X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



La Voce Umana. Il Bell’Indifferente

Pubblicato il 3 dicembre 2013 da Valeria Gaveglia


La Voce Umana. Il Bell'Indifferente

Roma-Teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi. Si narra che il drammaturgo surrealista francese Jean Cocteau scrisse, nel 1940, la pièce La Voix Humaine per Edith Piaf. Nel 2013 noi abbiamo potuto godere di questa opera attraverso la magistrale interpretazione di Adriana Asti, una tra le più grandi attrici che il nostro paese possa vantare. Sul palcoscenico una camera da letto arredata in perfetto stile borghese, un tavolino da salotto e un telefono. L’arredamento scarno ed essenziale, seppure di classe, risulta perfettamente in armonia con i due monologhi legati, che l’attrice si appresta a mettere in scena. Una donna che parla al telefono con l’uomo che ama ma che l’ha abbandonata. Niente di strano per il pubblico del Ventunesimo secolo, qualcosa di assurdo per quello del 1940. Interrogativi palesemente ossessivi e il tentativo di mascherare le ansie di una donna, il cui solo intento è quello di accaparrarsi un’ultima disperata chance con l’uomo di cui è innamorata. Il telefono è la chiave di lettura della pièce. La falsità di un amore che è morto, che probabilmente non è mai esistito, se non nell’immaginario della donna, reso scenicamente per mezzo di una telefonata. Nessun contatto fisico lega i due interlocutori e lo spettatore ricostruisce il dialogo basandosi sulla sola parte femminile. Il punto di vista univoco è tuttavia di sconvolgete impatto emotivo, la telefonata-monologo permette all’osservatore di entrare nel mondo di lei, di sentirla viva e perfino di immedesimarsi in quella personalità dolente, divorata da un’ossessione. Amore e morte aleggiano su uno scenario il cui colore dominante è il bianco, simbolo di purezza, che per tale ragione mette ancor più in risalto le cupe sfumature di un inconscio malato e probabilmente vicino al suicidio. La donna dice all’amante di avere il filo del telefono intorno al collo e dunque la sua voce attorcigliata al collo; impossibile non immaginare quel filo come il correlativo oggettivo di lui e a quel collo come l’animo di lei che sta per essere metaforicamente strozzato, privato del respiro. Le parole della donna sono un continuo arrendersi al volere dell’uomo, una costante ammissione di colpa, una colpa che non c’è ma che lei vuole assumersi come per trovare la ragione di un gesto che non è in grado di comprendere: «sono io che sono stupida». Adriana Asti si muove sulla scena, vaga dal letto alla sedia, è un’anima in pena e trasmette magistralmente al pubblico questa condizione esistenziale. La lunga e sofferta telefonata si conclude e a essa segue un momento di pausa durante il quale la scenografia viene ribaltata. Cambia la disposizione dei mobili, ha inizio la seconda parte dello spettacolo. Parliamo anche in questo caso di monologo poiché l’uomo che interpreta ora la parte del compagno della donna non proferirà parola per l’intera messinscena. Davanti ai nostri occhi abbiamo lei, si tratta ancora di una donna frustrata ma stavolta a causa dei tradimenti che lui, giovane donnaiolo, non si cura di tenerle nascosti. Il giovane, il modo con cui (non) ascolta le parole della donna, il fingere di leggere il giornale cadendo addormentato sul letto, permette allo spettatore di comprendere quale sia il tema che lega le due parti dello spettacolo: l’amore malato, il quale, pur venendo riconosciuto tale, possiede il misterioso potere di imprigionare a se coloro che ne vengono colpiti. Questa seconda parte è inoltre caratterizzata da una vena di autoironia, per mezzo della quale la donna riesce a sdrammatizzare riguardo la sua condizione e a sorvolare sulle conseguenze più scomode che ne sono derivate. L’emozione che la messinscena ha trasmesso al pubblico è frutto dalla perfetta concordanza tra un testo teatralmente ben strutturato, una regia validissima e soprattutto una performance attoriale dal valore indiscusso: Adriana Asti ha commosso il pubblico ed è stata ripagata da esso con lunghi e sinceri applausi.


Enregistrer au format PDF