LIBRI - Letizia Russo: Teatro

Uno zingaro che è Dio. Un bambino che è Dio. E ancora - un quindicenne omosessuale che è Dio. Delle pasticche che sono Dio. Letizia Russo – Teatro, edito dalla Ubulibri in una rigorosa e scarna veste editoriale che, paradossalmente, rende al meglio l’esistente scalcinato e terribile della giovane drammaturga, è pregno, solcato, immerso non in una spasmodica ricerca di un essere superiore (?) o di un concetto creatore (?), ma di uno, infiniti mascheramenti che portano tutti i personaggi ad essere (D)dio. Problematica risulta essere, come asserisce del resto anche Franco Quadri nella sua introduzione, l’assegnazione di una maiuscola o di una minuscola al termine Dio/dio –, e che fanno credere a tutti i personaggi di essere (D)dio. Romana, classe 1980, Letizia Russo esordisce appena ventenne, e l’anno dopo –2001- vince il Premio Tondelli: dalla motivazione della giuria si legge: Per la forza rabbiosa e voluta con cui questa acuta stupefacente straordinaria ventunenne [...] rappresenta un mondo condotto all’ultimo stadio, [...] giovandosi di una scrittura aspra e voluta [...] - con il testo Tomba di cani, il primo lavoro presente nella raccolta della Ubu.
Ricchissima semanticamente, stratificata a livello simbolico, l’arte della ventisettenne drammaturga risulta incredibilmente feconda, traboccante come è di spunti, lacerazioni, storture. Immergersi in una sua rappresentazione teatrale e intrufolarsi leggendo le sue opere sono due esperienza completamente differenti. Il fluido vocale – che a volte sembra essere l’unica cosa che regge in vita i personaggi della Russo - che ci attanaglia, ci ammorba, ci trascina con sé durante la visione a teatro, fatto di cesure, scatti, toni alti e toni bassi, diviene sulla pagina labirinto compositivo, scrittura resistente ad ogni fluida lettura. Leggere la Russo significa accettare che la grafica del libro è significante di per sé, che il punto messo in mezzo al soggetto e al verbo è uno iato significante, che esiste una Temurah che permuta anche i punti interrogativi mancanti, le sovrapposizioni del dialogo dettate dal segno / , e così via. Ecco così i punti esclamativi e le parentesi di Babele (2004) diventare asettiche barriere che dis-umanizzano il già gelido mondo huxleyano – e non orwelliano, come lo definisce Quadri- in cui si aggirano, secondo ben precise linee rette, Falena e Boccuccia, i protagonisti, inconsapevoli del loro ruolo, della loro vita, perfino della loro morte. E in Primo amore (2005), che debutta alla rassegna “Garofano verde – scenari di teatro omosessuale” del Teatro Belli di Roma, il fluido vocale diviene fluido scritturale che ricorda, si accosta, si scontra, con le “cascate” poetiche di Mallarmeé o Sterne, facendo letteralmente scivolare le parole, il senso, sulla pagina. Le visioni nate dalla giovane autrice risultano essere, in definitiva, dei gusci vuoti con esili figure che vagano sulla loro superficie, futili pretesti per parlarci di tante, troppe cose: guerra, stupri, perversioni, infermità –ma, sopratutto, di un’illusione, di un ripiego su sé stessi, di un fallimento dell’evoluzione (?) religiosa, civile, in definitiva storica, che ha portato a una circolarità delle vicende, dei nomi, degli errori, dei credi.
Circolarità delle vicende: una santa che è una puttana, come le antiche dee della tradizione cananea (Tomba di cani). Dei nomi: Mània, che porta il nome della dea romana della follia, dispensatrice di catastrofi e lutti; in Tomba di cani è appunto il motore primo, di vita, di sessualità, di morte, che trascinerà tutti verso l’apocalisse – individuale e collettiva - imminente. Degli errori: Uno che concede all’Ingannatore – e l’epiteto non è casuale...- Rubens la propria moglie Eva (Edeyen). Dei credi: un (D)dio-bambino viene detronizzato dal suo antico compagno di giochi, in una sorta di fanciullesca –e per questo violenta, crudele, come solo i bambini sanno essere- teogonia così simile al ciclo delle stagioni, alla crescita dell’essere umano, all’avvicendarsi del notte e del giorno (Binario morto)...
Ciclicità delle vicende, dei nomi, degli errori, dei credi. E ogni volta una rivelazione divina, un mascheramento – dei personaggi - nella divinità. L’arte di Letizia Russo non è panteista ma panenteista. In ogni personaggio non è Dio – panteismo -, ma ogni personaggio tende, vuole, pretende essere in Dio, essere Dio – panenteismo. Aspirazione all’epifania totale, aspirazione all’Assoluto, dentro l’Assoluto, e, finora, purtroppo...caduta.
Autore: Letizia Russo
Titolo: Teatro - Tomba di cani, Babele, Binario morto, Primo amore, Edeyen
Editore: Ubulibri
Collana: I Testi
Dati: 212 pp
Prezzo: 19,00 €
Web Info: Sito Ubulibri
