Il cielo sopra Berlino

“Esse Est Percipi”
Ma il concetto di Percezione, in senso lato, così costantemente proteso all’alterità dell’esistente, include già, in ogni momento, la necessità strutturale (pre-direzionata) di un’Autopercezione.
Appare una ridondanza linguistica, in effetti, la distinzione tra “percepire” ed “essere percepito”.
Ammettere questa distinzione non significa altro che avvalorare un certo atteggiamento antropocentrico, nonostante gli innumerevoli indizi che la Realtà offre per aiutarci a ridicolizzare (con lucida autoironia) questa convinzione.
Quest’opera, da questo punto di vista, pur incentrata sull’Uomo, nasce come celebrazione ampia dell’Individuo, nel significato eccezionalmente inclusivo di “Ciò che si delinea, all’interno di una porzione circoscritta del Reale, come frammento espressivo del Reale”.
L’entità angelica, ovviamente, è un pretesto rappresentativo.
Oggettivazione simbolica di un ossimoro colmo di suggestioni (ed estremamente ambito), consistente nell’utopia distopica di tradurre l’esperienza in una forma ulteriore di idealismo. Uno Stare Illimitato che non Diviene, in alcun tempo e in alcun luogo.
Stare semplicemente..insistere, innanzi all’esistente..come funzione di complemento strutturale (Figura e Sfondo).
Quest’entità, diluita in una regione di prossimità irreale rispetto al caleidoscopio spiazzante e straziante dei singoli individui, circonda l’istante.
Scolpisce attorno all’Evento un involucro immateriale di Presenza, che lo eterna.
Gli individui, per l’entità angelica, sono pietre miliari di un paesaggio senza percorsi, inafferrabilmente altro dalle coordinate esistenziali manifeste.
Essi (tutti) vengono stesi e incastonati in un tessuto bidimensionale che priva di densità l’immersione nei singoli universi monadici. Superficie e Fondo si assottigliano fino a coincidere, riducendo ogni margine di comprensione. La contemplazione si infrange istantaneamente nella fissazione dell’Evento, senza riflussi.
L’angelo è un martire, in senso strettamente etimologico: un Testimone condannato all’Assenza, che osserva e conserva senza esperire.
Le monadi (le individualità) accatastate in questo modo, sono una moltitudine indistinta. Cosicché dal peso e dalla vicinanza dell’una deriva, al cospetto dell’Eterno, l’immobilità dell’altra.
È particolarmente interessante (e utile) notare, attraverso l’angelo protagonista del film e attraverso la donna di cui si innamora, un parallelismo decisivo tra dimensione “angelica” e “umana”.
La donna (l’existente) si libra nell’aria, nel tentativo rituale di elevarsi, attraverso il pensiero, all’ampiezza oltrepercettiva del pensiero stesso [SublimAzione? Cupio dissolvi?].
Mentre l’angelo (l’insistente, quale grumo fondale dell’Esistenza), nel suo incedere immobile, sempre a un passo dalla percezione (che sfiora, senza riuscire a esserne sfiorato) anela al percorso inverso.
Diversamente rarefatti, si approssimano all’equivoco di un’emersione percettiva.
Per entrambi, il mondo è percezione.
Da un lato, però, c’è l’irreale suggestione di un’espansione percettiva, capace di proiettare il singolo individuo in una dimensione totalizzante di Presenza, dove l’istante è eternato. Dall’altro lato, la tentazione realizzante di un totale distacco dall’eterno, il desiderio ardente e voluttuoso di un abbandono autenticamente percettivo all’interno dell’istante.
La Realtà e l’irrealtà, da un lato all’altro, come prigione e come oasi.
Il limite e l’illimite, da una prospettiva all’altra, che si delineano ora come repulsivi, ora come attrattivi.
“Siamo tutti sulla stessa barca”, l’excipit.
Eppure, per quanto la presenzialità scintillante del Reale prema da ogni lato, è intesa e accolta (in ogni sua forma) come invito malcelato a evadere, frammento indiziale d’Altro, mera allusione comunicativa.
..quelle dita si avvicinano..per toccare..per sentire..ma il nostro corpo delega allo sguardo l’interazione..e il contatto si pietrifica in gesto..
[..chissà se ha senso distinguire l’Essere dall’Essere-Percepito..]
(Der Himmel über Berlin) Regia: Wim Wenders; sceneggiatura: Wim Wenders, Peter Handke, Richard Reitinger; fotografia: Henri Alekan; montaggio: Peter Przygodda; musica: Jürgen Knieper; interpreti: Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander; produzione: Road Movies Filmproduktion, Argos Films, Westdeutscher Rundfunk (WDR); distribuzione: Orion Classics; origine: Germania, 1987; durata: 128’.

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