Intervista ad Andrea Crisanti

In occasione della presentazione del volume “Viaggio nella scenografia”, tenutasi presso la libreria “Liberrima” di Lecce, il regista Alessandro Zizzo ha intervistato il grande scenografo Andrea Crisanti, autore del libro. L’incontro è stato organizzato da Maurizio Guagnano, con la coordinazione di Andrea Coppola.
“Viaggio nella scenografia”, un racconto della sua esperienza nel mondo del cinema?
Sì, un libro che, sinteticamente, racconta un po’ il mio lavoro, nel quale sono presenti anche dei bozzetti e dei disegni. Diciamo che è un racconto delle fasi più importanti della mia professione.
Lei ha lavorato in diversi film girati nel salento, l’ultimo dei quali è stato “Mine Vaganti” di Ferzan Ozpetek. Cosa spinge molte produzioni a scendere in puglia per girare i loro film?
Secondo me per una qualità della luce innanzitutto, c’è una luce che si confà con la luce fotografica e poi per la disponibilità, artistica e culturale che c’è in questa terra. Tutto quello che emerge dalla terra, dalla pietra, dagli ulivi è un po’ un mondo magico e per questo motivo, davanti a certe sceneggiature, viene spontaneo venire a girare qui.
Per la sua esperienza di preside della Scuola Nazionale di Cinema, ha a che fare con le nuove generazioni, quindi i nuovi registi, i nuovi sceneggiatori, i nuovi scenografi. Come li vede i ragazzi che si affacciano oggi al mondo del cinema, rispetto a come eravate voi anni fa?
Io innanzitutto insegno scenografia da oltre vent’anni, ma soltanto da due anni sono preside della “scuola nazionale di cinema” e devo dire che la scuola di cinema oggi è necessaria. Io per esempio non ho fatto nessuna scuola di cinema, pur avendo fatto delle scuole artistiche, tipo l’accademia, il liceo artistico, eccetera. Non ho fatto nessuna scuola di cinema perché la scuola io l’ho fatta per strada, con i grandi maestri, quando c’erano i grandi maestri e quindi bastava seguirli e bastava stare attenti alle loro lezioni. Oggi è un po’ diverso, oggi il cinema si è esteso, il cinema è tutto, è internet, è il telefonino, è la televisione, tutto è cinema e si è un po’ guastata quella disciplina precisa, ferrea, che era il ritmo del racconto cinematografico. Però, voglio dire, quello che io raccomando sempre agli allievi è di essere soprattutto costanti, di non avere fretta e di apprendere il più possibile da tutto. Essendo il cinema un po’ tutto, credo che sia necessario stare attenti un po’ a tutto quello che è la vita.
Lei ha parlato di televisione, il mio ultimo lavoro cinematografico: “La stagione dei finocchi” è un cortometraggio che parla di televisione, è inevitabile quindi che le faccia una domanda sulla televisione. Sicuramente oggigiorno la televisione influenza i nostri comportamenti, dettando mode, atteggiamenti e influenzando la nostra società anche da un punta di vista linguistico. Possiamo dire che abbia ormai anche un’influenza sul cinema, nel senso che lo spettatore, essendo abituato a vedere ciò che passano in televisione, ricerchi al cinema qualcosa di simile?
Io credo che il problema della televisione nel mondo d’oggi sia che faccia scadere il desiderio. Il desiderio sia per chi la fa, che per il pubblico, cioè prima c’era veramente il desiderio di uscire di casa e di andare in una sala cinematografica, “andare al cinema”. Invece oggi con la televisione è tutto abbastanza facile, basta accendere questo elettrodomestico e vedere quello che c’è. Puoi anche scegliere perché poi i canali sono tantissimi, però è diventato tutto un po’ troppo facile e per quello che riguarda il linguaggio, chiaramente è un linguaggio televisivo che non si confà a una concentrazione o a uno studio preciso sull’immagine, è un po’ uno scivolare via, passare il tempo. Ovviamente ci sono anche dei programmi televisivi estremamente importanti, in Italia pochi, però possono determinare delle spinte a stare davanti allo schermo.
Lei ha lavorato con i più grandi, da Antonioni a Bellocchio, Rosi, Tornatore, Ozpetek, ci racconta un aneddoto su un regista o un film in particolare?
Non lo so, adesso non me ne viene in mente nessuno. L’aneddoto più importante secondo me è quello che, quando squilla il telefono della propria casa, uno dice: “questo sicuramente è un grande regista che mi cerca”. E’ in alcuni casi succede.

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