LIBRI - Teatro Scozzese

In un panorama come quello del teatro italiano in cui la nuova drammaturgia, tanto quella nostrana che quella internazionale, riesce a fatica a guadagnare la giusta considerazione tra gli innumerevoli classici che vengono rappresentati ogni anno nei principali teatri italiani, l’attività del Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino, con il suo ormai consolidato Intercity festival (giunto, l’anno scorso, alla sua ventesima edizione), rappresenta un significativo punto di riferimento per chiunque sia interessato a conoscere le nuove tendenze espressive del teatro internazionale. Per comprendere la portata del contributo offertoci da questa feconda istituzione basterà ricordare che la comparsa sulle scene italiane di autori come Sarah Kane, Martin Crimp o Mark Ravenhill, solo per limitarsi alla produzione drammaturgica britannica, si deve proprio ad essa. L’importanza di tale attività è stata riconosciuta, a suo tempo, anche dalla milanese Ubulibri che, nel ’97, premia il festival ‘per un decennio di nuove scoperte’ e successivamente dà il via ad una collaborazione il cui risultato è una serie di pubblicazioni tra cui è compresa anche la raccolta Teatro scozzese.
In questa interessante antologia, curata da Dimitri Milopulos, direttore artistico del festival Intercity, sono raccolti i testi di sei autori scozzesi, molto diversi tra loro per tematiche e stile, ma che in comune hanno, oltre che la medesima provenienza geografica, anche una simile sensibilità nel tratteggiare, con linguaggi diversi ma ugualmente schietti e provocatori, una realtà fatta di situazioni sordide e malsane, spesso contrassegnate da un’atroce sofferenza, dovuta soprattutto alla totale solitudine in cui ciascun personaggio è chiamato a vivere il proprio dramma, che ben rispecchiano la nostra decadente contemporaneità. Un modo di scrivere il teatro che richiama inevitabilmente alla mente i cosiddetti ‘angry young men’ di qualche decennio fa; ma, in questo caso, la rabbia sembra trapelare solo dalla violenza e dalla crudezza dell’immagine poetica mentre i personaggi, nella loro diversità, sembrano, come rovine tra le rovine della nostra società, volersi abbandonare ad una sorta di ripiegamento su se stessi: rassegnati come spettri intrappolati in realtà che non gli appartengono più, vivono la loro sofferenza più o meno consapevoli del fatto che non esiste, ormai, via di fuga.
Lampante è il caso di San Diego, di David Greig in cui attraverso una finissima partitura che sembra rappresentare un privilegiato punto d’incontro tra letteratura, teatro e cinema, siamo calati in un’onirica e surreale atmosfera e assistiamo per un limitato periodo di tempo ad una rappresentazione della realtà intesa come incessante fluire, in cui ben venti personaggi, tutti a loro modo ‘problematici’ agiscono, incontrandosi, sfiorandosi, intrecciando per poco - e quasi sempre per caso - le loro esistenze. Più diretto e ancorato ad uno squallido mondo reale Iain Haggie, con il suo Pulendo il culo di mia madre di un personaggio troppo preso da se stesso mantiene un’aderenza a tematiche sociali come la delicata questione degli anziani rinchiusi, rappresentati qui dall’eccentrica Andrene, a cui si intreccia il dramma personale di suo figlio, un individuo incapace di ascoltarsi e comprendersi, troppo preso com’è a realizzare un progetto di vita ‘perfetta’ così come la nostra società tende ad imporci, tanto da sacrificare la propria natura omosessuale per costruire una famiglia con una donna calcolatrice e immorale. Ancora l’omossessualità è il fulcro del lavoro di John Clifford, La nuova tonaca di Dio, un monologo dai toni provocatoriamente parabolici in cui la nascita dell’umanità viene riveduta e corretta a vantaggio di chi in un mondo come il nostro sembra ancora non trovare una propria collocazione nel creato. E, ancora, Amore ricucito di Anthony Neilson, caratterizzato da una particolare crudezza e uno spietato cinismo, resi ancora più vividi da un linguaggio asciutto e pieno di wit, tipicamente britannico, delinea il morboso legame di una coppia unita più dalla sofferenza che dall’amore, il cui doloroso compromesso richiama alla mente quello di un’altra tragica coppia, quei George e Martha di Albee, e che inevitabilmente attirano su di sé quel ‘sentimento del contrario’ di pirandelliana memoria. Con Inno infranto di Sharman Macdonald, ambientato ai tempi della secessione americana, vediamo ancora una volta, in tutta la sua crudezza, l’atrocità della guerra, che riduce l’uomo ad uno stato di imbarbarimento tale che la sopravvivenza diviene l’unica concreta ragione di vita. Un dramma dal sapore beckettiano, infine, quello dell’italo-scozzese Riccardo Galgani, Un uomo ritrovato, ambientato in un anonimo villaggio che sembra essere fuori da ogni tempo ed ogni luogo, in cui i personaggi, incapaci di comunicare tra loro, attendono, probabilmente invano, una via di salvezza dall’esterno senza sapere che forma abbia.
Con la speranza che, dalla pagine del libro, questi drammi possano finalmente prendere piena vita anche sui palcoscenici italiani, non ci resta che attendere la loro messa in scena.
Autore: AA.VV. (a cura di Dimitri Milopulos)
Titolo: Teatro Scozzese: Pulendo il culo di mia madre (Ianin Heggie); Amore ricucito (Anthony Neilson); La nuova tonaca di Dio (John Clifford); San Diego (David Greig); Inno infranto (Sharman Macdonald); Un uomo trovato (Riccardo Galgani)
Editore: Ubulibri
Collana: I testi
Dati: 304 pp.
Prezzo: 15,00 €
Anno: 2007
Webinfo: Sito Ubulibri
