Intervista a Peter Bogdanovich - Roma 23/10/2007

Il pomeriggio della Festa del Cinema è stato illuminato dalla presenza di Peter Bogdanovich, giunto a Roma per presentare la commedia nera The Dukes, per la regia di Robert Davi, dove interpreta il personaggio di un manager musicale. Lo incontriamo per Close-Up al Mini Lounge dell’Auditorium, prima di un incontro pubblico. Foulard blu al collo, il regista di New York spazia con sagacia e ironia sul cinema di ieri e di oggi, rivelando le varie anime di artista e cinefilo.
La sua carriera ha avuto inizio davanti alla macchina da presa, come attore. Il passaggio alla regia è avvenuto in un secondo tempo, ce lo racconta?
Sono entrato nel mondo del cinema come attore professionista già a quindici anni, ma dato che ho sempre odiato sottopormi a provini, ho presto virato verso la regia, per poi riprendere a recitare nella saga de I Sopranos. Sono stati sei anni bellissimi, quelli passati ad interpretare lo psicanalista nella serie televisiva, peccato sia finita! Ma questa esperienza ha messo in luce la mia antica passione per la recitazione e ora ricevo numerosi copioni, tra cui quello di The Dukes, di Robert (Davi, ndr) che ho subito trovato splendido. Ma ho anche avuto la fortuna di recitare per Orson Welles..
Ci racconta dell’esperienza da attore per Orson Welles?
Si tratta di The other side of the wind, un film che ha una lunga storia, una pellicola che Welles non è mai riuscito a far uscire. Le riprese del film, girato interamente in Arizona intorno al 1973, durarono in tutto cinque anni, due dei quali mi hanno visto partecipare in prima persona, al fianco di John Huston, Dennis Hopper, Susan Strasberg. Un giorno, dopo una pausa dalle riprese, Welles mi disse sibillino: ”Se mi dovesse succedere qualcosa, voglio che sia tu a finirlo”. Gli promisi che lo avrei finito e dieci anni dopo, quando Welles morì, il film finì in una cassaforte a Parigi, per una questione non risolta di diritti di proprietà della pellicola. Un film finito, per quanto riguarda il girato, Welles riuscì a montare solo 45 minuti di tutto il materiale e io recentemente ho potuto visionare questo montaggio. Come storia posso dire che racconta il mondo del cinema a Hollywood, con uno stile fresco, giovanile, che finirò io di montare sperando di poterlo presentare tra un anno o più!
Come lavora invece con gli attori dietro la macchina da presa?
Non ho mai amato tanto provare prima di girare un film: per L’ultimo spettacolo ricordo che provammo due settimane intere, di cui una a Los Angeles e l’altra in Texas, dove girammo il film. Adesso provo ancora meno, prima di girare, perché credo che se una sceneggiatura è ben scritta e ha dei bei dialoghi, non necessita di improvvisazioni o invenzioni ulteriori. In passato le prove mi servivano per abituare gli attori alle posizioni della macchina da presa nelle varie scene.
Nel 1968 girò Bersagli, un film che vede la presenza di una icona immensa del cinema, Boris Karloff. Ci racconta come avvenne quell’incontro?
A dire il vero Karloff mi fu in un certo senso imposto. Roger Corman mi disse che Karloff gli doveva due giorni di lavoro, che io ho ereditato! Appena saputo dell’’eredità’ che Corman mi aveva girato, mi sono messo a scrivere una sceneggiatura che potesse prevedere una parte da girare nei due giorni consentiti. Ben presto però Karloff si rivelò essere la star del progetto e potemmo averlo sul set per cinque giorni, a fronte dei 23 totali delle riprese.
Dopo Bersagli, lei ha raggiunto un grande successo con tre film completamente diversi tra loro, il drammatico L’ultimo spettacolo, il delirante quasi-cartoon Ma papà ti manda sola? e Paper Moon, tre film che nascono da sue sceneggiature. Come è riuscito a passare da un registro all’altro con tanta facilità?
In realtà i film nascono tutti per caso, si potrebbe girare un film tratto da qualsiasi tipo di materiale possibile. Per L’ultimo spettacolo, per esempio, l’idea mi venne dall’attore Sal Mineo che mi suggerì il libro di Larry McMurtry, con cui ho scritto la sceneggiatura. Appena finite le riprese, prima della sua uscita nei cinema, lo vide Steve McQueen che rimase talmente colpito da chiedermi di dirigere il film che stava per girare, The Getaway (diretto poi da Sam Peckinpah, ndr), ma non accettai. Anche Barbara Streisand si fece avanti per chiedermi di girare un film drammatico con lei come protagonista. Ma io la scelsi per una commedia e nacque Ma papà ti manda sola?, finora il mio più grande successo al botteghino e secondo solo al Padrino come incassi dell’anno. Anche Paper Moon è stato tratto da un libro e la sfida stava nel girare un film con protagonista una bambina. Il titolo originale era Addie Pray, il nome della bambina interpretata da Tatum O’Neal, ma io scelsi Paper Moon dal titolo di una canzone molto in voga al tempo. Gli studios inizialmente mi bocciarono l’idea e deluso chiamai l’amico Orson Welles, che si trovava a Roma e mi disse: “Il titolo che hai scelto è talmente bello che potresti anche non fare uscire il film, ma solo il titolo!”.
Produttivamente sarebbe possibile secondo lei proporre a un grande studio una sceneggiatura dura come quella di L’ultimo spettacolo?
Sarebbe difficile poter rifare un film come quello, prima di tutto le major non permetterebbero di girare in bianco e nero, a meno che non ci sia George Clooney e poi non si potrebbe girare con attori sconosciuti come lo erano allora i protagonisti del film. Un film che girai a basso costo, spendendo 1,3 milioni di dollari, andando fuori budget di 300 mila e rischiando di essere licenziato!
Negli anni Ottanta e Novanta ha diretto altri film memorabili, quale film ricorda come il suo migliore di questo periodo?
Non so se è il mio miglior film, ma tra tutti preferisco di sicuro E tutti risero perché è quello che assomiglia di più, combina i vari lati del mio carattere, quindi la commedia e il dramma e poi fu girato nella mia amata New York in un periodo che ricordo come bellissimo. Ma non riesco mai a rivederlo, sono morti tutti gli amici che lo interpretarono...
Passando al suo film Dietro la maschera nel 1985 lei ha anche diretto un’attrice difficile come Cher. Per il film ci furono anche dei problemi con le musiche, che inizialmente dovevano essere firmate da Bruce Springsteen…
Devo dire che Cher era davvero una gran rompiscatole, ma ha regalato al film una interpretazione unica. Per quanto riguarda le musiche, Bruce Springsteen mi diede il permesso di utilizzare cinque sue canzoni già edite, ma alla Universal, senza dirmi nulla, tolsero tutte le canzoni dal mio montaggio. Un vero sopruso che ho potuto vendicare tre anni fa con l’uscita del dvd director’s cut, che presenta la versione del film come l’avevo concepito io, con otto minuti in più e le musiche che ho avuto gratuitamente da Bruce. Ora posso considerare Dietro la maschera uno dei miei film più riusciti.
Nel 2001 ha diretto The Cat’s Meow, un film tratto da una storia vera, che narra di un omicidio di un regista avvenuto su uno yacht. La barca era di William Randolph Hearst, il magnate dell’editoria cui Welles si era ispirato per Quarto Potere. Ci racconta la storia di quel giorno sullo yacht?
La vicenda mi fu raccontata allora da Welles che avevo sentito la storia dal nipote di Marion Davies, l’amante di Hearst. Sullo yacht era in corso una festa e Hearst era gelosissimo del suo ospite Charlie Chaplin che tentava di sedurre Marion. Hearst, nel tentativo di uccidere Chaplin, sparò per errore a un regista, Thomas Ince, la cui morte sui giornali di Hearst fu descritta come misteriosa e oscura. Trent’anni dopo ho ricevuto una sceneggiatura che parlava di quell’episodio e ne ho fatto un film che praticamente nessuno ha visto, con protagonista una giovanissima Kirsten Dunst.
Cosa le disse Welles di Hearst, il Cittadino Kane del capolavoro del 1946?
Vorrei sfatare un mito che gira nel mondo del cinema e cioè che il Citizen Kane era ispirato da William Hearst. Me lo disse lo stesso Welles che il personaggio di Kane era frutto di una combinazione di 3-4 personaggi diversi, non solo di Hearst, ma anche, per esempio, di un altro magnate dell’editoria, Robert McCormick, che fece costruire per la fidanzata il Chicago Opera House. Quando gli chiesi del perché non aveva usato in Quarto potere l’episodio dello yacht, mi disse, sorridendo in modo malizioso: “Il mio Charlie Kane non è un killer!”.
Oltre alla carriera da regista, lei ha intrapreso una prolifica attività di critico cinematografico, intervistando tutti i massimi autori del Novecento e scrivendo il memorabile libro-intervista a Orson Welles. Da chi ha è stato maggiormente ispirato?
Il libro su Welles mi fu chiesto da lui stesso ed è frutto di numerose interviste avvenute tra il 1969 e il 1975. Welles aveva una eloquenza straordinaria, ma da lui non mi sono ispirato molto per quanto riguarda il fare cinema, piuttosto apprendevo consigli su dove andare a mangiare a Roma! Ma se devo dire chi mi ha maggiormente ispirato, nomino Jean Renoir, uno dei pochi che non ho intervistato nella mia vita. Era dotato di una complessa semplicità, umanamente unico. Un giorno gli dissi che avevo amato moltissimo un suo vecchio film degli anni Trenta, Boudou salvato dalle acque e lui mi rispose: “Era l’inizio del sonoro e ci sono molti errori, la pellicola non era la stessa per tutto il film e si nota la scarsa qualità, a volte il montaggio è troppo veloce, altre volte troppo lento, ma in effetti è uno dei miei migliori!”.
Quali sono, da spettatore, i suoi film preferiti?
Nella mia top5, oltre a Rio Lobo di Hawks ci sono solo film di Renoir, che per me sta al cinema come Mozart alla musica e Turner alla pittura. Cito su tutti French Cancan, La bestia umana e La grande illusione.
Una grande influenza nei suoi film si avverte in Howard Hawks…
Ho imparato a fare cinema per osmosi, grazie ad Howard Hawks, da cui ho preso la mia preferenza di un montaggio invisibile, la sua frase che mi ispira sempre è infatti: “Fai il taglio di montaggio sul movimento, così il pubblico non se ne accorge”. Ma anche Otto Preminger, che usava dire con il suo strano accento: “Ogni taglio è un’interruzione!”
Si assiste a una nuova generazione di registi-autori statunitensi negli ultimi 5-6 anni che ricordano la vostra generazione anni Settanta, che veniva dalla crisi degli studios e che come voi lavorano nell’industria hollywoodiana spesso scontrandosi con i suoi ancora rigidi schemi produttivi. Cosa ne pensa?
E’ vero, ci sono in giro ottime individualità nel cinema degli ultimi anni, registi come Wes Anderson che ormai considero mio figlio e cui concedo di chiamarmi papà!
Cosa pensa dei film che parlano di cinema e di cosa c’è dietro la produzione di un film?
Sinceramente non ho mai trovato un film che possa spiegare a fondo cosa significhi la realizzazione di un film. Effetto Notte di Truffaut devo dire che non spiega bene il meta-cinema, meglio ha fatto Vincente Minnelli con Il bruto e la bella, mentre Otto e mezzo di Fellini è il film troppo personale di un regista che non è comparabile a nessuno. Penso anche a I protagonisti di Altman, non dovrei dirlo, ma lo trovo orrendo, mi da sui nervi! Ho parlato prima del film non montato di Welles The other side of the wind e credo che sia proprio perfetto nel descrivere il mondo del cinema composto da persone ciniche e fuori dal comune.
Ha appena finito di girare un documentario sul musicista Tom Petty, Running down a dream, a quali progetti sta lavorando?
Sto preparando un film basato sulla piéce teatrale Killer Joe. Racconta di una famiglia che vive in una roulotte e pianifica di uccidere la madre per intascare l’assicurazione sulla vita, ma naturalmente andrà tutto storto. Una dark comedy per cui sto facendo i casting in questo periodo per poi iniziare le riprese a gennaio a New York. Un altro progetto cui sto lavorando è Squirrels to the nuts, una farsa difficile da descrivere, à la Bogdanovich con influenze di Lubitch!

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