Libri - Quer fenomeno der Monnezza

Divertente, abbondante, meno breve di quel che sembra. Più serio del titolo, meno trash. Alberto Pallotta ci ha messo impegno e passione. Molti gli aneddoti: buffi, davvero curiosi. E prezioso il chiarimento dell’autore sul ladro-poliziotto dal romanesco greve e in rima, con la tuta blù, (senza nulla di direttamente politico), la barba ed i capelli lunghi, la moto veloce e la passione per le donne. Più ancora la passione delle donne per lui. Robusta ed articolata la prima intervista, quella ad Umberto Lenzi: un grande regista di genere, tra i più importanti del cosiddetto poliziottesco all’italiana. Semplicemente deliziosa, tenera, comica, in lingua quasi originale, la chiacchierata col mitico Quinto Gambi: romanità in estinzione, pasoliniano, incontenibile e vero. Contrfigura e modello per Tomas Millian, amico e personaggio unico. Le altre di medio livello. Enrico Vanzina non fa una gran figura. Il ritratto di Tomas Millian, assai approfondito, è invece quello di un uomo colto, dal carattere non facile. Individuo timido, buono e complesso. Il libro di Alberto Pallotta, Quel fenomeno del Monnezza, edito da Un mondo a parte, è un libro utile. Soprattutto gradevole. Attraversandolo si gustano i personaggi, si ripassa certo cinema italiano d’artigianato e si annotano informazioni utili e genuine su un pezzo di Storia del cinema nostrano. L’introduzione chiarisce il perché di un libro su Tomas Millian nel suo rapporto coi film di Corbucci e Lenzi: dopo trent’anni un icona litigata, si fa per dire, da destra e da sinistra. Protagonista di un cinema di un buon successo sul momento e di uno incredibile a posteriori. Un cinema che funziona, oggi, meglio di ieri. Un cinema variante di un altro, lungo un decennio, che ha fatto epoca e storia. Facile, interessante, gradevole, allora ritornare all’argomento, ora, dopo la riesumazione tarantiniana ed ascoltare chi lo faceva. Per questo l’intervista ad Umberto lenzi è la più esportabile, perchè la meno incentrata su Tomas. Il Vecchio Lenzi ci rinfresca su questi film fatti a mano, con grande ritmo, tanta azione, sentimenti buoni contro altri cattivi e il trionfo, finale e faticoso, dei primi sui secondi. Pallotta ci spiega chi era il Monnezza, chi era Sergio Marazzi e chi era Nico Giraldi. Ma anche chi era e come nacque il persoanggio del gobbo. Insomma chi era il ladro e chi il poliziotto, quanto il maresciallo e il monnezza fossero la stessa cosa. Il gobbo nasce con Roma a mano armata, un poliziottesco al cento per cento, uno dei migliori, dei più importanti. Lo dirige, guarda caso, Umberto Lenzi. Il Monnezza è invece Sergio Marazzi, un ladro di periferia che nasce con il film Il trucido e lo Sbirro, diretto ancora da Umberto Lenzi (anche se il merito principale della sua nascita spetta di diritto a Dardano Sacchetti, lo sceneggiatore). Col monnezza l’allegro ed il brillante si inseriscono in un filone super drammatico che gremiva le sale di periferia e in cui si rideva poco o nulla. L’ironia tagliente del personaggio cresce nel sequel La banda del trucido, diretto stavolta da Stelvio Massi, e con La banda del gobbo, di nuovo di Lenzi. Il monnezza è rappresentante di un proletariato pasoliniano e la sua figura non è priva di elementi di denuncia sociale. Accanto ad esso, sulla scia del suo successo e forse per salvaguardarlo dall’ossidamento, si sviluppa il personaggio di Nico Giraldi: un poliziotto onesto che del monnezza conserva praticamente tutto. Un “Serpico” della periferia romana. La grossa differenza tra i film col monnezza e quelli con Nico Giraldi sta nel taglio dei film stessi. Quelli del maresciallo volgare e poeta, non proprio peota in volgare, sono dei film spiccatamente comici, tirati via nella sceneggiatura e tutti incentrati sulle battute tra il protagonista e le sua spalle: Bombolo prima e Cannavale da un certo punto in poi. Tra Bombolo e Cannavale non c’è paragone. Il primo è inarrivabile nella sua autenticità epica. Quelli di Lenzi hanno più trama e le battute di Millian sono più contenute. C’ è più poliziottesco in Lenzi che in Corbucci, ed un film come Il Giustiziere sfida la città lo spiega benissimo. L’equivoco tra il monnezza e Giraldi è tuttavia molto difficile da stanare, è quasi logico fare confusione. Le sfumature del secondo, del poliziotto, sono, a ben guardare, molto più debitrici all’avanspettacolo rispetto ai film diretti da Lenzi e Massi. Col tempo, verso la fine degli anni ’70, si andrà più verso il giallo, un giallo tirato a lucido ancora una volta dalla centralità delle gag. Indimenticabili alcune. Il rapporto tra Lenzi e Millian nasce addirittura prima delle maschere, con Milano Odia, ad esempio, a detta non solo di Lenzi, il suo miglior film. Nel libro si parla anche di Ferruccio Amendola e del ruolo chiave che ha avuto il doppiaggio nella fortuna, lontana e recente, di questi film. Oggi il cinema di genere non c’è più, sostituito dalla fiction televisiva, e non c’è più neache il poliziottesco. Le stanze di molti ragazzi, tuttavia, specialmente a Roma, sono zeppe dei film di Tomas Millian. A tutti loro consigliamo, ma non solo a loro, di leggere questo simpatico, fresco ed aneddotico libro: Quer fenomeno der monnezza.
[Aprile 2007]
Autore: Alberto Pallotta
Casa Editrice: Un mondo a parte
Pagine: 195
Prezzo: 17.50 Euro
