Intervista a Gianni Canova, autore di Cinemania – Dieci anni, cento film: il cinema italiano del nuovo millennio

Cinemania è un “libro-mosaico”, composto da cento saggi critici che analizzano, peraltro, film molto diversi tra loro. I film scelti vanno a costituire un insieme quanto mai rappresentativo della nostra realtà cinematografica e anche, potremmo dire, del nostro rapporto con il cinema come medium. Come nasce l’idea di sviluppare la sua analisi secondo questa insolita e agile “struttura-mosaico”, che non prevede alcuna gerarchia, ma solo un ordine cronologico?
Nasce dall’insofferenza per coloro che interpretano il lavoro della critica, o anche il lavoro storico sui film, come un lavoro di gerarchizzazione e di attribuzione di valore. E’ una dimensione del fare critica – o anche del fare storia del cinema – che a me interessa molto poco e che ritengo a volte possa produrre anche effetti distorti o prospettive sbagliate in chi legge. Mi interessava di più mettere assieme un corpus dichiaratamente disomogeneo, nel senso che i cento film che compongono il libro sono a volte, a mio modo di vedere, capolavori assoluti nella storia del cinema italiano e a volte film molto discutibili, destinati a lasciare poche tracce nella memoria e nell’immaginario collettivo. Questa disomogeneità è voluta, nel senso che questo insieme voleva essere rappresentativo nel bene e nel male di quello che il cinema italiano è stato in questo primo decennio del nuovo millennio. Quindi, stabilito un ordine arbitrario e convenzionale come quello del numero cento, ho individuato un certo numero di film – non sono dieci all’anno come qualcuno ha detto perché ci sono anni in cui ce ne sono otto, anni in cui ce ne sono dodici – ma, come dire, dieci anni, cento film: è un tentativo di visualizzare sostanzialmente la vitalità di un sistema, la vitalità di una cinematografia che in particolare in questo decennio, secondo me, ha ritrovato non solo un rapporto interessante con il pubblico ma anche il piacere e il gusto di cercare forme attraverso cui mettere in scena mondi.
Il quadro del cinema italiano contemporaneo che viene fuori leggendo Cinemania è, tutto sommato, più che positivo. In questo momento tuttavia non si può affermare la stessa cosa rispetto alla televisione italiana, che inoltre spesso sembra agire sul cinema “abbassandone” e impoverendone il linguaggio con risultati deleteri. Qual è il suo punto di vista sul rapporto tra televisione e cinema nell’Italia di oggi?
Condivido il giudizio che è implicitamente contenuto nella sua domanda. A differenza di quanto accade in altri paesi e in altre culture, penso soprattutto agli Stati Uniti d’America, dove la televisione è diventata un soggetto capace di dialogare alla pari con il cinema, producendo per esempio alcune grandi serie che oggi sono forse quanto di meglio si possa vedere nell’ambito della cultura audio visuale contemporanea, maglio di molto cinema hollywoodiano contemporaneo…a differenza di questo, da noi la fiction televisiva vagola e galleggia su livelli linguistici, estetici e comunicazionali molto discutibili e presenta tutti i connotati di un medium…come dire… obsoleto, rugoso, incartapecorito, ormai del tutto rinsecchito e privo di energie vitali. Stiamo scontando gli effetti di un duopolio culturalmente, linguisticamente, mediaticamente imbarazzante che ha congelato per quasi trent’anni lo sviluppo di un moderno sistema audiovisivo nel nostro paese. Ancora oggi evidentemente la cultura politica e mediatica dominante nel nostro paese ritiene che la televisione sia questo, ma non ci si accorge che ciò che fino a oggi abbiamo chiamato televisione è un “corpaccione” agonizzante, senza futuro davvero, per fortuna. Mi spiace un po’ dover dire che il “corpaccione” è agonizzante non per merito di una battaglia culturale, estetica, politica. Sono altre le tecnologie che provvedono, come dire, a far sparire il vecchio e a fare emergere il nuovo. La televisione, per come la descriveva la sua domanda, è tutta dalla parte del vecchio.
Ammesso che quella dei generi cinematografici possa essere considerata una discriminante, quali reputa gli ambiti più fecondi e quali invece quelli più carenti della nostra cinematografia contemporanea?
Questione complessa, noi viviamo da sempre, dagli anni cinquanta per lo meno, nel regime…non dico della dittatura..ma quantomeno dell’egemonia della commedia. E’ l’unico genere, l’unico porto franco, l’unica koinè che il nostro cinema in qualche modo abbia prodotto ininterrottamente dai tempi del Neorealismo rosa o di Pane, amore e fantasia fino a Che bella giornata di Checco Zalone. Questa egemonia pervasiva, duratura, inscalfibile della commedia ha fatto si che il nostro cinema operasse tendenzialmente delle marginalizzazioni fortissime relative a quasi tutti gli altri generi, che sono sempre stai molto deboli ma che sono tendenzialmente quasi scomparsi negli ultimi anni, nel senso che dal punto di vista dei generi, tolta la commedia…non si può parlare, mi pare, di un cinema horror italiano nel primo decennio del nuovo millennio, non si può parlare di un cinema di fantascienza, non si può parlare di un cinema di guerra, o di fantasy. Ci sono rarissimi esempi di cinema d’animazione, ma troppo poco perché si possa parlare di genere. Accanto alla commedia, con tutte le sue declinazioni e gradazioni che vanno dal cinepanettone al grottesco (mettiamo dentro il calderone commedia tutto…tutta una pluralità di codici e di linguaggi molto ampia e variegata)…a parte la commedia credo che gli unici altri generi che abbiano una qualche…come dire…una configurazione tale che ci permette di parlare di genere sono il melodramma, il melò – che tra l’altro ha da sempre una tradizione nobilissima nel cinema italiano – e qualche leggero cenno di thriller, di noir…penso a un film esemplare come La ragazza del lago, ma collocherei nel noir anche uno dei capolavori de decennio che è Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti. E poi il cinema d’autore, con tutte le esagerazioni, anche, che sono state effettuate nel nostro paese, nel senso che si è feticizzata un po’ troppo, secondo me, la nozione di autore, dimenticando che di autori nel senso canonico del termine nel nostro paese ce ne sono cinque o sei tutt’ora…gli altri giocano a fare un po’ gli autori ma forse sarebbe bene rivedere le categorie, nel senso che…insomma Fellini era un autore ma altri, oggi…
Mettendo da parte pochi registi, tra cui è doveroso citare Sorrentino, si ha la sensazione che il cinema italiano abbia qualche difficoltà “a parlare per immagini”, a sbilanciarsi e ad osare sul piano del linguaggio e dello stile, insomma. Come se non ci si potesse fidare della capacità d’immaginazione di un pubblico sempre più assuefatto alla “televisionarietà”. Dal suo punto di vista, se condivide questa riflessione, quali ne sono le cause?
No, sinceramente non la condivido, perché invece quello che a me pare, nel cinema italiano di questi ultimi dieci anni, è che la centralità dell’immagine, del visivo, del visuale, la capacità di generare senso, emozione e conoscenza attraverso il visivo sia forte. Questo è un po’ lo scarto rispetto al cinema degli anni Novanta. Sorrentino è il più visionario, il più visuale di tutti, ma forse che Matteo Garrone non lo è? Forse che Giorgio Diritti non lo è? Forse che i “grandi vecchi” alla Bellocchio o alla Olmi non sono visivi? Lo sono totalmente. Un cineasta come Bellocchio - che forse è il più nuovo del decennio, lo dico provocatoriamente – ha una visualità incredibile, che fa cinema usando l’archivio, il repertorio della storia del cinema non solo come location ma anche come elemento ulteriormente generatore di drammaturgie assolutamente innovative costruite - penso a Vincere – utilizzando solamente i cinegiornali dell’Istituto Luce. C’è un lavoro sull’immagine, sulla memoria visiva, sull’audiovisivo che io trovo straordinariamente interessante, proprio perché pone al centro la riflessione sull’immagine, sul vedere, sull’atto del guardare. E questo mi sembra essere uno degli elementi innovativi rispetto al cinema italiano di quindici anni fa.
Nel testo si legge che i cento film selezionati “non sono (…) the best of”, cioè non sono stati scelti in base a un giudizio qualitativo, a un giudizio di gusto, per così dire. Se invece dovesse selezionare degli esempi del migliore cinema italiano contemporaneo, a quali registi penserebbe?
Tra i film inseriti moltissimi sono quelli che io ritengo anche i film più belli. Bellocchio e Sorrentino sono dei giganti del cinema mondiale, in questo periodo. Poi non ho inserito, tra i cento film, alcuni film che invece amo molto, ma li amo come si possono amare, come dire, oggetti di affezione privata. L’odore del sangue di Mario Martone per esempio, un film che io amo moltissimo e che produce in me emozioni, perfino commozioni inarrestabili ogni volta che lo vedo, ma mi rendo conto che è un rapporto d’amore privatissimo, come sempre sono i rapporti d’amore. Che non andrebbero neanche resi pubblici, andrebbero pudicamente mantenuti nella sfera privata. Sono talmente convinto di questo che non ho messo, nel testo, i film che amo di più perché preferisco che restino oggetti d’amore privati, non avevo voglia neanche di socializzarli più di tanto…anche perché quando cominci a chiederti perché sei innamorato o innamorata di quella persona vuol dire che l’amore sta finendo…e allora preferisco lasciarli lì, lasciar vivere ancora un poco l’amore e interrogarmi poco sul perché. Se andassi a interrogarmi sul perché forse a volte distruggerei l’innamoramento e l’incanto.
Oltrepassando invece i confini nazionali, qual è il cinema, o quali sono i registi, che più ama?
Beh…c’è un gigante che è Lynch…ci manca perché da INLAND EMPIRE non ha più fatto nulla ma insomma…
Tim Burton e David Cronenberg sono storicamente tra quelli che amo di più. Nelle giovani generazioni amo molto i due Anderson - Paul Thomas e Wes - poi Micheal Gondry e Baumach, il regista di Greenberg, film che uscirà a breve. Amo molto un “grande vecchio” come John Carpenter. Christopher Nolan, autore di Inception, assolutamente. David Fincher. Kathryn Bigelow, non c’è dubbio.
Il 16 Marzo presso la IULM di Milano si è tenuto un convegno che ha avuto come oggetto la ricerca SCOMMETTERE SULLA CULTURA - I Festival di cinema come "valore" economico e culturale, che lei ha coordinato come preside della Facoltà di Comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità della IULM, insieme a Mario Abis (presidente della Makno) e in collaborazione con Giorgio Gosetti (docente di organizzazione culturale al DAMS dell’università di Bologna). Come nasce e come si sviluppa questo progetto di ricerca?
L’idea di questa ricerca nasce dall’esigenza di rispondere con dei dati un po’ più scientifici e un po’ meno empirici alla domanda: investire sul cinema e su eventi culturali legati al cinema oggi significa fare un’operazione di nobile mecenatismo fine a se stessa o significa innescare un percorso virtuoso capace di produrre anche valore economico? Intuitivamente io sono convinto che sia vera la seconda, e cioè che se io investo dei denari su un festival di cinema questo investimento mi produca qualcosa in termini di profitto anche, in termini di valore economico e non soltanto culturale. Ma per rispondere a coloro che dicono – rivestendo anche ruoli istituzionali importanti in questo paese – che con la cultura e di cultura non si mangia, per rispondere a questo tipo di banalità e di idiozie bisogna avere a disposizione dei dati concreti e quindi questo tipo di ricerca va a monitorare una ventina dei quaranta festival italiani iscritti all’associazione “Festival italiani di cinema” per provare a misurare, oltre che le ricadute culturali di un festival di cinema sul territorio, le ricadute economiche. Cioè è vero o no che se io, privato o pubblico, investo cento in un festival posso sperare che questo mio investimento produca redditività ed economia virtuosa sul territorio? I primi dati, i primi festival che abbiamo monitorato, ci dicono di si, che è così. Andiamo avanti, qualora tutti i dati fossero concordi in questa direzione avremmo in mano una bella ricerca da mettere su tavolo di “lor signori”, di quelli che dicono che di cultura non si mangia. Io sono convinto che di cultura si mangi in questo paese e sono convinto che il Ministro della Cultura in un paese come l’Italia è l’equivalente di quello che potrebbe essere il "ministro del petrolio" in Texas. Si parla del principale giacimento di valore sul territorio.
Per approfondire:
Recensione di Close Up al libro Cinemania - Dieci anni, cento film: il cinema italiano del nuovo millennio
, di Gianni Canova, Marsilio editore.
