Libri - Sette note in nero di Lucio Fulci

“Un film sul tempo avanti nei tempi”. Così Giovanni Modica apostrofa Sette note in nero di Lucio Fulci in questo suo libro ricco di suggestioni, interamente dedicato a una delle punte di diamante del cinema giallo italiano. Il giovane autore emiliano ha il merito di puntare i riflettori su un regista prolifico ed eclettico ma ingiustamente trascurato dalla critica ufficiale perché non à la page con i gusti della fine degli anni settanta, in cui primeggiava incontrastata la personalità di Dario Argento con il suo Profondo rosso, e solo di recente rivalutato e riabilitato come uno dei maestri della nostra cinematografia. Il film preso in esame, diretto nel 1976 (stesso anno de La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, altro clamoroso caso di ingiustizia e di successiva riscoperta), non è infatti soltanto un esempio di thriller paranormale attualissimo che vanta crediti nei confronti di svariate pellicole di successo internazionali, da Minority Report di Spielberg a The gift di Sam Raimi passando per 12 monkeys di Terry Gilliam; ma è soprattutto un capolavoro di tecnica e sceneggiatura assorbite da un incredibile struttura spaziotemporale, capace di infondere nello spettatore un forte senso di destabilizzazione. Siamo insomma dalle parti di Lynch e di tutti quegli autori che dalle ambiguità e dagli spiazzamenti hanno tratto motivo di fascino ed orgoglio per le loro pellicole. Nonostante ciò la storia del film è “onesta” e non vira inaspettatamente verso il soprannaturale, lasciandoci però la possibilità di leggerla continuamente ad un doppio livello. Il vero straniamento della visione è operato dal Tempo (e così infatti recita il sottotitolo del libro – viaggio nel cinema della precognizione e del Tempo), che non si dispiega in un semplice meccanismo a spirale o nel solito gioco a scatole cinesi, ma agisce fin dentro il tessuto stesso della nostra materia percettiva. Quel “tempo” che era per Fulci una vera ossessione e nei confronti del quale egli nutriva un timore reverenziale è dunque il reale protagonista di Sette note in nero, ma ne fu anche l’artefice del suo insuccesso perché ovviamente quando uscì nel 1977 il film non fu capito e il regista dovette concentrarsi fino alla fine della sua carriera quasi esclusivamente sul genere horror e splatter, guadagnandosi comunque l’attenzione dei critici francesi che lo definirono “poeta del macabro” e degli appassionati del genere che lo ribattezzarono “Godfather of gore”, soprattutto dopo aver diretto nel 1979 il film divenuto culto Zombie 2.
Giovanni Modica, qui alla sua prima pubblicazione, adotta una prospettiva analitica attenta a cogliere i “punti di vibrazione” del testo filmico, cioè quei dettagli del film più nascosti in cui il senso risulta essere meno chiaro, e compie un lavoro certosino che parte dall’esplicazione della fitta trama della pellicola a una panoramica su scienza e leggenda nella storia della parapsicologia per poi analizzare i depistaggi narrativi, i parallelismi con il resto del filone giallo e i paragoni con il cinema internazionale. La prima parte del libro si conclude con l’indicazione delle più ardite soluzioni registiche adottate da Lucio Fulci. Qui notiamo come il regista fu senz’altro un precursore di tecniche che vennero poi utilizzate da tutto il cinema avvenire: in special modo la forte presenza di bianchi e neri totali, il ricorrere a zoomate particolari o ai tremori di macchina, questi ultimi riscoperti, ad esempio, negli anni novanta in America grazie al successo della serie tv N.Y.P.D. Ma oltre a ciò Fulci è stato una costante fonte di ispirazione per autori stranieri che hanno compiuto alcune volte su di lui un vero e proprio saccheggio. Basta menzionare il caso più lampante, cioè quello che riguarda Quentin Tarantino. È solo grazie a lui se opere come Sette note in nero, Non si sevizia un paperino (di cui portò una copia personale al Festival di Venezia di due anni fa) o altri cosiddetti B-movies sono potuti riemergere agli occhi del grande pubblico attraverso la loro associazione, seppur alla lontana, con il cinema indipendente di oggi. Il geniale regista italo-americano ha citato più volte quello che lui considera uno dei suoi più grandi maestri: in Kill Bill vol.I, ogni volta che Uma Thurman/Black Mamba è in uno stato di pericolo interviene il rapido e strettissimo zoom sugli occhi, identico, anche come effettistica, a quello agito su Virginia in Sette note in nero; ma anche la scena del suo risveglio dal coma è accompagnata dalle fatidiche 7 note. Allo stesso modo in Kill Bill vol.II, la scena della sua sepoltura ricalca quella di Paura nella città dei morti viventi, altra mitica pellicola fulciana, che viene citata anche nella scena in cui Gogo Yubari piange lacrime di sangue nel precedente volume. E potremmo andare avanti così a lungo perché le opere di Fulci sono state omaggiate in tutte le salse e non solo nel cinema ma anche nella musica e nei fumetti.
Ritornando al libro di Modica, esordio promettente che l’editore Morpheo aggiunge alla sua collana “Buio in sala”, possiamo dire che nella seconda parte egli si concentra sulle presunte ascendenze letterarie che riguarderebbero il film, in cui come capi d’accusa principali troviamo il romanzo Terapia mortale di Razzini e il racconto di Edgar Allan Poe Il gatto nero, e sugli eventuali debiti cinematografici nei confronti di pellicole come A Venezia… un dicembre rosso shocking (Don’t Look Now) di Nicolas Roeg, produzione anglo-italiana in cui un giovane Sutherland non vuole credere a una tragica premonizione che lo riguarda, e Il misterioso caso di Peter Proud (The Reincarnation of Peter Proud) di J. Lee Thompson, che tra l’altro annovera tra i suoi interpeti la “nostra” protagonista Virginia/O’Neil. Notevole anche l’ultima parte del libro, dove lo scrittore non manca di soffermarsi sugli attori Gianni Garko, Jennifer O’Neil e Gabriele Ferzetti (che sono stati tutti perfetti nell’interpretare questo film), e sulla suggestiva location di Siena e della campagna toscana. Infine viene riassunta la storia produttiva del lungometraggio attraverso un’interessante ed ampio corredo di interviste degli storici collaboratori di Fulci: dal direttore della fotografia Sergio Salvati agli sceneggiatori Dardano Sacchetti ed Ernesto Gastaldi; fino a portarci alla scoperta di un sorprendente remake indiano di Sette note in nero dal titolo 100 days del regista Partho Ghosh. Completa il tutto una preziosa rassegna stampa dell’epoca, in cui Modica non nasconde il fatto che alcuni critici spesso scrivono sui film senza averli bene analizzati, come nel caso del nostro, commettendo a volte qualche strafalcione di troppo. Ci rincresce notare come le cose non siano poi molto cambiate dal 1977.
Lucio Fulci amava definirsi il “terrorista dei generi”, poiché, dirigendo un film di genere, vi immetteva sempre stili e temi molto personali che andavano evidentemente decodificati dal lavoro ermeneutico dello spettatore. In fondo è la stessa operazione che compiono altri autori “consacrati”, come Abel Ferrara, David Cronenberg, lo stesso Lynch già citato, i quali si muovono costantemente ai limiti della visibilità e lavorano in maniera radicale all’interno dei generi per cercare di manipolarli dall’interno, immettendo una forte dose di “corporalità” e “visceralità” nelle loro opere. Già questi accostamenti sono sufficenti per comprendere l’importanza di un autore che non andrebbe mai smesso di studiare ed apprezzare.
Dunque il testo di Modica è importante perché si presenta come un’opera non solo per gli irriducibili fulciani ma anche per tutti coloro, cinefili e non, che solo adesso si avvicinano all’arte di questo nostro grande regista, partendo magari dalla visione del suo film forse più lucido e completo.
Autore: Giovanni Modica
Titolo: Sette note in nero di Lucio Fulci: viaggio nel cinema della precognizione e del Tempo
Editore: Morpheo edizioni
Collana: Buio in sala
Dati: pp. 232, copertina morbida, illustrazioni b/n e a colori
Anno: 2008
Prezzo: 15,00 euro
webinfo: Sito Morpheo Edizioni
