INCONTRO CON ANTONELLO AVALLONE, DIRETTORE DEL TEATRO DELL’ANGELO DI ROMA

Ad Ottobre è stato inaugurato a Roma, in zona Prati, il nuovo Teatro dell’Angelo. Fautore di questa apertura è Antonello Avallone, attore e regista teatrale, che di questo nuovo stabile è anche il direttore artistico. Da sempre amante della commedia napoletana e di Woody Allen, Avallone porta una ventata di ironia intelligente nel panorama teatrale romano.
Dott. Avallone, quali difficoltà ha trovato aprendo questo nuovo teatro e quali prospettive si è posto?
Il teatro dell’Angelo è un teatro che io sono riuscito ad avere alla fine di giugno e che è rimasto chiuso per molti anni. Bedi Moratti nel ’93 venne a Roma e trovò questo spazio. Lo restaurò, e lo adeguò ad uno spazio teatrale. Ma durò solo 4-5 anni e poi fu affittato per alcuni anni dalla Rai. Quando sono arrivato io, fine giugno 2006, abbiamo trovato una situazione di abbandono. Soprattutto dal punto di vista economico e organizzativo. Io mi muovo in proprio. E ci tengo a precisare che non abbiamo avuto nessun contributo da un ente pubblico o privato, E questo però ha reso necessario un lavoro estremamente intenso di questa società appena nata, Compagnia delle arti s.r.l., gestita da me, da mia moglie e un’altra mia collaboratrice. Tutto ciò ha permesso però di aprire questo spazio. Obiettivo, quello di proporre una stagione all’insegna del divertimento intelligente. Io ritengo che il teatro sia emozione e che sia un qualcosa che si fa tra gli attori ed il pubblico. E’ uno scambio di emozioni e quindi è qualcosa che va dritto all’anima. Questo primo anno, impostato sulla commedia napoletana, abbiamo autori come Eduardo De Filippo e Raffaele Viviani, che è poco conosciuto, e cercheremo di farlo scoprire perché noi cerchiamo anche di fare cultura. Raffaele Viviani non lo conoscono e noi rischiamo, con un suo spettacolo che si chiama Morte di Carnevale.
E’ sempre difficile riuscire ad attirare il pubblico a teatro. Come vede questa situazione?
Secondo me ci sono due problemi fondamentali. Uno che c’è molto cattivo teatro in giro. E parlo di Roma. E il pubblico non ha una sensibilità adeguata e quindi si beve anche cose sciocche. Che poi annoiano e fanno sì che poi al teatro non ci si vada più. Il secondo problema è il prezzo. Ovviamente il confronto con il cinema non regge. Però il teatro costa, costa tanto. Io sostengo che è uno sport per gente ricca.
Nel suo passato artistico oltre a Eduardo, lei ha portato spesso in scena anche Woody Allen.
Io ho cominciato col teatro napoletano così per gioco e poi ho continuato ma nessuno mi si filava. Poi abbiamo fatto uno spettacolo su Woody Allen. E’ venuto a vederlo un giornalista. Il giorno dopo si scatenarono tutti i giornali e uscirono dodici pezzi di esaltazione su questa mia performance su Woody Allen. E io ho continuato a portarlo in giro con altre situazioni. Quando Allen si mise con Soon Yi, il popolo italiano, bacchettone, disse “che vergogna”. E i suoi film smisero di incassare. E se smette di incassare Woody Allen figuriamoci io. Però ogni tanto lo rifaccio. Tant’è che quest’anno il 3 dicembre, che Woody Allen compie settant’anni, noi facciamo una serata dedicata a Woody Allen in cui riproporrò “Io e Woody”, uno spettacolo che ripropone tutti i suoi monologhi degli anni ’74-’77
Woody Allen, dunque, è stato una fonte di ispirazione da un punto di vista artistico, soprattutto per quanto riguarda la recitazione.
Io ho alcuni miti nella mia vita. Che sono Totò e Woody Allen, che sembrano molto lontani ma non è così. C’è un elemento che collega i napoletani con gli ebrei newyorkesi: quello di essere autoironici. Comunque come ogni attore io sono una somma ponderata di una serie di attori. Se la miscela ha le misure giuste come un buon cocktail allora viene un attore nuovo.
Lei pensa che la recitazione televisiva influenzi il gusto degli spettatori e che è quindi per questo che non si riesce ad apprezzare il teatro fino in fondo?
Sicuramente quel tipo di recitazione contamina il gusto comune. La maggior parte degli attori che lavorano in televisione non sono attori che possono fare teatro. Il teatro ti fa essere nudo di fronte agli spettatori. In tv è finzione. Qui è realtà. Noi cerchiamo sempre di interpretare dei personaggi. Perché solo così dall’altra parte del palcoscenico arriva qualcosa.
Molti giovani tentano di fare teatro ma non ci riescono. Questo è un problema del teatro italiano in generale?
Nel mio spettacolo abbiamo 14 attori in scena dei quali 6 o 7 sono giovani tra i 23 e i 28 anni che amano il teatro e che sgobbano per arrivare a questi risultati. Io amo molto i giovani perché hanno voglia di sacrificarsi. E con mia grande soddisfazione e sacrificio li vedo crescere. Comunque i giovani ci stanno e sono una grande forza. E io li curo. Ma bisogna farlo con umiltà.
Secondo lei si potrebbe creare un evento che metta in luce il teatro e non soltanto eventi che mettano in luce il cinema o altre forme d’arte?
Si. C’è stata la festa dei teatri il 1 ottobre, qui a Roma. Il problema è che c’è ’è una cattiva educazione nei confronti del teatro. Qui facciamo anche una scuola. Una per spettatori e una per insegnanti, che vogliono portare il teatro nelle scuole. Io, personalmente, il teatro lo faccio con amore e con comunicativa. Se il teatro lo fai dietro la linea del sipario non serve a niente.
