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Libri - «Nè in tera, nè in mare, nè in cielo» Il cinema randagio di Sergio Citti

Pubblicato il 4 giugno 2012 da Edoardo Zaccagnini


Libri - «Nè in tera, nè in mare, nè in cielo» Il cinema randagio di Sergio Citti

Alla riscoperta di Sergio Citti, per chiarire equivoci, abbattere luoghi comuni e ripercorrere la storia del cinema italiano. Per aggiungere elementi utili alla comprensione dell’opera e del pensiero pasoliniano, certo, ma soprattutto per rendersi conto di quanto articolato e interessante sia stato il percorso registico e poetico dell’autore romano. Singolare, sottovalutato, ingiustamente emarginato, incompreso, troppo frettolosamente archiviato come creatura o costola pasoliniana. Brutalmente sintetizzato come banalizzazione o manierizzazione del cinema di Pier Paolo, che per Sergio è stato si determinante, ma così come Sergio è stato importantissimo per il lavoro di Pier Paolo. Amicizia, collaborazione e stima tra i due, rapporto in cui è difficile stabilire che sia stato il creditore e chi sia stato il debitore. Pasolini pedagogo di Citti, con la sua passione per insegnare ai discepoli, per stimolarli, fondamentale quando Sergio dovrà mettere a fuoco le sue emozioni, il suo vissuto e le sue riflessioni. E Citti fonte di Pasolini, paragonato da questo al Belli, considerato, insieme a Moravia, "la persona più intelligente che abbia mai conosciuto". Citti oratore straordinario, location manager, stretto collaboratore e prezioso consulente linguistico di Pasolini, ogni volta che qualche dubbio lo assaliva. Ma poi autore di se stesso, regista e sceneggiatore di film pregni di sostanza e uniti l’uno all’altro da una coerente visione delle cose. Alla ri-conoscenza di Sergio Citti, dunque, che di Pasolini è stato apostolo intelligente, capace di portare avanti un percorso autonomo. Il viaggio ce lo propone Livio Marchese, giovane studioso catanese, con un libro appassionato e chiaro (prima monografia dedicata al regista), dettagliato e scorrevole. Colto e supportato da interventi e testimonianze precise ed efficacissime. Si intitola Nè in tera, nè in mare, nè in cielo, Il cinema randagio di Sergio Citti, ed è edito dalla casa editrice La fiaccola. E’ un libro prezioso, che allarga la nebbia sparata attorno al regista capitolino, nato nella Borgata Gordiani nel 1933. Un posto - come ricorda Bernardo Bertolucci nel libro - dove era possibile un certo tipo di vita anarchica, dove spiccavano una forte individualità e l’orgoglio di vivere in quel posto, in opposizione e resistenza all’omologazione dei palazzoni. Al recupero di Sergio Citti, per rendere giustizia alla qualità indubbia dei suoi film, al suo cinema forte di quella dimensione orale tipica della cultura sottoproletaria di cui il regista è stato uno dei rari esponenti consapevoli. Ultimo portavoce, secondo Pasolini, di una cultura popolare e di una filosofia di vita che stavano per essere cancellate dal cosiddetto "sviluppo senza progresso", Citti sognava di affittare una sala cinematografica e di raccontare il film a voce, "perchè c’è più spazio per la fantasia dello spettatore".

"Cerco di fare il cinema come se fosse una favola - diceva ancora Citti - e di raccontarla così, come se fosse a voce, a braccio". Dal suo mondo ha ricavato il talento nell’arte del racconto, ed è poi stato capace di riconvertirla più che dignitosamente nel linguaggio audio-visivo, ponendosi problemi etici/estetici che distruggono ogni etichetta di regista naif, o di artista per caso. All’incontro con Sergio Citti, allora, per fare in modo che il suo cinema diventi meno invisibile di quanto lo è stato fino ad oggi. Citti imbianchino detto "Il mozzone", o il "Pittoretto", col fiasco del vino e la borgata romana nella pelle, dove si poteva scegliere tra la strada o l’oratorio, col carcere sempre in agguato, che non a caso torna quasi sempre in tutto il suo cinema. Quello di Citti, spiega Marchese, è un cinema profondamente intriso di esperienze personali ed intime, sparse in una produzione mediamente buona e figlio di una precisa Weltanschauung. Non amava i piani sequenza, Citti, o i movimenti di macchina, ma inquadrature brevi, fulminee, spesso a macchina fissa. Non è stato un cinefilo dei migliori, ma nemmeno Pasolini lo era. Gli piaceva De Sica più della politica e dell’attualità. Aveva una grande sensibilità, e la passione per storie in equilibrio tra piacere e dispiacere. Cercava di sollevare stupore, quello straniamento da sè - come scrive Marchese - che è alla base della scoperta del mondo. Il libro racconta uno per uno, capitolo per capitolo, tutti i film di Sergio Citti - undici in totale - compiendo analisi accurate ed acute, ma mai impraticabili per il semplice curioso. L’opera scandaglia i temi ricorrenti dell’autore, dalla fame all’amicizia, dal sesso alla morte, dai "bisogni ai sogni" (giocando a rovesciare il titolo di un suo film), accumulando informazioni e tirando conclusioni condivisibili perchè ben argomentate. Riuscendo, alla fine, a raccontarci bene un’esperienza registica unica e irripetibile, orgogliosa delle proprie origini, "equamente distante - scrive ancora l’autore del saggio - dal conformismo borghese dell’italietta clerico-fascista post mutazione antropologica, così come dal falso impegno di molti intellettuali di sistema".

Si parte da Ostia, del 1970, sorto, come scrive Pasolini, "da una affabulazione nata dalle esperienze atroci e profonde vissute dall’autore". Un film considerato, troppo in fretta, il canto fuori tempo massimo di un mondo che non esiste più, di un autore dipinto come un epigono di Pasolini fuori tempo massimo. In realtà, come spiega Marchese, non c’è, in Ostia, l’intento socio-linguistico che caratterizzava i film di Pasolini, ma la volontà di rendere in maniera poetica, sublimata, il vissuto del regista. Ostia somiglia a una tragedia greca ed è forte di un linguaggio sincero, pensato, autentico. E’ oggi, a rivederlo con occhi liberi, un film bellissimo, così come interessantissimo (e male interpretato dalla critica di allora) è Storie scellerate, del 1973. Altro film pregevole che permette a Citti di sfruttare tutte le sue doti di affabulatore. Ambientata nell’epoca papalina, l’opera racconta, attraverso quattro storie separate da una quinta, vicende di un sottoproletario di ascendenza contadina, come se il regista volesse fare i conti con il mondo da cui proviene, quello dei suoi padri, fatto di corpo, sesso, riso beffardo e fame, al di sopra dei quali c’è la morte, vera protagonista del film. E poi Casotto, del 1977, un film zavattiniano che parla, con leggerezza e con un uso originale del fuoricampo, di uomini inibiti e castrati perchè in nome di una falsa civiltà si sono opposti alla loro natura e ai loro bisogni. Fino a Due pezzi di Pane, del 1979, in cui torna uno dei temi dominanti nel cinema di Citti: l’amicizia e la solidarietà tra individui dello stesso sesso, e con loro l’anarchia, la purezza dei sentimenti e quella filosofia del "sapessela gode" ben spiegata da Marchese.

Si arriva agli anni Ottanta, difficili per Citti come per il cinema italiano in generale. Prende forma un altro vecchio sogno del regista, un film sulla fame come motore vitale che ti fa muovere, camminare, che fa apprezzare un sacco di cose. Si intitola Il minestrone, del 1981, ed è un film filosofico, un racconto circolare senza un inizio nè una fine. Un altro bel film, fatto di sogni e bisogni proprio come recita il titolo del lavoro successivo dell’autore, del 1985, prima di Mortacci, del 1989, e de I Magi randagi, del 1996. Prima di Cartoni animati, del 1998, e di Vipera, del 2000. Prima di Fratella e sorello, del 2002, l’ultimo film di Sergio Citti, la sua "ultima risata", come recita il titolo di uno dei suoi film preferiti, di Friedrich Wilhelm Murnau, del 1924.

Un gran bel libro, «Nè in tera, nè in mare, nè in cielo» Il cinema randagio di Sergio Citti, la migliore occasione per rileggere e recuperare tutto il valore di un artista vero, di un personaggio unico, di un regista di talento: Sergio Citti.


Autore: Livio Marchese (con prefazioni di padre Virgilio Fantuzzi e Goffredo Fofi)
Titolo: Né in tera, né in mare, né in cielo. Il cinema randagio di Sergio Citti
Editore: La Fiaccola
Collana: Biblioteca libertaria n°22
Dati: 273 pp;
Anno: 2009
Prezzo: 18,00 €
webinfo: Sito ECN - Edizioni La Fiaccola


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