Libri - Dal Tibet a Hollywood

Dal Tibet a Hollywood ce ne passa di strada. E di aria, e di parole, e di pensieri. Fino a che la distanza scolpisca modelli culturali lontanissimi tra loro, talmente distanti da divenire quasi casualmente opposti. Da una parte il cuore di quella che chiamiamo la cultura occidentale; dall’altra la dottrina complessa, complicata per l’occhio esterno, della filosofia e del pensiero buddista. In mezzo agli antipodi culturali, la solita vecchia Europa, che le sue scelte le ha fatte già da un pezzo, e che, dell’occidente “primario”, è diventata alleata da lustri, di più, da secoli. Ma che conserva, ancora e a fatica, la sua vecchia personalità scettica, curiosa e nobile, con uno sguardo viziato ma comunque suo. Cos’hanno in comune Hollywood, l’Europa e il buddhismo? Poco, ma quel poco lo lascia intuire la prima di queste tre parole: hanno in comune il cinema, strumento spesso popolare che, oltre a registrare e conservare, come diceva il grande Bazin, tenta di capire ed accorciare le distanze. Il bello del cinema è che i film sono anche pezzettini di un unico grande racconto, lunghissimo, che alla fine esprime un giudizio approfondito sul segno di un rapporto. E ci pensa Alessandro Izzi, critico cinematografico e studioso appassionato di un buddhismo poco modaiolo, a chiarirci una relazione sottile, affascinante e soggetta spesso a troppi fraintendimenti. Con una calma decisa e precisa nel raccontare quanto c’è dentro ogni singola scena, dentro ogni inquadratura dei film presi in esame, l’autore di questo interessante testo ci aiuta a capire un po’ meglio cosa sia il buddhismo al di là delle tendenze, più o meno giovanili, che colpiscono questa parte di storia del costume occidentale. E lo fa con una conoscenza approfondita e intelligente della materia cinematografica, la quale, dal canto suo, non è mai adoperata freddamente come mero strumento di indagine, ma viene descritta in tutta la sua fruttuosa valenza estetico espressiva. Dal Tibet a Hollywood è scritto da chi non ha approfittato di un tema comune a più film per fare critica fine a se stessa e non è un libro ricavato da chi ha preso in prestito contenuti cinematografici esclusivamente per togliere equivoci da una sua passione personale, o scelta di vita. Il cinema e il buddhismo interagiscono, in questo testo edito da Aracne, assolutamente alla pari ed un argomento solleva l’approfondimento dell’altro. Izzi ha preso spunto da una delle cose che meglio conosce (il cinema) e lo ha fatto interagire con una passione sincera per la teoria e la pratica buddhista. Dalla descrizione precisa e particolare dei singoli film saltano fuori molti spunti utili alla comprensione di alcuni aspetti fondamentali del Buddhismo e vengono effettuate molte precisazioni sulla cultura dei monaci tibetani. L’esposizione di chi ha scritto questo libro parte da una descrizione dell’oggetto buddhismo e poi passa alla sua messa in relazione con l’altro: l’io e il mondo, per citare e sintetizzare l’autore, con tutte le diversità e le sorti inconciliabili tra due filosofie lontante: “Tutta la pratica buddhista - scrive l’autore - poggia su una totale identità tra il mondo esterno e la coscienza interiore dei meditanti. Nella cultura occidentale, al contrario, si è venuta a verificare una vera e propria frattura dicotomica tra la coscienza del soggetto e il resto del mondo (percepito come alterità inconciliabile). Anche il male, secondo la cultura buddhista, si annida dentro ognuno di noi, e siamo noi stessi le cause della nostra sofferenza”. Insomma, precisa Izzi, il dentro e il fuori, comunicano costantemente nella cultura buddhista e tra l’infinito esterno e quello interiore c’è una contiguità inestirpabile. La nostra società, invece, è minata dall’egoismo e solo raramente è capace di portare avanti un’azione autenticamente pacificatrice nei confronti del mondo. Si dovrebbe creare un ponte tra il dentro e il fuori che né l’America, né la vecchia Europa, però, dimostrano di conoscere. Non è facile nemmeno, spiega da subito Izzi, mettere in rapporto il cinema (occidentale) con la filosofia orientale. Le due cose sono come l’acqua con l’olio: sembrano attrarsi ma in fondo si respingono. Dal tibet a Hollywood spiega attraverso il cinema quanto i due universi culturali siano inconciliabili a partire dal ruolo del cinema stesso, che ferma il tempo ed è poco buddhista per definizione. Perché la filosofia religiosa tibetana parla di un moto che non si può fermare e di un essenza culturale inafferrabile anche per il tanto ambizioso strumento cinematografico. Il film, aggiunge ancora l’autore di questo testo complesso e reso sufficientemente chiaro con pazienza e intelligenza, per sua natura non può essere buddhista.
Premesso ciò, Izzi prende tre pellicole, anzi quattro, anzi cinque, e le adopera per raccontare il difficile rapporto che c’è tra il cinema (più o meno) occidentale, e il pensiero costruitosi nella regione orientale vicinissima alla Cina. I film sono Kundun di Martin Scorsese, Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci, Kalachakra di Werner Harzog, e poi Sette anni in Tibet di Jean Jacque Annaud e Un’altra giovinezza di Francis Ford Coppola. Izzi analizza le opere con una cura certosina (più che bizantina) e le intreccia tra loro paragonando anche scene apparentemente simili, ed invece diversissime per spirito e approccio autoriale. L’atteggiamento di Scorsese risulta quello di uomo occidentale cauto, meravigliato e curioso che tenta di comprendere qualcosa di estraneo alla sua cultura. Lui, occidentalissimo e intriso (conflittualmente) di cultura cattolica, cerca di metabolizzare, senza pregiudizi, qualcosa di affascinante e poco conosciuto. Kundun (passato al setaccio con instancabile precisione, opera sopra le righe, sospesa tra fantasia e realtà) è il tentativo di Scorsese, (sintetizzando molto le moltelplici riflessioni sviluppate nel libro) di osservare il buddhismo senza voler dare giudizi. Il film è organizzato attraverso un necesario distacco razionale e un’importante compartecipazione emotiva. Secondo le parole dell’autore, quello di Scorsese è un "esotismo acritico" piuttosto lontano dal lavoro Bertolucciano (Piccolo Buddha), che è invece più didattico e attento, almeno in partenza, a spiegare una precisa realtà culturale. La reincarnazione di Scorsese è espressa in chiave mitica, mentre quella di Bertolucci è molto semplificata, come tutta la filosofia buddhista didascalizzata dall’autore parmigiano, fino a dare la sensazione, attraverso una lunga serie di sottili elementi, che Piccolo Buddha sia l’ennesima magnificazione autoriale del sé bertolucciano. Kundun e Piccolo Buddha sono due film molto diversi tra loro: nel primo si parla della presa di coscienza del Dalai Lama, nel secondo si tenta di mettere in scena una intera cultura. Scorsese parte dalla fiaba per entrare nella storia, cosa che non fa Bertolucci e se il primo privilegia immagini e suoni, il secondo concede molto spazio alle parole e al racconto. Il terzo film principale analizzato dal libro è Kalachakra un intenso documentario di Herzog sul pensiero tibetano. Si sa che Herzog è innamorato del viaggio e per parlare del buddhismo non può non passare per questo tipo di esperienza. Il regista si disinteressa quasi subito del cerimoniale che dà il titolo al film e segue piuttosto tutto quello che si muove intorno ad un rito antichissimo, tra i più vecchi della storia dell’umanità. Ciò che incuriosisce Herzog è il mare di pellegrinaggi che si muovono intorno alla cerimonia e l’andare a cercare quelle persone che si muovono a piedi per essere presenti, per andare a vedere, almeno una volta nella vita, questo rito propiziatorio. Herzog si mette in gioco in prima persona ma sembra dover registrare una serentià di fondo a cui non è abituato. Non c’è la battaglia dell’io contro se stesso, contro la vita, ma una calma "fastidiosamente" rassicurante, per il regista, estranea, anche stavolta alla cultura europea.
Due film completano il libro: sono Sette Anni in Tibet e Un’altra giovinezza. E se il secondo offre una lettura che merita di essere compiuta con grande attenzione, il primo è un film piuttosto didascalico e relaziona un alpinista austriaco al Dalai lama, accomunati, in un certo senso, da due diverse solitudini. L’alpinista (Brad Pitt) è ossessionato dall’essere il primo in qualsiasi cosa e vive per ottenere i segni tangibili della propria importanza. Il suo male è molto paradigmatico della cultura occidentale e durante il film, quello che è una specie di suo romanzo "di ri-formazione", mostra la contrapposizione tra l’orgoglio occidentale e la grande umiltà orientale. Il bel Pitt imparerà a considerare gli altri ma non sarà in grado di spostare il film da qualcosa di molto occidentale, perché, come chiarisce l’autore del libro, il fatto di cercare e trovare se stessi è di per sè molto occidentale. Annaud ci parla soprattutto di una pace interiore faticosamente raggiunta, di un’armonia molto fuori dal mondo ma il senso del buddihmo, conlude Izzi, non è felici e lontani da tutto, non è neanche "felici", laddove per "felici" si intenda un io che sperimenta la felicità. Nel far questo l’individuo produce esperienza e diventa dicotomico nei confronti del mondo. Il senso del buddhismo, semmai, è trovare una via d’uscita dalla sofferenza, che è un’altra cosa.
Gli elementi di conoscenza che Sette anni in Tibet offre sul Buddhismo sono piuttosto scarsi ma c’è un ultimo aspetto interessante di questo libro così particolare: è il rapporto tra l’opera “buddhista” e la poetica generale dell’autore. Non manca, infatti, lo spazio per l’inserimento del singolo frammento artistico all’interno dell’opera del regsita, ed in questo senso il testo è utile anche per andare a rileggere verticalmente la carriera artistica di un grande cineasta. Per esempio, si contestualizza Kundun nella filmografia di Scorsese: a prima vista sembrano non esserci, nel film buddista dell’autore americano, le solite contraddizioni e contrapposizioni altrove insistite nell’opera martiniana. Solo una lettura molto superficiale del film, invece, può tenere a distanza di sicurezza questo film da pellicole come Mean Streets e Gangs of New York. Il principio della non violenza tibetana non evita, infatti, che la violenza altrove dominante, si manifesti fino ad invadere gli spazi culturali che dominano le scelte del Tibet. E’ una violenza esterna che bussa profanando e contrastando con la legge pacifica che caratterizza la terra dei monaci. Anzi, ne agevola lo sviluppo da parte della Cina e ci fa pensare che la violenza, fisica o psicologica che sia, in un modo o nell’altro sia ineliminabile da qualsiasi cultura. Certo il protagonista di Kundun, quasi per miracolo, non si fa contagiare dalla violenza circostante ma la violenza c’è.
Molto apprezzabili, infine, sono i collegamenti cinematografici con film insospettabilmente legati alla traccia principale di questo libro: Il gattopardo di Visconti, ad esempio, opera di grande valore e pronta ad essere riletta, con competenza ed intuito, da nuove angolazioni.
Insomma, dopo questo lungo elenco di informazioni ammucchiate, speriamo di aver chiarito il nostro pensiero su un libro da leggere con attenzione, caratterizzato da parole estranee alla nostra cultura, dai suoni non semplici da pronunciare. Un libro che spiega molto del buddhismo e parla con interessante precisione di cinema.
Autore : Alessandro Izzi
Titolo : Tal Tibet a Hollywood. Bertolucci, Scorsere e Herzog: tre sguardi occidentali sul buddhismo
Editore : Aracne
Dati : 205 pp, brossura
Anno : 2008
Prezzo : 12,00 Euro
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