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Incontro con Cristina Borsatti

Pubblicato il 6 maggio 2006 da Giampiero Francesca


Incontro con Cristina Borsatti

Abbiamo incontrato per voi Cristina Borsatti, docente di “Teoria e tecniche del linguaggio cinematografico” presso l’Università di Trieste, story editor saggista e giornalista collabora con i quotidiani "Il Piccolo" e "Avvenire" e con il magazine "35mm.it". È stata assistente alla regia cinematografica con Bigas Luna e ha pubblicato il “castoro” su Roberto Benigni 2002 e Il remake. Il cinema degli ultracorpi.2003 L’abbiamo intervistata come autrice della monografia dedicata a Monica Vitti. Un Volume, edito da “L’epos”, composto da un’elaborata narrazione, numerose interviste e appendici.

Quali sono i motivi che l’hanno spinta a scrivere un libro proprio su Monica Vitti

Innanzitutto devo precisare che il libro fa parte di una collana, diretta da Antonio Costa per “L’epos”, dedicata ai principali attori italiani, con particolare riferimento al periodo che coincide con l’ascesa della commedia. Per esplicita richiesta della casa editrice si voleva iniziare con un ritratto che avesse come protagonista una donna. Ho scelto Monica Vitti per la mancanza di scritti che la riguardano. Non ha rilasciato molte interviste e le uniche notizie su di lei provengono dai poco conosciuti romanzi autobiografici Sette sottane e Il letto è una rosa.

Il libro è costituito da una parte narrativa e da una serie di interviste ad autori del calibro di Mario Monicelli ed Ettore Scola, grandi maestri della nostra commedia. Oggi viviamo un epoca di continua rielaborazione di quel genere ma con risultati decisamente meno gradevoli. Quali sono secondo lei le motivazioni di questo fenomeno

Sarà banale: grandi attori e grandi autori. Loro hanno fatto la fortuna della “commedia all’italiana”. Monicelli, Scola possedevano, e possiedono, una grande umiltà, dote che gli permetteva di porsi nel migliore dei modi nei confronti di ciò che facevano. Non si sentivano artisti, al limite artigiani. Erano in grado di lavorare in gruppo, di aiutarsi. Proprio Monicelli mi raccontava che spesso capitava di ritrovasi tutti insieme, nelle vecchie osterie romane, per correggere le sceneggiature. Sarà anche una leggenda metropolitana ma, sempre Monicelli, mi descriveva come non si vergognassero affatto a chiedere un parere alle persone che si trovavano nello stesso locale. Persone comuni che erano lì solo per mangiare.

C’era una straordinaria osmosi fra società e cinema, la popolazione era in grado di identificarsi con le immagini sullo schermo...

Prendi ad esempio la scena in cui Monica Vitti compra un frigorifero (Le coppie). In quella sequenza si identificavano, ironicamente, tutti quegl’italiani che, anche solo per aver in casa un elettrodomestico, si sentivano parte integrante del boom. La capacità di raccontare l’Italia e i suoi abitanti era la vera forza di quel cinema

Oggi non è più così?

Oggi un regista, anche se all’esordio, spesso, si sente in primo luogo un artista. E’ proprio la mancanza di quell’umiltà che molte volte impedisce ai nostri autori di arrivare al livello dei loro predecessori. Ovviamente bisogna contestualizzare: Monicelli, Scola erano autori del dopoguerra, un’epoca in cui c’era una straordinaria voglia di raccontare, di poter guardare oltre le barriere fin ad allora impostegli. Non è un caso che, anche al giorno d’oggi, in molti paesi in via di sviluppo ci siano correnti culturali vivaci e prolifiche. Il fenomeno dell’immedesimazione della gente con i protagonisti del grande schermo è presente anche oggi ma si manifesta in modo meno esplicito. Prendi ad esempio un regista come Gabriele Muccino, un buon esponente della nostra commedia più recente. Nei suoi ultimi film è molto semplice leggere la precisa scelta di un targhet di riferimento, i trent’enni. Per loro credo sia molto facile identificarsi con i protagonisti di “Ricordati di me” o dell’”Ultimo bacio”. Manca però quel respiro più ampio, quel senso di rappresentare tutti, universalmente, che avevano le commedie di una volta

Come valuta comunque il fatto che, a distanza di decenni, la commedia sia l’unico genere ancora prodotto in Italia

Credo che la commedia faccia parte del DNA di ogni italiano ed è quindi logico che, nonostante il passare del tempo, resti protagonista della nostra cinematografia. Sempre Monicelli mi faceva notare come gli americani tendano a dare di loro un immagine trionfante, di successo mentre noi tendiamo a prenderci in giro. Siamo un popolo dotato di grande autoironia.

Tornando a Monica Vitti. Ha parlato di grandi autori e grandi attori. Anche dal punto di vista recitativo siamo in un periodo di magra.

So che può risultare banale ma credo che molta della colpa vada attribuita alla televisione. Una volta, prima di arrivare al cinema, un attore passava dal teatro. Una gavetta dall’enorme valore formativo. Oggi è la televisione il principale trampolino di lancio verso il grande schermo. Un mezzo che certamente non aiuta i giovani attori a mettere in luce le loro potenzialità

Anche nella carriera di Monica Vitti il teatro ha avuto un’importanza fondamentale

Certamente. Monica Vitti ha fatto moltissimo teatro che la ha permesso di acquisire, insieme alla grande esperienza, quella forza, quell’autostima necessaria a superare i momenti difficili. Per lei non è stato affatto facile iniziare a lavorare nel cinema. Non rappresentando certo i canoni della bellezza dell’epoca ha dovuto faticare per imporsi, ma proprio grazie a questa fatica e questa maturazione ha saputo trovare la forza per tirar fuori il suo talento. E’ ovvio poi che in ogni esistenza accadono degli episodi che ti cambiano la vita. L’incontro con Antonioni per lei è stato fondamentale. In sostanza però le ha solo consentito di accelerare un processo inevitabile.

MONICA VITTI di Cristina Borsatti (L’epos; 19,80euro)


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