Intervista a Adelchi Battista autore di "Io sono la guerra"

Un filo spinato, lungo un mese: dal 23 giugno al 25 luglio del 1943. Gli spuntoni in realtà sono dispacci, bollettini, cablotaggi, fonogrammi, viceversa l’intrecciarsi del metallo le relazioni, gli intrighi, i giochi di potere sullo sfondo di una guerra che distrugge popoli, dignità umana, capacità intellettiva. Tutti passano per questo filo spinato temporale, da Mussolini a Hitler, da Roosevelt a Churchill, dal capitano Mendolia a Elena di Montenegro, da Dino Grandi a Giuseppe Bottai, dal Papa a Rachele Guidi. L’ equilibrio si regge grazie allo scrittore molisano Adelchi Battista che, con il suo “Io sono la guerra”, edito da Rizzoli, già da un anno fornisce ai lettori la sua penna “meticcia”, in cui le razze della letteratura, del cinema e della serialità televisiva trovano pieno sfogo. Restìo a svelare le sue tecniche di romanzo e più generoso nel fornire il suo occhio sulla storia, lo abbiamo incontrato per fare due chiacchiere.
Piazza Venezia, un tempo luogo della massima glorificazione del fascismo, è ormai perennemente deserta … il gran caffè Faraglia, una volta ritrovo conviviale proprio di fronte al palazzo, ha cessato l’attività, così come gli alberghi delle vicinanze. Siamo all’inizio del romanzo e già si percepisce l’utilizzo della descrizione come mitizzazione, in questo specifico caso della solitudine del Duce.
“Piazza Venezia neanche a parlarne”. Ti confesso che questa frase è uno dei possibili incipit del mio prossimo romanzo che segue “Io sono la guerra”, e a parlare è Badoglio, che rifiuta quel luogo come sede del suo governo. Piazza Venezia la descrivo come luogo di decadenza, essendo il simbolo forte del potere fascista. Tuttora la sala del Mappamondo, l’ufficio di Mussolini, conserva quella significazione di asse portante intorno al quale ruotano i destini dell’Italia. Se tu vai oggi non puoi accedere al balcone, ci sono sale da museo chiuse al pubblico e, nel corso degli anni, c’è stata una capillare rimozione del simbolismo fascista. La descrizione di cui parli serve a creare l’idea di sintomo della fine di un’epoca e dell’imminente caduta di Mussolini.
Ti chiedo un commento sulla milizia, nello specifico il battaglione “M” che protegge Mussolini, che sembra diventare quasi uno spettro della presenza del Duce. Mi riferisco ai passaggi in cui si cospira.
Sì, il battaglione “M” era la legione paramilitare d’élite che proteggeva tutto l’architrave fascista e, in particolare, l’incolumità di Mussolini. La questione milizia era importante per due motivi. Ambrosio, il capo di stato maggiore generale, che trama per il colpo di Stato, sa che, inviando la “M” in Sicilia, può depotenziare le legioni fasciste a Roma. Dall’altro lato, Galbiati, capo di stato maggiore della milizia, capisce il gioco e insorge facendolo presente a Mussolini.
Tempo della storia e tempo del racconto coincidono, e il lettore è responsabilizzato ad interagire con un’esperienza temporale. Tale meccanismo è molto cinematografico non trovi?
È un meccanismo non originale ma utile, il classico ticchettìo dell’orologio che, in questo caso, è anche retroattivo, visto che noi sappiamo, avendolo studiato a scuola, che il fascismo cade il 25 luglio 1943. In teoria si sa tutto, si conoscono i protagonisti e il loro destino. La suddivisione in secondi, minuti, ore, disseziona il tessuto e porta in dote il ticchettìo proprio della bomba che esploderà. Prima di questo, vogliamo conoscere tutte le azioni e il loro susseguirsi.
Mi viene in mente una serie televisiva: 24. Il tuo libro sembra come ricreare degli split screen continui.
È vero; io penso anche al Jack Folla della radio, con questa donna che gli racconta i giorni rimanenti all’esecuzione. Sì, in effetti, ci sono parti in cui si salta da un posto all’altro nello stesso istante e poi si ritorna indietro per seguire un determinato episodio. Troverai un abuso del meccanismo nel prossimo libro, soprattutto riguardo ai giorni dell’armistizio.
La narrazione spesso procede a coppie, che al loro interno sono in contrasto. Da un lato Dino Grandi, Presidente della Camera, e dall’altro Carlo Scorza, segretario del partito nazionale fascista, Patton da una parte e Eisenhower dall’altra e via dicendo. Stessa genesi ma differenti obiettivi?
La cosa non è premeditata. Grandi e Scorza, riguardo al famoso ordine del giorno del 24 luglio, hanno sempre dato interpretazioni diverse. La più accreditata è quella che vuole Scorza come il vero doppiogiochista, mentre Grandi si salva come soggetto di una certa precisione, nonostante molti sostengano che non vedesse l’ora di far fuori Mussolini e scomparire. Con le versioni contrastanti ho cercato di attuare un equilibrio, visto che la documentazione italiana, rispetto a quelle degli altri paesi, è andata in gran parte distrutta volutamente dalle nostre spie. Per i due generali americani, Patton era un cowboy senza scrupoli, aveva metodi barbari che non piacevano assolutamente a Eisenhower, che mal sopportava la sua inciviltà e spesso lo richiamava all’ordine. Nonostante ci abbiano liberato, la loro non è stata un’occupazione pacifica.
Hitler comanda lo spazio circostante, e il polo nazista in generale si autoalimenta con strategie militari, numerologia estesa, soprattutto nelle descrizioni dei campi di concentramento. Hitler arriva a un certo punto a sentenziare energico a Mussolini: Mi permetta di spiegarle alcuni concetti riguardanti la Guerra totale. Mi motivi viceversa un Duce sempre in balìa del contesto e preda dello spazio esterno?
Hitler, ed è la storia che lo dice visto che queste parole sono state realmente dette, mutua da Stalin il concetto di “Guerra Totale”: tutti quanti, donne, bambini, anziani, devono poter contribuire alla guerra e alla protezione del Reich. Abbiamo delle immagini di repertorio con Hitler che decora alcuni bambini per delle operazioni militari. Lui era un vero amante della struttura fascista e della politica di Mussolini. In questa fase però siamo alla fine di un’epoca, Mussolini è fiaccato da una malattia e si rende conto che non può reggere lo sforzo bellico. Nell’episodio di Villa Gaggia è Hitler il trascinatore.
Molti personaggi compaiono in un episodio per poi sparire. È il caso di Romolo Flavoni, che perde moglie e figlia nel bombardamento di Roma del 19 luglio e si accascia di fianco a loro sperando che la terza ondata di bombe possa far fuori anche lui. È realmente esistito Romolo Flavoni?
Sì, e la terza ondata non lo ucciderà. Esiste una letteratura gigantesca con testimonianze orali delle persone che capitarono quel 19 luglio sotto i bombardamenti. Ancora adesso a San Lorenzo, adiacente a Piazza dei Sanniti, c’è un barbiere che ha tutte le fotografie di quella mattina. Solo grazie a queste persone si è venuti a conoscenza dell’approssimativo numero di morti a San Lorenzo, visto che nessuna autorità pubblicò un bollettino. Mussolini imbavagliò l’informazione.
Rimanendo a San Lorenzo, ho trovato bellissimo il passo in cui descrivi la veste di Papa Pio XII che, una volta immacolata, ora è insozzata dalla polvere della basilica e si sporca anche di sangue. Un simbolismo, se ci interfacciamo con la scena del sangue umano che schizza sul bianco cotone, speculare al Tarantino di Django?
Questa frase è stata presa da molti critici come un mio attacco al Vaticano, reo di essersi macchiato della tragedia della guerra per non avere denunciato fino in fondo i crimini. In realtà, come hai notato anche tu, la significazione è tutta giocata su un versante simbolico mediante un’immagine nota.
È invece Donna Rachele l’elemento che, negli scambi repentini di battute con il marito, aumenta il registro tensivo e metaforizza il precipitare degli eventi?
Più che metaforizzare gli eventi, Donna Rachele, descritta dalla storia sempre come una donna contadina ma dalla grande rapidità di pensiero e intenta a fagocitare gli umori del popolo, è l’emblema della comprensione degli eventi. È lei che capisce che il marito è in pericolo. Il suo modo di parlare, il suo dialetto forlivese erano l’emblema della sua schiettezza. È lei che mette sempre sulla corda Mussolini.
In conclusione. Freccero divide la tv italiana in due macrostrutture. La prima di stampo didattico, educativo e la seconda, dagli anni ottanta in poi, che si apre al mercato entrando nel privato con le reti di Berlusconi. Sei d’accordo? Come la televisione ha raccontato agli italiani la seconda guerra mondiale?
Sono d’accordo con l’impostazione, basti pensare al grande contributo della prima televisione nell’insegnare la lingua italiana ad un popolo, in quel tempo, per larga parte analfabeta. Detto questo però, non trovo grandi differenze nel raccontare la storia. La nostra fonte, per la seconda guerra mondiale, sono i documentari dell’Istituto Luce che risentono soltanto del linguaggio, della scrittura e del sonoro che andiamo a sovrapporci. Ci sono state delle deviazioni terrificanti e spesso si è scesi a forti compromessi con il cinema: la musica rock, effetti sonori alla Spielberg, musica retorica di Wagner ecc. Ci vorrebbe un po’ più di rigore.
Autore: Adelchi Battista
Titolo: Io sono la guerra
Editore: Rizzoli
Dati: 527 pagine
Anno: Aprile 2012
Prezzo: 22 euro
Isbn: 978-88-17-05481-2
webinfo: http://www.inmondadori.it/Io-sono-l...
