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Il Teatro Nehalem

Pubblicato il 24 marzo 2011 da Emiliano Paladini


Il Teatro Nehalem

Venerdì 20 agosto 2010 ad Alnwick, Northumberland, Inghilterra, meno di 250 km e, ma qui dipende da chi guida, dalle due o anche meno - qui dipende invece da che macchina si guida e da che strada si percorre e di che tipo - alle tre ore e oltre da Manchester, appena sotto la Scozia, quindi, è stata inaugurata la statua di Henry Percy di Northumberland detto Hotspur, protagonista dell’Enrico IV di Shakespeare. E di quella pittoresca cittadina inglese uno dei cittadini più illustri (stando alle principali fonti internet) è un tale che di cognome fa Busby, John Busby.
John Busby fu un notabile della Rivoluzione Industriale. Egli brevettò un paio di cose utili all’estrazione di minerali, carbone prevalentemente, che si associano con una certa facilità alla Rivoluzione Industriale e alla Ferrovia, traino di quella stessa rivoluzione, che da Manchester partì per tutta l’Europa (Manchester-Liverpool è la dizione standard del primo tratto di strada ferrata); e proprio per questo motivo fu spedito in Irlanda nel 1810.
Nel 1824 John Busby si trasferì in Australia, New South Wales, e a Sydney e per Sydney studiò due modi per rifornire la città di acqua, il secondo dei quali, il primo più efficiente, finito assieme al figlio William, prese il nome di Busby’s Bore. Ma John Busby ebbe anche un secondo figlio, chiamato James, e noto come il padre del vino Australiano - e qui la storia si complica diventando bellissima per i forti accenti consonanti con quella di Filippo Mazzei, Thomas Jefferson e la Dichiarazione d’Indipendenza Americana.
Accettato il fatto che Mazzei di Jefferson è stato anche il consulente enologo per la celebre tenuta di Monticello (Virginia), e al di là di tutte le trame storiografiche sul come e quanto Filippo Mazzei abbia contribuito effettivamente alla compilazione di quel - in tutti casi splendido - documento (La Dichiarazione d’Indipendenza Americana), sulle ali di un bicchiere di vino con James Busby la faccenda diventa leggendaria, nel raccontare un’altra grande storia di libertà. Perché non solo capitanò la coltivazione della vite in Australia e la produzione di vino sempre in Australia (James Busby è il padre del vino australiano); ma in qualità di rappresentante inglese, è uno dei firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza della Nuova Zelanda (1835) assieme a 35 capi Maori (He Wakaputanga o te Rangatiratanga - così si dice in lingua Maori per le United Tribes Of New Zealand), e del Trattato di Waitangi (1840, Tiriti o Waitangi, il documento della nascita della Nuova Zelanda) - James Freeman segretario - che riconosce un Governatore Inglese nelle terre stabilite di proprietà Maori, ai quali vennero accreditati diritti pari agli inglesi (il 6 febbraio è il Waitangi Day dal 1974, l’Indipendence Day Neo-Zelandese; James Busby, che curò entrambi i documenti, è nato in Scozia il 7 febbraio).
Al di là di tutto quanto, comunque, la Nuova Zelanda (New Zealand, in inglese dall’olandese, quasi come New York da Nuova Amsterdam; e curiosamente prima di Nova Zeelandia si chiamava Staten Landt che ricorda l’attuale Staten Island dell’antico dominio olandese sugli attuali confini di NYC) prende il nome da una vecchia (dal punto di vista cartografico) provincia olandese sul delta del fiume Reno (County of Zeeland, capitale Middelburg) - Aotearoa per gli autoctoni di lingua Maori e polinesiani di origine che massacrarono i primi europei a differenza dei native americans.
Lo Zeeland olandese si colloca quindi là dove il Reno sbarca nel Mare del Nord e proprio là dove è sorto il culto della dea Nehalennia che benedice chiunque attraversi il Mare del Nord, compresi i primi che approdarono in epoche antichissime in America (ora c’è una provincia del New Brunswick canadese che si chiama Zealand. Una di queste è ad esempio lo Zealand danese, pezzo di terra strappato dalla Dea Gefjon alla Svezia per far posto al Lago Malaren. Dalla sua invece, il fiume Reno è il fiume in carne ed ossa, se l’etimo gaelico e indoeuropeo identifica river e run assieme. E probabilmente quindi, sul Reno comincia la Veglia, e dal Reno hanno origine i Finnegans. Tracciando un discorso di coerente coesione e adesione tra Joyce e Wagner, solo per dire dell’ultima grande voce narrante della mitologia, della letteratura e della religione nordeuropea, europea delle origini; alla quale non casualmente si rifà tutto il neopaganesimo, voce in capitolo dell’Ulisse, delle regioni Baltiche contemporanee. Visto che il rapporto tra Joyce e Wagner si coagula su altri livelli di tecnica e non solo di contenuti.
E’ molto probabile quindi che Finnegans Wake e il suo paradigma linguistico si apra con un’invocazione a Nehalennia, identificando un preciso punto geografico di partenza, e benedicendo l’impresa culturale anglosassone tra i due emisferi, tra lo Stretto di Bering, il Mare di Tasmania, il Mar Baltico, il Mare del Nord, l’Atlantico e il Pacifico; di cui a conti fatti i Finnegans sono il canto celebrativo tra i due emisferi, della vittoria e della conquista, equivalente alle tracce dell’Iliade/Odissea/Eneide per il mediterraneo greco-romano.
Più in generale però, si manifesta nell’ordine di queste idee una benedizione, per i conquistatori; di cui Henry Hotspur, di Alnwick, la patria di John Busby, che dall’Inghilterra tagliò i due emisferi geografici per l’Australia, è il simbolo teatrale più conosciuto, anche se di per sé è proprio il teatro che è un viaggio nel tempo, nello spazio, nel corpo, nella mente, nell’anima e nel cuore.
Ma il teatro è soprattutto il luogo dove vivono delle storie, «il posto dove vivono le persone» (questo il significato di nehalem, lingua Spokane, originariamente dalle parti di Seattle e ora, «moving to Montana», nella Flathead Nation, diametralmente opposta alla Nuova Zelanda, risalendo verso l’emisfero nord, ma dalla parte opposta del tracciato anglo-americano); derivando una dicotomia allegorica all’interno della definizione di teatro. Composta dal viaggio e dalle persone che si trovano all’arrivo. Vissuta in linea retta tra il pubblico e gli attori. Realizzata tra l’invocazione a Nehalennia dei viaggiatori per Nehalem, per il posto in cui vivono le persone, per l’altro emisfero della vittoria e della conquista; e il fatto stesso che il teatro è nehalem e vive nell’invocazione a Nehalennia.
A questo punto il teatro nehalem, anche considerando la radice greca di teatro, è il posto immaginario, la geografia di un non luogo (il teatro è un non luogo, il luogo dei sets immaginati), il luogo della rappresentazione delle persone che vivono benedette alla partenza dei loro viaggi verso nuove vittorie, verso nuove conquiste; un posto prevalentemente tecnologico e digitalizzato, cibernetico, ricavato da un abisso aderente a una fossa delle letture di Joyce. La traduzione in lingua Spokane di Here Comes Everybody. Teatro e nehalem sono due sinonimi. E’ genetica della rappresentazione umana.


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