerchio di rocce finte, ha qualcosa del tempio celtico, una forma che, deliberatamente o inconsciamente, molto bene si adatta all’opera di Ibsen tutta e senza dubbio a questa in particolare. Il semiciclo di rocce quasi perfettamente regolare, di color verdastro, ha un’apertura, sorta di porta naturale, al suo centro, attraverso cui fanno la loro comparsa i personaggio in entrata e uscita. In una nicchia scavata dentro la parete rocciosa c’è una sorta di giaciglio, ma in effetti ricorda quasi più i loculi delle catacombe, per quanto amabilmente i personaggi possano amare distendervisi. Si percepisce che l’atmosfera di tutto ciò che si compie durante questa narrazione ha come del sacro, del rituale, ed è senz’altro tra i meriti del regista Avogadro aver trasmesso alla messa in scena questo carattere: c’è qualcosa di cospiratorio, di angoscioso, di numinoso sia nel tono che nei contenuti della recitazione di questo brano, per cui tutto ciò che avviene sembra compiere effettivamente un rito al di là dell’azione, un rito che si annuncia fin dall’inizio e che trova la sua conclusione nelle ultime battute pronunciate. C’è un tono nevrotico, alquanto tipico e calzante per una rappresentazione teatrale del periodo fin de sièclein generale e per lo stesso Ibsen in particolare, che mostra con evidenza, pur lasciandolo solo trasparire, che i personaggi mai realmente credano, nel loro inconscio e subconscio, a ciò che di fatto dicono: una sorta di “azione teatrale al contrario”, in cui ciò che lo spettatore percepisce, azione e testo, ha come sottotesto il contrario del contenuto letterale del testo.
Avogadro sembra essere familiare con questo tipo di testi (e infatti ha messo in scena anche un altro autore della fine Ottocento, Tolstoj), e ha offerto un’ottima prestazione, eccetto alcuni dettagli nell’armonizzazione delle diverse componenti del cast. Particolarmente nella recitazione delle figlie Bolette e Hilde, che scelgono (o hanno avuto indicazione registica di scegliere) come personaggi di identificazione delle comari quasi da commedia dell’arte, in ogni modo, nel loro lato grottesco, in contrasto con lo stile solenne e serio degli altri personaggi. sound track come nei gialli convenzionali Interessante invece l’interpretazione di Lyngstrand, da parte di Alessio Romano, il cui stile di recitazione è come in perenne bilico tra la normalità e la crisi nervosa, sottolineato dalla scelta (quanto deliberata non è facile dire) di un timbro di voce stentoreo.
L’edizione genovese della “Donna del Mare” si avvale di tutta una serie di trovate nell’uso del suono di scena, multiple. In alcuni intermezzi, in cui come allucinatoriamente si evoca l’incontro di Ellida Wangel con l’”uomo del mare”, una specie di “Sinfonia-recitativo” risuona (musiche di scena di *, che ricordano lo stile new age di una certa fase di Battiato), accompagnata dalle bellezza della parola poetica di una filastrocca apparentemente ingenua ma perfettamente coerente con i contenuti onirici e con la storia d’amore che sono al centro del dramma: “Le chiuse le orecchie /Le chiuse la bocca / Così salendo la portò sulla terra”. Tutto si condensa in una frase chiave, che riassume per così dire il senso ultimo non solo della scrittura ibseniana, ma di gran parte della produzione letteraria e artistica delle società nevrotiche di fine Ottocento: la donna è in cerca de “La vera vita, quella che mi spaventa e attira”; e in quest’attesa la abbandoniamo, chiedendoci se non sia questo anche il destino di molte esistenze postmoderne, apparentemente, ma solo apparentemente tanto lontane da Ibsen.
LA DONNA DEL MARE
traduzione: Maria Valeria D’Avino
regia: Mauro Avogadro
interpreti: Elisabetta Pozzi, Antonio Zanoletti, Graziano Piazza
produzione: Fondazione del Teatro Stabile di Torino
