Il libro di Ester

POGGIO MIRTETO, SALA FARNESE - Una scrivania ed una macchina da scrivere. Battono i colpi, le lettere prendono corpo. Una luce lieve e una donna seduta.
Scrive: la musica parte, è un violino ora triste ora allegro; scorrono, corrono i ricordi. I ricordi di una vita che legano madre e figlia,
che legano la loro microstoria alla macrostoria dell’umanità. ‘Ho voluto prolungare la voce di mia madre. Io sono il Libro di Ester’ dice Iben Nagel Rasmussen, artista che ogni amante del teatro dovrebbe aver visto e conosciuto in vita sua. Vedere Iben significa vedere un’attrice vera, complessa e perfetta.
Dal 1966 divide la sua vita con altri uomini geniali, tra Hostelbro e il mondo, con i compagni di tanti viaggi, con quell’Odin Teatret che è utopia e storia, che è un mito per chiunque il teatro lo viva. Quando la vedi entrare in sala per un secondo il cuore si gela: ti avevano preparato a questo i libri, gli articoli, i saggi, le testimonianze di chi prima di te l’ha vista e vissuta Iben; te l’avevano detto, ma non ci potevi credere, non lo potevi immaginare. Iben entra in scena, non fa che qualche passo, poi si siede. Ma questo basta a caricare l’aria della sua presenza, questo basta a trasmettere significati. Si siede e parla, la voce potente, cadenzata. E’ immobile eppure l’energia che sprigiona è così intensa. Ci si chiede da dove nasca, da dove venga... Eugenio Barba, che di Iben è il maestro, che ne è la guida, disse e scrisse più volte che per comprendere un attore bisogna osservarne i piedi. Da sotto la scrivania illuminata si intravedono appena quelli della Nagel Rasmussen: piccoli movimenti, tesi, misurati. Puoi sentire ogni impulso, ogni sats partire, osservando quei piedi. C’è vita, c’è forza in quei piedi. La macchina da scrivere, intanto, continua a ticchettare, ha un ritmo stupendo, che si confonde con quello del violino: è anch’essa uno strumento musicale, la macchina da scrivere, è anch’essa fonte di armonia. Non è un caso: è quella macchina lo strumento, il simbolo di Ester Nagel, affermata scrittice danese, madre della donna che ora abbiamo dinnanzi agli occhi, protagonista di questo spettacolo, di questo omaggio alla memoria. Alla memoria di questa donna un tempo così forte e vitale, poi vittima degli anni, chiusa e sola in uno spizio in cui la demenza senile le fa rivivere costantemente gli stessi ricordi, gli stessi momenti: a lei è dedicato e di lei parla Il libro di Ester, opera creata dalla stessa Iben per ricordarla, per rivivere ancora con lei attraverso parole e note. Parole scritte dalla stessa Ester ed altre per lei composte da Iben; immagini video antiche ed altre appositamente realizzate. Quando i vecchi film di famiglia in bianco e nero vengono proiettati mentre Iben canta con una gioia profonda, la lacrima trova facilmente la sua strada. Spezzacuore eppur, stranamente, nient’affatto melenso. Sentito e commosso eppur nient’affatto patetico.
Affidate un compito del genere ad un attore qualsiasi e questo tenterà di colpirvi con la sua emozione. Risulterà penoso. Qui non c’è solo pathos: c’è tecnica pura e perfetta. Organicità e artificialità. La fiamma viva dell’emozione dentro al vaso chiuso della forma, direbbe Cieslak. Perfetta. Iben è perfetta anche nel suo italiano duro, è perfetta comunque. Forte come i colpi della macchina da scrivere ed eterea come la carta che Iben stessa brucia creando ombre infinite. Quando tutto è finito e lei scompare dietro alla parete bianca, il pubblico rimane muto, seduto assorto. Nessuno se ne vorrebbe andare, nessuno vorrebbe vedere quella fiamma morire. L’istante è passato ma non lo potrai mai scordare.
(Esters bog) di Iben Nagel Rasmussen; Regia: Iben Nagel Rasmussen; arrangiamento musicale: Anna Stigsgård e Uta Motz; tecnica: Tony D’Urso; photo: Jan Rüsz e Morten Stricker; montaggio dei film: Torgeir Wethal; spazio scenico: Knud Erik Knudsen; grafica: Rina Skeel; consigliere alla regia: Eugenio Barba.
