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MEDEA

Pubblicato il 1 febbraio 2004 da Carla Di Donato


MEDEA

Non si può raccontare né restituire il simbolismo gravido di Emma Dante, e della sua Medea, da Euripide. E’ impossibile, se non lo si è fisicamente attraversato, riprodurre il viaggio che gli spettatori del Teatro India hanno avuto l’occasione di esperire, il viaggio nei vicoli, nelle case, tra le tendine dei “bassi” di Palermo, o Napoli, o di un archetipo di mediterraneità, di Sud del mondo, dove i sensi sono dilatati, solleticati, aguzzati, sopraffatti.
La dilatazione dei corpi e dei femminili bisogni primari - spezzati, nella storia di Medea - si concretizza in scena nella gravidanza della protagonista, capace di dare e togliere la vita non più alla sua prole ma, tout court, alla città, alla dinastia umana.
E qui la capacità visiva e visionaria unica della regia orchestra l’immergersi nei vicoli, nelle case di Corinto, utilizzando alcuni semplici, elementi chiave: il coro, ovvero i fratelli Mancuso, coppia di musicisti che con le loro esecuzioni dal vivo di canti tradizionali marcano lo spettacolo di primordialità; la scenografia, ovvero i sette moduli mobili di un legno vecchio e scrostato, pannelli polifunzionali: si trasformano in porte, verande, ambienti delle case, portoni di Chiesa, utilizzati in scena come gli “screens” di Edward Gordon Craig. Infine, le donne di Corinto: quattro interpreti maschili, a sottolineare la sterilità naturale della città, danno un segno “solare” alla tragedia, costituendo l’interlocutore “estraneo” della straniera Medea e, contemporaneamente, la voce del popolo. Lo spettatore “comunica”, entra in contatto, vive la tragedia attraverso quei corpi sfatti, sudati, “veri”. Efficaci i loro “sipari comici”, l’“altro” testo, parallelo, che suggerisce la ricchezza umana e sapiente della drammaturgia shakespeariana (carica d’inventiva, creativa, florida e complessa, ma povera, costruita sul “quanto basta”). “Caterina e la coccarda”: solo questo potrebbe essere il titolo di un microspettacolo.
La danza della scena, la vorticosa potenza immaginativa, l’esuberanza di vita nella sapienza artigianale della mano registica, scandiscono il dolore di Medea, la donna straniera tra le donne-uomini di Corinto. E il rotolare ineluttabile verso l’epilogo è anche il simultaneo scolpire la figura di Giasone, in segno di contrasto con Medea. Dapprima un truffantello rozzo, nell’aspetto e nel fascino, innamorato di sé, amorale. Uno qualunque, poteva passare per tale, Giasone. Perché è solo quando è immerso nella sofferenza, incapace persino di sollevare lo sguardo, spezzato, che prende corpo e realtà il suo personaggio. Assistiamo all’ultima scena, fatta semplicemente d’acqua, e del suono dell’acqua che ticchetta nei catini in grembo alle donne sotto i fili tra le “case” di Corinto, dove sono stesi ad asciugare i panni zuppi di neonati, i figli annegati da Medea. E i personaggi, tutti, sono immobili, muti: è la catarsi di Emma Dante.

[febbraio 2004]

da Euripide

adattamento e regia: Emma Dante
scene: Fabrizio Lupo
luci: Tommaso Rossi
costumi: Emma Dante
musiche composte ed eseguite dal vivo: Fratelli Mancuso
interpreti: Iaia Forte, Tommaso Ragno, Fratelli Mancuso, Gaetano Colella, Luigi Di Gangi, Stefano Miglio, Alessio Piazza, Antonio Puccia, Francesco Villano
produzione: Teatro Mercadante - Teatro Stabile di Napoli, in collaborazione con AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali
prima rappresentazione: Napoli, Teatro Mercadante 28 gennaio 2004
tournée: Perugia, Teatro Morlacchi dal 16 al 18 marzo
Ferrara, Teatro Comunale dal 23 al 24 marzo
Torino, Teatro Gobetti dal 13 al 17 aprile
durata dello spettacolo: 2 ore e 15 minuti compreso l’intervallo


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