Intervista a John Milius - 29/07/2007

Incontriamo il corpulento (e controverso) regista e sceneggiatore statunitense John Milius, in Italia per presenziare alla serata del Santa Marinella Film Festival. L’intervista che concede a Close Up avviene in riva al mare nella località a pochi chilometri da Civitavecchia.
Appena uscito dall’università, compagno di studi di un certo George Lucas, ha scritto - non ancora trentenne - sceneggiature di film che sono entrati nella storia del cinema, prima ancora di Apocalypse Now. Film diretti da maestri del cinema come Don Siegel, Sydney Pollack, John Huston. Film che hanno un denominatore comune: l’epicità di personaggi ‘bigger than life’..
Tutti i film che ho scritto prima di intraprendere la regia, da L’uomo dai sette capestri a Corvo rosso non avrai il mio scalpo erano stati pensati come piccoli film di grandi storie e così ancora li considero. Film che hanno coinvolto un numero molto limitato di persone nelle stesse riprese e che non risentono di aloni hollywoodiani. L’aspetto ‘epico’ che trasuda dai film che ho scritto e che ho quindi girato deriva molto dalla loro ambientazione storica, dall’uso dei paesaggi maestosi e dalla semplicità dei sentimenti dei personaggi. Storie che abbracciano lunghi periodi storici e che rendono queste storie tanto epiche.
Anche il suo film più conosciuto, Un mercoledì da leoni..
Big Wednesday era nato infatti come un film piccolo, con una produzione all’osso. Una storia che non narra di grandi eventi storici, non analizza politicamente un periodo storico, ma lo racconta attraverso la storia di tre amici amanti di uno sport. Una storia che copre un lungo periodo di tempo e che permette agli spettatori di familiarizzare con i personaggi lungo le varie fasi della loro maturazione sia in termini di amicizia che di valori di vita.
Il lavoro di uno sceneggiatore si deve sempre scontrare con una realtà di copioni stravolti dai registi che li mettono in scena. Lei cosa recrimina nella sua carriera?
E’ proprio nel paradigma della carriera di uno sceneggiatore la parola ‘frustrazione’! Per quanto mi riguarda posso dire che ricordando i film che ho citato, il titolo originale di Corvo Rosso nel mio script era Liver Eating Johnson (Mangia-fegato Johnson, n.d.r.) e questo già indica il grado di violenza e di crudezza più esplicito nella storia che Pollack ha poi ammorbidito. La mia storia aveva un respiro più da tragedia greca, basata sull’aspetto della vendetta, che è stato quasi del tutto epurato dal film. Questo non ha impedito al film di diventare un very good movie. Anche Houston nel tratteggiare il personaggio del giudice Roy Bean interpretato da Paul Newman ha reso alcuni suoi tratti molto meno estremi rispetto a come li avevo concepiti io, ma in entrambi i casi non posso certo recriminare, visti i risultati! La necessità di girare io stesso le mie sceneggiature mi ha però spinto a diventare regista, in una sorta di auto-difesa!
Quasi tutti i film da lei girati sono ambientati in epoche del passato, si pensi ai 12mila anni dell’era hyboriana di Conan agli anni Quaranta di Addio al re: semplice coincidenza o una necessità di spiegare il presente attraverso il tempo?
Semplicemente non amo l’epoca del presente, vorrei essere vissuto cento o più anni fa.
Nei suoi film colpisce l’uso dei paesaggi naturali, che costituiscono a tutti gli effetti un personaggio aggiunto. Non un semplice testimone passivo, ma un motore delle azioni dei personaggi, spesso usato in chiave drammatica, dal mare in tempesta al deserto del Marocco ai boschi dello Utah…
La natura si regola su un principio fondamentale legato al continuo mutamento, che avviene senza costrizioni da parte dell’uomo. La natura non ha in sé nulla di catartico o conciliante, ma è forza primordiale, selvaggia, dirompente, menefreghista. In Alba rossa per esempio, si vedono tutti i mutamenti delle stagioni, il passare del tempo è segnato dal cambiamento del colore degli alberi, del cielo, senza che la natura si preoccupi degli eventi che accadono intorno (l’invasione sovietica degli Stati Uniti, n.d.r.).
Quanto delle sue sceneggiature ha cambiato in corso d’opera o sul set?
E’ nell’intima natura della scrittura la mancanza di una finitezza assoluta. Solitamente seguo molto lo script, ma ogni mio film ha subìto durante le riprese cambiamenti anche sostanziali, giustificati da un mio mutamento di percezione rispetto alla storia che stavo raccontando o dal consiglio di un attore che non sente proprie le battute. Per esempio in Un mercoledì da leoni, la scena del saluto a Jack in partenza per il Vietnam era stata concepita in modo diverso: il saluto avveniva solo da due amici. Sul set ho quindi deciso di mostrare l’addio facendo passare in rassegna uno a uno tutti i suoi numerosi amici, riprendendo Jack di spalle e mostrando le espressioni e i sentimenti di ognuno in secondo piano, ognuno recitando un suo personale saluto.
Un film, Un mercoledì da leoni, che alla sua uscita fu un sonoro insuccesso, ma che è diventato un cult-movie con il passare del tempo, come se lo spiega?
Nei primi tempi dell’uscita del film, il suo fiasco nei cinema mi aveva relegato nella schiera dei registi falliti, nessuno a Hollywood poteva più salutarmi e mi sono dovuto guadagnare faticosamente il ritorno. Anni dopo questo periodo, mi rincuora vedere quanto valga questo film e quanto è valso soffrire l’isolamento che ho subìto per un lungo periodo. Questo film oggi ha superato molti dei film di successo di allora, ha retto al tempo e ancora adesso è fonte di ispirazione sia per i surfisti che per gli appassionati di cinema! Ha addirittura inventato e lanciato il marchio di tavole da surf e vestiario Bear, ormai famosissimo. Strano come nel mondo dell’arte giri il successo, penso a Moby Dick, diventato un cult dopo anni.
L’aneddotica cinefila racconta di un suo cammeo nel film, ce lo racconta?
In realtà sono due: il primo è nella fotografia in sepia dei titoli di testa, proprio nel momento in cui compare la scritta ‘directed by’. Una foto che mi ritrae sulla spiaggia da giovane quando io stesso ero un surfista in California. Il secondo è il personaggio dello spacciatore di marijuana, una passione che coltivo da sempre!
Come quella delle armi…
Si, la mia collezione di armi è molto grande, sono sempre stato un accanito cacciatore. Non è vero però, come si legge di me, che sarei stato pagato per la sceneggiatura di Corvo Rosso con delle armi antiche, queste sono leggende!
Cosa le piace del cinema contemporaneo statunitense?
Non amo molto i film che escono da Hollywood, sono perfetti per racimolare premi come gli Oscar. Devo dire però che l’ultimo a Scorsese per The Departed è stato davvero meritato. Mi piacciono molto i lavori dei fratelli Coen, che tra l’altro hanno scritto il personaggio di Walter, interpretato da John Goodman, nel Grande Lebowski ispirandosi a me.
Ci può raccontare del suo connubio con Sergio Leone, che, come narra Christopher Frayling [3] l’aveva scelta come regista di C’era una volta in America?
No, mi aveva contattato per scriverne la sceneggiatura. Ci siamo incontrati moltissime volte lungo un periodo di svariati anni, ma non riusciva a ottenere i diritti dal romanzo di Harry Grey. Appena ottenne i diritti, non ho potuto lavorarci io, visto che stavo sul set di Mercoledì da leoni. Ma ci siamo sempre tenuti in contatto e stavamo preparando insieme Leningrad: mi aveva affidato la sceneggiatura, prima che morisse. Ho sempre considerato Leone uno dei miei eroi e ispiratori, con John Ford, Kurosawa e David Lean, ed è il mio più grande rimpianto non aver potuto firmare il progetto cui lavorava da anni!
Dopo alcune sue regie e produzioni televisive, si legge di un terzo episodio della saga di Conan e di un film in pre-produzione, di cosa si tratta?
Per quanto riguarda Conan 3, la Warner Bros si sta muovendo, ma non ne voglio sapere niente. Per una mia regia, la produzione è ancora lontana, ma lo script è quasi ultimato: il film si chiama per ora Jornada del muerto ed è un motorcycle-western ambientato ai giorni nostri!
[29 Luglio 2007]

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