Intervista a Gianni Romoli

Lo sceneggiatore e produttore romano, che da anni oramai fa coppia fissa col regista turco Ferzan Ozpetek, ci parla del loro nuovo film. Cuore sacro, secondo Romoli, chiude un’ideale trilogia iniziata anni fa con Le fate ignoranti e proseguita col grande successo di pubblico e critica raccolto da La finestra di fronte. Una trilogia poetica definita da lui stesso “sulla forza”. In questo incontro esclusivo ci racconta anche delle difficoltà produttive e dei retroscena della lunga lavorazione del film. Con uno sguardo alla televisione, in cui Romoli ha lavorato per anni come sceneggiatore, e un’altro ai nuovi impegni della sua casa di produzione, affrontiamo anche l’annoso problema della difficoltà di fare cinema e la possibilità di vedere la televisione come industria efficace e potente.
Come è nato Cuore sacro? dopo il successo de La finestra di fronte cosa l’ha spinta a scrivere questa storia, da dove è nata?
Questa storia, come le altre, nasce da uno spunto narrativo e da una esigenza comunicativa. Tutte e due sono soprattutto dell’autore principale del film, che è Ozpetek. Il mio compito è quello di ascoltarlo, capire cosa si nasconde dietro le sue intuizioni narrative e i suoi desideri di comunicazione e di tradurre il tutto in una storia da raccontare, con un inizio un centro e una fine. In questo caso, prima di scrivere il soggetto, io e Ferzan abbiamo discusso a lungo, perché sia lo spunto che il significato di quello che avremmo raccontato presentava molti rischi e molte difficoltà. Lo spunto era un ricordo che Ferzan aveva di una potente signora turca che aveva ereditato una vera a propria fortuna dal padre armatore e che nel giro di pochi anni si era ridotta in totale miseria, la chiamavano La Signora di Ferro. Il bisogno comunicativo invece era legato all’affiorare in Italia (ma anche in tutto il resto del mondo occidentale) di una nuova forma di povertà, che non si dichiara apertamente attraverso una sua rappresentazione eclatante (i barboni, gli homeless), ma che si cela dietro l’immagine solo apparente di una normalità visiva da finto benessere. I nuovi poveri non sono più solo intorno a noi, ma siamo noi stessi. In tutto questo lui voleva anche sperimentare un discorso emotivo che sfiorasse il bisogno generalizzato di spiritualità che c’è oggi, senza arrivare però ad una vera e propria identificazione religiosa. La storia è nata così, poi scrivendola e riscrivendola, è piano piano diventata il film.
Rispetto al film precedente è un cambiamento di rotta o un’evoluzione?
E’ un film molto diverso dagli altri di Ozpetek perché mancano alcune sue linee guida a cui il pubblico in qualche modo si è già affezionato. Per esempio non c’è alcuna storia d’amore, nemmeno del tipo amore impossibile, non c’è omosessualità né trasgressione, non c’è Serra Yilmaz, non c’è quasi per niente la commedia mischiata al dramma. Insomma, mentre costruivamo la storia non ci siamo minimamente preoccupati di fare un film alla Ozpetek, non abbiamo tenuto conto delle aspettative degli spettatori. Il film ovviamente a livello produttivo è molto più costoso dei precedenti, ma questa lievitazione dei costi è naturale dopo aver ottenuto dei grandi successi di cassetta, perché tutti quelli che lavorano al film e sono reduci da un successo costano di più, le settimane di lavorazione diventano di più. Inoltre questa volta abbiamo ricostruito l’interno di un palazzetto d’epoca nel mitico studio 5 di Cinecittà e questo è stato molto costoso. Ma in rapporto ai costi maggiorati non abbiamo cercato di rendere più commerciale il film che, anzi, è uno dei più rigorosi e severi tra quelli fatti da Ozpetek. Infatti non abbiamo nemmeno cercato un cast di attori celebri. Nonostante questo il film, pur nelle sue diversità, è molto simile sia alle Fate che alla Finestra: ha le stesse atmosfere, la stessa poesia. E’ quasi la chiusura di una trilogia sulla forza e la capacità del cambiamento nell’animo e nella vita di una donna. Irene, la protagonista di Cuore sacro, è un’altra faccia dell’Antonia de Le fate e della Giovanna de La finestra.
Come mai la scelta di Barbora Bobulova come attrice? Così lontana dal volto dolente di Margherita Buy o da quello corrucciato di Giovanna Mezzogiorno.
In un primo tempo questo film avrebbe dovuto farlo Valeria Golino. Ozpetek, che è suo grande amico, era sicuro che sarebbe stata lei la protagonista. Mentre la scorsa estate stavamo però finendo la revisione della sceneggiatura, alcuni problemi privati della Golino hanno messo in forse la sua possibilità di poter iniziare a lavorare sulla preparazione del personaggio col regista in tempo utile. Purtroppo la macchina del cinema quando inizia a muoversi verso l’inizio delle riprese è una macchina spietata che non consente dubbi e non deve permettersi eccessivi imprevisti. Così Ozpetek è stato costretto ad incontrare altre attrici. I problemi della Golino si sono tutti risolti poi brillantemente e l’appuntamento tra lei e Ozpetek è solo stato rimandato a un altro film. Tra le varie attrici che lui ha incontrato quella che lo ha colpito di più e che era più giusta per il personaggio era proprio la Bobulova. Ed è stata una scelta fortunata perché la sua interpretazione è una delle punte forti del film.
E’ vero che per un ruolo si era pensato a Virna Lisi e che questa non ha accettato per impegni in tv? Questa situazione può aprire un piccolo discorso sulla fiction che ruba gli attori al cinema?
Non è vero. Nel senso che gli altri ruoli del film non sono stati scritti pensando a un attore piuttosto che ad un altro. Certo, uno dei personaggi principali, la zia della protagonista, è quel genere di personaggio per cui si tende a pensare a una attrice sopra i cinquanta anni, di gran classe e di grande forza interpretativa come per esempio sicuramente potrebbe essere la Lisi. In questo caso interviene il casting, Pino Pellegrino, che propone al regista una serie di idee per il personaggio. La sua proposta più interessante è stata quella di tentare di riportare sullo schermo Lisa Gastoni, grande attrice degli anni Settanta che, volontariamente, aveva lasciato il cinema 24 anni fa. Per quanto riguarda il resto della domanda, direi che non è un problema di furti tra cinema e tv. La verità è che oggi il cinema è diventato un optional, la vera industria è in televisione. E chiunque oggi voglia fare questo lavoro, sia esso o attore o scrittore o qualsiasi altra cosa, deve (se vuole sopravvivere economicamente del suo lavoro) fare i conti con la televisione. Il cinema è diventato un lusso, un privilegio, una rarità.
Voi, lei e Ferzan Ozpetek, fate un cinema di qualità che piace molto al grande pubblico... come vi ponete nei riguardi della tv e delle fiction?
Io ho scritto molta fiction, per esempio tutte le favole di Canale 5 dirette da Lamberto Bava, tipo Fantaghirò ed altre. Per uno sceneggiatore scrivere per la televisione è spesso più gratificante che scrivere per il cinema, semplicemente perché in televisione lo scrittore è spesso più importante del regista nel senso che si dà più importanza alla storia che si vuol raccontare che non a chi la racconterà. Quando invece si scrive per il cinema - almeno in Italia - si scrive quasi sempre in funzione di un regista, si tiene conto del suo modo di girare, del suo mondo, della sua poetica. Per la televisione invece si scrive prima la storia e poi si cerca il regista, a meno che il regista non sia già coinvolto in fase di sceneggiatura (come era Bava) e allora partecipa alla pari.
Sostanzialmente cosa vi ha legati ancora al cinema senza scegliere le vie televisive?
Risposta semplice e anche un po’ banale: finchè ti va bene col cinema e trovi i soldi per girare il film (cosa sempre più difficile) fai il cinema. Poi magari, se non riesci più a montare un film per il cinema, passi alla televisione. A meno che non hai un progetto per cui la televisione sia il canale più giusto e specifico. Raccontare per il cinema o per la televisione sono due forme e due linguaggi molto diversi, ambedue affascinanti. A me piacerebbe tornare a scrivere per la televisione. E anche Ozpetek non è detto che prima o poi non lo faccia: bisogna avere il progetto e l’idea giusta.
Cosa c’è da adottare, quando si produce un film all’anno avente lo stesso regista e la stessa fidata factory alle spalle, per evitare che questo appuntamento diventi quasi un leit-motiv come le commedie di Natale di De Laurentiis? Quale è la strada da non seguire?
Intanto non è un film all’anno, ma un film ogni due anni. Non è una regola. Dipende se ti viene una storia, se hai voglia di farlo. Non è una strategia di mercato. Tra Le fate e La finestra sono passati due anni. Così tra quest’ultimo e Cuore sacro. Magari il prossimo lo faremo subito oppure passerà più tempo. O addirittura non lo faremo più insieme. Non siamo vincolati da contratti o obblighi. Ogni nuovo film con Ozpetek, per me è una libera scelta fatta di volta in volta. E così per lui. Se quello che vuol raccontare non mi piace, non lo faccio e amici come prima. D’altronde, dopo La finestra io e Tilde Corsi abbiamo prodotto Vento di terra di Vincenzo Marra e La nina santa di Lucrecia Martel, due film che non hanno avuto grande successo di pubblico ma che hanno vinto innumerevoli premi nei festival di tutto il mondo e stanno uscendo ovunque.
Quali progetti ha la R&C altre al film di Ozpetek?
Abbiamo fatto due opere prime che dovrebbero uscire tra Aprile e Giugno di quest’anno. Vieni via con me di Carlo Ventura, con Mariangela Melato, Enrico Lucci e un gruppo di giovani attori americani, che è una commedia sentimentale girata tutta in America in provincia di New York e Contronatura di Alessandro Tofanelli, con Andrea Di Stefano, Maya Sansa e Valeria Cavalli che è una specie di thriller d’amore girato tra la natura e gli animali di una riserva naturale. Io sto iniziando a scrivere un remake del celebre film di Alessandro Blasetti La corona di ferro, che è stato uno dei più importanti film fantasy della storia del Cinema.
Come vede il fatto che quest’anno il suo film non si scontra al botteghino con uno di Gabriele Muccino?
Sono contento perché i film di Muccino, oltre a piacermi molto hanno anche grande successo al cinema e quindi poteva essere un concorrente temibile. Già si fanno così pochi film italiani di successo, ci manca solo di metterli uno contro l’altro! Non facciamoci sempre del male!
[febbraio 2005]

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