LA PESTE

Nell’ambito della Rassegna 300 Km a nord. Nuova scena toscana a Roma sono state ospitate, presso il Rialto Santambrogio di Roma, le produzioni di cinque nuove compagnie che operano nella suddetta regione. La Peste La Peste è il titolo dello spettacolo di Edgarluve di Livorno e compone la seconda tappa di una trilogia che si intende incentrata su estraneità, conflitto e società contemporanea, a partire da uno studio sulle opere di Albert Camus. La prima produzione era ispirata a Ambalaze, la seconda a La peste, appunto, la terza è prevista da La morte felice.
La giovane compagnia toscana, composta da Alessio Traversi e Valerio Michelacci, propone, nell’ambito dell’ iniziativa, resa possibile quest’anno grazie alla collaborazione di un importante festival della regione toscana, Armunia Festival Costa degli Etruschi di Castiglioncello (LI), una rilettura “libera” dal romanzo La peste. Non si può non notare che la scelta s’inscrive nel filone “riletture di o a partire da Camus” che, da qualche tempo a questa parte, occupa le nostre scene attraverso gli allestimenti - estremamente diversi tra loro, ovviamente - de Lo straniero con Marco Baliani e gli inserti cinematografici di Mario Martone, di due Caligola, uno a cura di Roberto Latini - Fortebraccio Teatro e l’altro di Claudio Longhi, con Franco Branciaroli e dell’adattamento teatrale de La peste curato da Ugo Ronfani con Giancarlo Dettori. Questo per confermare che l’autore, filosofo, scrittore e regista francese è stato ed è attualmente oggetto dell’interesse e della ricerca di artisti a volte opposti tra loro per percorsi e mete ma che hanno in comune la scelta di confrontarsi con colui che vinse il Nobel nel 1957 a “soli” 43 anni e che, forse anche per sfuggire alla “sindrome di Stoccolma” - lo pseudonimo dato alla fase di inerzia creativa che minaccerebbe chi riceve quel Premio, si dedicò con impegno al teatro, la sua prima passione, della quale pensava che era uno dei pochi luoghi in cui si sentiva felice, spiegando che è un posto in cui uomini e donne condividono i tentativi e le gioie di un’impresa comune, in cui s’impegnano per realizzare un’avventura collettiva, per un unico fine. Ne disse ancora: “La gente pensa, e sbaglia, che il teatro sia un luogo di finzioni illusorie; invece, le luci di una ribalta sono come la verità che, impietosamente, mostra se un uomo o una donna recita quello che non è il suo personaggio autentico. Perché c’è soltanto un modo, io credo, per rendere evidente la nostra parte di verità: quello di metterlo in scena”.
Lo spettacolo di Edgarluve, che trae origine dalla nota cronaca di un’epidemia, da quel divorzio tra la realtà e l’uomo a partire dal quale scaturisce l’assurdo e in cui si consuma la tragedia, si vorrebbe inscritto nell’indagine su Camus “nostro contemporaneo” quanto meno sulla base delle intenzioni di partenza, anche se negli esiti materiali non offre in nessun suo momento il necessario spessore, la competenza valida della presenza e della qualità attorica e una minima elaborazione compositiva nella propria quanto mai “rapida” durata, che esilia la drammaturgia in un gioco frivolo e prevedibile di alternanze psicotico-ossessive e di invenzioni, anche acute, ma che rimangono confinate nell’universo della casualità. L’attore solo in scena - Valerio Michelucci - divide lo spazio nudo della Sala dalle mura bianche e spoglie tra il vagare “fuori della gabbia” davanti agli spettatori, di fronte ai quali esibisce un sussurro indistinguibile e un cerchio di stoffa rossa, bordato di un filo bianco: “la gabbia”, area del racconto del protagonista de La peste, alle cui spalle, sulla destra, si trova un trenino elettrico montato su un piccolo binario, sempre circolare. L’attore si dota di una maschera bianca e grigia con una lunga barba, il volto della peste, prestito della tragedia classica che, quando indossata, ne deformerebbe la vocalità, anche inchiodandolo alla sedia posta al centro del cerchio “tragico”, appunto. Seppur non priva di spunti e di lampi d’attenzione interessanti, fugaci, risulta comunque usuale e meccanica, perchè non costruita né sviluppata, l’alternanza fissa dei movimenti extra ed intra moenia di Valerio Michelucci (si assiste ad una costante assenza di Azioni, intese nella direzione delle contemporanee ricerche a partire dal corpo del performer), standardizzato sia l’esito vocale-espressivo dei diversi momenti della cronaca malata che la scelta di sonorità underground - grossolana la ripetizione del gioco di spingerle all’estremo per interromperle in modo grezzo - segno, non solo estetico, forte ma incompiuto l’alternanza degli spaccati di buio con l’apparizione delle “macchie” di bianco (i palmi delle mani di Michelucci) che funzionano da ombre cinesi a meccanismo inverso a significare inserti di altre voci: diafanici, nel complesso, il tessuto e la realizzazione scenici, drammaturgici e attoriali che prendono le mosse dal romanzo e da quei contenuti tematici in forma di letteratura che sono alla base dell’indagine alla radice dell’Uomo compiuta da Camus (da Giovanni Macchia definito forse “il miglior allievo di Artaud”).
Peccato per l’opportunità comunque importante, che offriva una non trascurabile visibilità grazie allo spazio offerto dal Rialto-Santambrogio, luogo di sperimentazione e di proposte che difficilmente avrebbero campo: Edgarluve, nata nel 2000, s’impegna con convinzione nella propria ambiziosa impresa, senza poter contare in proporzione, sembra, su risorse sufficienti a compierla fino in fondo. Esitante la prima risposta del pubblico incuriosito: attira l’attenzione il tema e la sfida, attuale, delude l’allestimento, debole; all’uscita dalla sala, ci si scopre a pensare sul proprio essere spettatore: forse, è come non esserci.
[giugno 2003]
ideazione e regia: edgarluve
drammaturgia: Alessio Traversibr>
scene e luci: Valerio Michelucci
scenotecnica: Davide Mazzanti
musica: Marco Lenzi
produzione: edgarluve, in collaborazione con Associazione Culturale Laderiva e in compartecipazione con la Provincia di Livorno e il Comune di Livorno, con il sostegno di Schubert, Galleria Giraldi, Galleria Peccolo.
