"Il Gabbiano" al Vascello di Roma

La compagnia "Lafabbrica" dimostra con reiterate prove di portare avanti un progetto che affonda le proprie radici nel teatro d’Innovazione inaugurato nel 1990 dal Teatro Vascello con un grande spettacolo internazionale. Si trattava di "Qui non ci torno più" di Tadeusz Kantor che con il suo Teatro Cricot di Varsavia indicava la linea di tendenza di un nuovo modello di sperimentazione e ricerca di linguaggi innovativi. Da questa seconda fase del lavoro iniziato già molti anni prima – bisogna risalire già ai fermenti sociali e ai movimenti giovanili degli inizi anni ’70, per capire e identificare il percorso della Compagnia diretta dalla poliedrica Manuela Kustermsnn- si è arrivati alla scelta del testo cechoviano per eccellenza "Il Gabbiano", imperniato sul delicato equilibrio del rapporto uomo/arte/vita, costellato da figure intrappolate nei loro ruoli sociali e frutto del mondo letterario russo, al quale va il merito imperituro di aver dato vita a personaggi entrati per sempre nel dna del teatro mondiale.
Le anime messe a nudo in scena dalla Compagnia del Vascello sono ormai diventate i simboli per antonomasia di una sorta di "decadentismo russo”, in cui l’uomo e l’arte si inanellano in travolgenti passioni, spazzate inesorabilmente via dal vento “gelido” della disillusione che ha sempre come obiettive anime belle e fragili, estetizzanti e profonde al contempo: proprio come quelle di Nina e Kostja. La regista Fabiana Iacozzilli, pur rimanendo fedele al testo tenta un adattamento della storia tra il giovane scrittore e l’aspirante attrice, attraverso una recitazione che si potrebbe definire "sopra le righe". Stenta così decollare l’attualizzazione dei personaggi giovani, tranne quella di Masha, che coerente nella propria devozione a Kostja, sprofonda nel sentimentalismo più smaccato fino alla fine della rappresentazione. Il successo interpretativo arriva invece con i personaggi adulti: la madre Arkadina, nota attrice del teatro imperiale russo e il suo compagno, poi amante di Nona, l’intellettuale Trigorin, pomo della discordia e elemento di frattura all’interno del già precarissimo equilibrio della famiglia, e infine l’amministratore delle proprietà interpretato da Simone Barraco, attore dal fascino pasoliniano. Questi personaggi al contrario di quelli adolescenziali vengono sdrammatizzati e resi più vicini al mondo conteporaneo attraverso uno stile interpretativo che evoca il teatro all’italica maniera, suscitando ilarità tra un pubblico che soffrendo già dalle prime scene per dei preannunciati fallimenti, si rasserena grazie dei momenti di leggerezza egregiamente resi dagli attori.
Il delta formatosi tra personaggi giovani e adulti non è casuale: la disillusione di Kosja e Nina è un demone troppo potente per essere esorcizzato da un adattamento comico e un po’ naïf dei dialoghi. Ciò però non determina il fallimento di una regia che a tutti gli effetti si dimostra coraggiosa e basata su una conoscenza profonda della poetica cechoviana, ma la difficoltà sta proprio nel reinventare in maniera innovativa un testo così noto in cui gli attori sono in balia della regia e il loro talento o bravura non è mai sufficente per far rivivere i personaggi rappresentati in passato dai più grandi interpreti di tutti i tempi e paesi. Un plauso va in definitiva alla solida professionalità e l’affiatamento di questa giovane compagnia, che promette molto bene e dalla quale ci aspettiamo lavori che contribuiranno a dare lustro al teatro capitolino in itinere.
(Il Gabbiano) Regia: Fabiana Iacozzilli; drammaturgia: Anton Cechov; scenografia: Mattia Zenardo; interpreti: (Simone Barraco), (Jacopo Maria Bicocchi), (Elisa Bongiovanni), (Luigi di Pietro), (Francesca Farcomeni), (Guglielmo Guidi), (Anna Mallamaci), (Ramona Nardò), (Benjamin Stender), (Paolo Zuccari); luci: Hossein Taheri. Modifica l’articolo
