La pecora nera, elogio funebre del manicomio elettrico

E’ il bisogno di raccontare ad essere vero, non quello che si racconta Ascanio Celestini
“...Raccolgo memorie di chi ha conosciuto i manicomi, un po’ come facevano i geografi del passato. Questi antichi scienziati chiedevano ai marinai di raccontare loro come era fatta un’isola , chiedevano ad un commerciante di spezie e di tappeti come era la strada verso l’oriente o per attraversare l’Africa; dai racconti che ascoltavano cercavano di disegnare delle carte geografiche. Ne venivano fuori carte che spesso erano inesatte ma anche ricche dello sguardo di chi quei luoghi li aveva conosciuti attraversandoli.
Così io ascolto le storie di chi ha viaggiato attraverso il manicomio, non per costruire una storia oggettiva, ma per restituire la freschezza del racconto e l’imprecisione dello sguardo soggettivo, la meraviglia dell’immaginazione e la concretezza delle paure che accompagnano un viaggio.”
“Io sono morto quest’anno” Ascanio Celestini è come sempre l’unico attore sulla scena: piccolo, con quella sua barbetta buffa e solo. Ma, come spesso accade durante i suoi spettacoli, Ascanio comincia ad evocare i personaggi della storia che diligentemente ma senza fretta, rispondono all’appello. “Io sono morto quest’anno” è l’incipit de La pecora nera lo spettacolo che Celestini sta portando da Ottobre in giro per l’Italia. Il lavoro è frutto di tre anni di ricerche, di laboratori e di interviste attraverso i manicomi del Paese. Un lavoro laborioso e meticoloso che unisce il racconto con il ricordo. I laboratori di Ascanio Celestini, per chi li ha frequentati sono un’esperienza particolare: l’intervistato viene messo al centro di un gruppo di uditori e comincia a raccontare la sua esperienza. Celestini lo aiuta, lo sprona ma non lo indirizza, perché ad interessare l’autore non è solo il ricordo, ma la forma con la quale il ricordo viene fuori. Alla fine, analizza soprattutto la postura del corpo, i tic e la teatralità dell’intervistato. E’ ovvio che lo spettacolo, alla fine, abbia tutto il sapore del viaggio, un sapore terribile, splendido e, allo stesso tempo, lo stesso gusto delle fiabe e dei miti: esempi perfetti di equilibrio tra verità ed invenzione.
Così Celestini dimostra ancora una volta il suo talento e la straordinaria capacità di rielaborare racconti diversi, ricordi, testimonianze per trasformarli in un favoloso universo sospeso fra la realtà e la fantasia. Un racconto che incanta e diverte ma che arriva a farci non solo percepire ma “sentire” le disgrazie dei “poveri matti” le torture e la disperazione profonda di chi era costretto a subire senza avere la possibilità di ribellarsi ai propri torturatori.
La pecora nera è la seconda tappa di un progetto più ampio iniziato nel 2002 con “Fabbrica”, una testimonianza che vuole analizzare il rapporto tra gli individui e le istituzioni cardine del nostro Paese. Non un inchiesta sui manicomi ma una straordinaria riflessione sul nostro tempo, sulle forme di alienazione e di amalgama che l’Istituzione progetta in nome del recupero dell’identità. Identità che, invece, inesorabilmente annulla.
E’ l’eccezionale lavoro di Celestini che sulla memoria e sui ricordi, intesse il suo bisogno di raccontare e soddisfa il nostro bisogno di ascoltare.
Regia e Testo: Ascanio Celestini
