Jack Nicholson: il volto prima della maschera

Il ghigno folle e maledetto di Jack Torrance è probabilmente una delle immagini più persistenti dell’immaginario cinematografico. Fa parte di quei momenti irripetibili in cui il cinema trascende la singola opera per arrivare ad imporsi nella memoria collettiva della cultura popolare. Come il ‘Suonala ancora Sam’ di Casablanca – battuta peraltro inesistente nella pellicola – o il ‘dici a me?’ di uno sconvolto De Niro in Taxi Driver, noti anche a chi non ha visto i film, il volto di Nicholson in Shining è più celebre del film stesso, immagine emblematica della follia riversata di riflesso nell’attore, vittima da allora in poi di una sorta di ‘complesso della maschera’.
E’ infatti innegabile che il dopo-Shining sia stato per Nicholson una continua riformulazione di quel ghigno malefico, riproposto nei tanti caracters di ‘cattivo’, dal Joker di Batman – stilizzazione estrema della smorfia – all’ultimo ruolo, il boss irlandese Frank Costello di The Departed.
Un’interpretazione che è assieme apice e caduta, quella dello scrittore prigioniero dell’Overlook Hotel, il ruolo di una vita che si rivela maledizione per l’espressione artistica di Nicholson, fino ad allora così sottile e sfaccettata. Tornano alla mente le parole di Capote per il capolavoro Cold Blood, consacrazione e fine di una carriera che si immaginava più fortunata ‘Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte’
Non si fraintenda: questo non vuole essere un epitaffio alla carriera spezzata di un attore proprio nell’occasione, tra l’altro, dei suoi settanta anni; il valore di Nicholson come interprete è indubbio ma la sua immensa fama pare spesso dovuta a motivi sbagliati, che tendono ad oscurare la sua vera grandezza: nel corso della sua lunga carriera Nicholson ha infatti dato vita a personaggi meravigliosi, di uno spessore poetico raramente toccato dopo gli anni ottanta; quello che qui si vuole segnalare è come egli sia stato volto, prima che maschera.
Un volto che è stato tra i simboli di una stagione irripetibile del cinema, non solo americano ma mondiale: quella New Hollywood in grado di legare la cultura europea e l’energia di un cinema giovane ma capace di indagare sulla crisi del proprio paese, dei propri valori nazionali.
Dopo la gavetta alla mitica Factory di Roger Corman, Nicholson sale in sella al successo che apre la stagione d’oro di una Hollywood indipendente e coraggiosa, quell’ Easy Rider, epopea di una libertà e giovinezza tragicamente spezzata in cui Nicholson lascia già intravedere i tormenti e le disillusioni di tutta una generazione.
Tratti che appartengono anche ai protagonisti dei suoi film successivi, il Robert di Cinque pezzi facili o il David di Il re dei giardini di Marvin, entrambi dell’amico Bob Rafelson, che mettono in luce rispettivamente l’alienazione dell’artista, al di fuori di ogni gruppo sociale, borghese o operaio, e la disillusione di un’America tristemente millantatrice. E poi, ancora, le ‘conoscenze carnali’ di Nichols e le ‘corvées’ di Ashby, per raccontare le contraddizioni di un Paese puritano, moralmente e politicamente ambiguo. Per arrivare al 1974, anno della vera consacrazione con i ruoli da protagonista nel noir polanskiano Chinatown e in Professione: Reporter di Antonioni, con la scoperta del grande cinema europeo.
Il suo Gittes, investigatore senza fiuto, si apparenta ai tanti antieroi di questo cinema, agli stessi personaggi affrontati precedentemente dall’attore, come agli altri detectives sconfitti dalla complessità di una realtà troppo ingarbugliata per poter essere compresa e indagata.
Gareggiando a distanza con gli altri grandi della New Hollywood, i Pacino, i De Niro ma anche con quel meraviglioso attore ingiustamente sottovalutato che è Gene Hackman – i cui personaggi ne La conversazione di Coppola e in Bersaglio di Notte di Penn si avvicinano molto al Gittes di Chinatown – Nicholson offre malinconici ritratti di uomini deboli eppure incredibilmente vividi nella sua interpretazione; un lavoro di sottrazione, un profilo costantemente basso e defilato che nasconde l’attore dietro al personaggio.
E per chi ha amato molto queste opere è difficile abituarsi alla cristallizzazione della maschera, cui lo stesso attore pare essersi abituato. Alla riproposizione di un cliché, quello del folle, del cattivo, del misantropo che ha animato le sue interpretazioni negli ultimi dieci o quindici anni.
Simpatiche macchiette, come lo scrittore ossessivo di Qualcosa è cambiato, ma prive di spessore; e per cambiare non basta rispolverare il fascino d’antan dei Voglia di tenerezza e Heartburn-Affari di cuore e riscoprirsi amante tenero o seduttore come in Tutto può succedere.
Meglio ricercare quelle emozioni sfiorate dalla scrittura intimista di pellicole minimal come il – seppur vagamente sopravvalutato – film di Payne, A proposito di Schmidt, in cui Nicholson si confronta con la vecchiaia e la malinconia delle cose perdute o l’ingiustamente dimenticato La promessa di Sean Penn, in cui il decadimento fisico dell’attore risulta quanto mai efficace per tratteggiare un altro – forse l’ultimo – eroe sconfitto, che tanto sembra essere nelle sue corde, oliate male, chissà perché, dal cinema contemporaneo.
Una sorte toccata del resto a tanti miti dei settanta, andati incontro in tempi recenti a un vero declino: ricordiamo con un brivido il De Niro di Flawless…
Ma la grandezza è tanta che merita fiducia: perciò auguri Jack, al volto e non alla maschera.
