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Il tormento e l’estasi di Steve Jobs

Pubblicato il 10 febbraio 2014 da Francesca Polici
VOTO:


Il tormento e l'estasi di Steve Jobs

“Siate affamati, siate folli”. Con queste parole Steve Jobs si congedava dai neolaureati di Stanford. Era il 2005 e da allora queste parole sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo di intere generazioni, irrompendo preponderanti nello loro esistenze e influenzandone sogni e ambizioni. È stata proprio questa sete di conoscenza, questa capacità di osare e azzardare in ogni istante che ha reso Steve Jobs il genio che noi tutti oggi tanto osanniamo. Un uomo che con le sue invenzioni è stato in grado di cambiare il mondo, di rivoluzionare completamente l’universo della tecnologia, mostrandoci come questa sia in grado di migliorare e condizionare le vite di ciascuno di noi. La mela di Apple, sua creatura, è ormai un’icona per tutto il mondo, simbolo di eccellenza ed efficacia. Un vero e proprio culto, quello della Apple, dotato di un protagonismo assoluto che si rifiuta di riconoscere al pari qualsiasi altro sistema operativo. La più famosa ed apprezzata multinazionale al mondo però, nasconde scottanti lati oscuri, in termini etici e morali, che finalmente, a distanza di tre anni dalla morte del suo creatore, vengono messi in luce.

Il tormento e l’estasi di Steve Jobs, scritto dall’americano Mike Daisey poi tradotto e riadattato da Enrico Luttmann, pone l’accento proprio sul costo umano dei prodotti della tanto ambita “mela”. C’è voluto il coraggio di Daisey, definito già il Micheal Moore del teatro, per mettere in luce ciò che in realtà non è tanto ignoto quanto ignorato. Attraverso un monologo critico e dinamico interpretato da un incredibile Fulvio Falzarano, che in questo spettacolo ci dona una perfetta interpretazione attoriale, si ripercorre la storia di Apple, dalla nascita nel garage di Steve Jobs alla sua affermazione come più grande e imponente multinazionale mondiale. Un percorso che non lascia da parte la genialità e la sofisticatezza dei software, ma a queste affianca lo sfruttamento e la brutalità delle condizioni a cui sono costretti i lavoratori che fabbricano questi prodotti. Dopo alcune velate e brillanti denuncie al modello consumista, come questo sia in grado di insediare bisogni e necessità di cui si ignorava totalmente l’esistenza, veniamo catapultati nella realtà di Shenzen. Una città cinese in cui ogni giorno migliaia di uomini, donne ed adolescenti vengono costretti ad atroci condizioni di lavoro. Qui la tutela dei diritti sembra un lontano miraggio e il suicidio la soluzione più facile e indolore a cui tanti, troppi di loro ricorrono sempre più.

Ma non è certo una novità questa. Al giorno d’oggi, quasi tutti i cittadini del cosiddetto “Occidente civilizzato” conoscono le atroci condizioni di lavoro degli operai cinesi. “Non è un problema d’ignoranza” - ci dice Falzarano alla sua ultima scena - “Il problema è che a noi di queste cose non ce ne frega proprio niente”. Un giudizio severo e quanto mai conforme alla realtà a cui seguono pochi istanti di gelo in sala, poi, prima che le luci vengano riaccese, il buio del teatro viene spazzato via dalla luce di uno smartpohone in platea. Ne segue un altro, poi un altro e un altro ancora. Fine dello spettacolo. “Stay hungry, stay foolish” o forse sarebbe più appropriato “I shop therefore I am”.


(Il tormento e l’estasi di Steve Jobs); Regia: Giampiero Solari; drammaturgia: Mike Daisey, traduzione e adattamento di Enrico Luttmann; luci: Paolo Giovanazzi; video: Cristina Redini; interpreti: Fulvio Falzarano; teatro e date spettacolo: Roma, Teatro Vascello dal 4 al 9 febbraio 2014.


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