Intervista a Giovanni De Feo - autore de IL MANGIANOMI

Close Up intervista in esclusiva Giovanni De Feo, autore del romanzo Il Mangianomi (leggi QUI la recensione di Close Up) che verrà presentato sabato 29 gennaio 2011 alle ore 16 presso la storica Biblioteca Berio di Genova (via del Seminario 16). La presentazione verrà accompagnata da uno spettacolo del mimo Enrico De Nicola e dalle letture in storytelling a improvvisazione tratte dal libro.
Il Mangianomi è ambientato in un’Italia fiabesca e meravigliosa in cui si muovono uomini e animali dai poteri magici e misteriosi. Quali sono le tue influenze letterarie e, più in generale, gli spunti che ti hanno ispirato per la scrittura del romanzo?
In ordine caotico: Basile. Buzzati. Calvino. Landolfi. Leo Perutz. Grimm. Ovidio. Pirandello. Tanith Lee. Mervyn Peake. King. Angela Carter. Jack Vance. Borges. Bradbury. Poe.
E qui mi fermo. Tutto il resto viene da incubi, ricordi di paesaggi irpini, fumetti odorosi di cantina e libri-game ingialliti, il teatro San Genesio con ‘il gatto degli stivali’ a sei anni, La bella addormentata di Disney a nove (ah, Malefica!), Munchausen, “l’armeria” con mio padre, lunghe fantasticherie davanti al caminetto di campagna, e soprattutto: la gran voglia di affascinarmi di una storia piena di crudeltà e sangue come solo nelle fiabe.
Il personaggio del Mangianomi, che porta via, per così dire, l’anima delle persone insieme al loro nome, sembra farsi metafora di un interrogativo sulla consapevolezza che abbiamo di noi stessi e sulla nostra identità, interrogativo attorno a cui sembra svilupparsi il nucleo profondo del romanzo. Come nasce questa riflessione?
Tutto ciò che ci da nome è falso, perché viene da fuori, non da noi stessi.
In un certo senso Magubalik trova il suo ‘vero nome’ nella sua prima impresa, che non è la caccia alla bestia divoratrice, bensì la ricerca di tre cani straordinari che sono poi lui stesso.
Questo autocoscienza gli sarà però strappata quando baratterà la parte più autentica del sé con i tronfi gonfiori dell’io; non più il ‘vero nome’ ma ‘il nome per gli altri’ inteso qui come status sociale, come stima dei suoi simili. È al mondo delle opinioni, della fama, dei giudizi altrui, la doxa platonica, che il cacciatore sacrifica tutto, tradendo sé stesso. Da questo tradimento ne verrà una ‘notte dell’anima’ che porterà alla morte del nome, la morte dell’io. Solo allora il cacciatore potrà tornare a essere ciò che era.
Colpiscono, in un romanzo dall’ambientazione fantastica, la profondità e la lucidità con cui vengono descritti i rapporti che legano i protagonisti: non ci sono molte concessioni al romanticismo nell’amore che lega il cacciatore Magubalik alla bella Asprimia, ma piuttosto una grande consapevolezza, amara e anche commovente, delle difficoltà dei sentimenti.
Volevo raccontare l’aspetto più sottilmente illusorio dell’amore, quello per il quale il sentimento che provano due persone è assolutamente genuino, eppure entrambi lo proiettano su qualcuno che non è realmente chi hanno dinanzi. C’è una scena nel romanzo che esemplifica questa idea: quando Magubalik va a trovare nella torre la duchessina senza nome, bianca e pura come una lavagna pulita, e senza capirlo si invaghisce precisamente di questo: che di lei può immaginare ciò che vuole. Tutti gli squassi che seguiranno sono già qui. Anche Asprimia quando cercherà di cambiare Magubalik per farne un ‘buon marito’ non farà che ripetere lo stesso schema. Solo che nel momento in cui ci sarà riuscita non riconoscerà più, alla lettera, l’uomo di cui si era innamorata. In realtà la vera responsabilità non è sua ma del cacciatore, poiché il nome non si può davvero prendere, si può solo darlo liberamente. O come disse un celebre produttore di Hollywood:
“You don’t sell out. You buy in”.
Attraverso il protagonista Magubalik e il suo complesso percorso sembra delinearsi un’antitesi tra il singolo (il cacciatore, libero ma anche solo) e la società (che, ambiguamente, da una parte lo accoglie e dall’altra lo respinge).
Penso che sia così, anche se quando cominciai a scrivere il romanzo non ne ero del tutto cosciente. Ho sempre provato una certa diffidenza verso chi riesce ad incasellarsi in un contesto sociale, sia esso lavorativo o familiare; forse perché le persone più interessanti che conosco sono tutti dei disadattati. È un paradosso, perché le persone che hanno davvero un profondo senso del “sé”, non hanno bisogno di cercare conferme dall’ambiente che li circonda. E poi la società ti respinge se sente che tu puoi fare a meno di lei, che non ne hai bisogno per esistere. È per questo che essere alieni al sistema comporta sempre un rischio, perché se non fai parte di un gruppo ma esisti ai suoi margini allora sei visto come un pericolo. Magubalik all’inizio del romanzo è solo, ma si sente attratto dalla gente, dalle case, va a spiarli per vederli dormire, come una fame acre lo mordesse. Eppure questa fascinazione è reciproca, perché in un primo momento la società è sempre attratta dall’eccentrico, anche se poi non vuole che castrarlo, distruggere la sua unicità. Penso a Edward Scissorhand di Tim Burton, di cui questo romanzo è debitore come minimo dello spirito di diversità che anima il protagonista. Alla fine il cacciatore, come Edward, può essere autentico solo in solitudine. Nel momento in cui solo non è più o accetta il sistema oppure deve essere distrutto.
Il Mangianomi è un romanzo pieno di immagini suggestive che restano impresse nella memoria. Quanto e in che modo la tua formazione e la tua attività di sceneggiatore compenetrano il tuo lavoro di scrittore?
In essenza: la capacità di vedere la struttura di una storia, il ritmo delle singole parti e la sua relazione con il tutto. Il resto è casomai frutto del mio bagaglio di spettatore, più che di scrittore.
Se dovessi immaginare una trasposizione cinematografica del tuo romanzo, mettendo da parte con il pensiero, per un attimo, i limiti economici e materiali dell’operazione, a cosa penseresti?
A un film di Terry Gilliam di nove ore. No, a parte gli scherzi, all’immaginario de Il Barone di Munchausen di Gilliam si deve in gran parte la ‘scenografia’ del romanzo. Mi dà da pensare che lo scenografo la costumista e il direttore della fotografia di quel film siano tutti italiani, carichi di quella meravigliosa cultura visiva barocca che volevo rappresentare su pagina. A loro devo per esempio l’idea dei tre ‘aiutanti magici’, i tre cani in questo caso, ma soprattutto il decòr delle scene, e anche delle creature che il cacciatore incontra. L’altra strada sarebbe quello del cartone animato e in quel caso posso solo pensare a Miyazaki, il quale non solo è un genio delle immagini ma è capace di gestire narrazioni ben più complesse della mia.
Gennaio 2011
Per approfondire:
La recensione di Close Up del libro IL MANGIANOMI
