Medea

Roma - Teatro Eliseo. Sarà in scena fino al 17 Aprile 2014, Maria Paiato in Medea di Seneca.
«Quale fu il premio di un tale viaggio? Il vello d’oro, e con lui Medea, flagello più grande delle onde, mercede degna della prima nave», è il Coro che parla e confessa il ruolo di una delle donne più note e controverse della letteratura classica. Se il vello d’oro è il vanto degli argonauti, Medea è la punizione che Giasone ha avuto l’imprudenza di portare con se. Pierpaolo Sepe, pur mettendo in scena il dramma latino con grande fedeltà al testo originale, riesce ad adattare perfettamente i contenuti alle esigenze del pubblico contemporaneo. L’abilità registica si riscontra sia a livello visivo sia tematico. La scenografia descrive una sala del palazzo di Corinto logorato dall’incendio che concluderà la pièce, il fumo che invade la platea ancor prima dell’inizio dello spettacolo premonisce il finale tragico. Gli attori indossano costumi dal gusto moderno e perfettamente il linea con il temperamento dei personaggi, il colore preponderante delle stoffe è il nero, simbolo di lutto e sventura. Medea si aggira tra le colonne che ornano il palcoscenico e quando non si abbandona a monologhi di strazio e rabbia eccola interagire con una figura femminile che impersona ora Creusa, promessa sposa di Giasone, ora il Coro. Lo spettatore è affascinato anche da un’altra presenza attoriale, un uomo dalle movenze bizzarre che si destreggia sulla scena con fare da buffone, tale da ricordare la gestualità petroliniana. Il ruolo di questa macchietta è legato a un’ulteriore personificazione del Coro, alle cui declamazioni sono legate riflessioni sul nostro tempo. Ciò che rappresentava Medea per gli antichi è cosa nota, è bene riflettere su quali insegnamenti ne possiamo trarre noi oggi. La donna che viene dalla Colchide ha tradito la sua patria e ha ucciso i suoi consanguinei ma ha anche donato gloria eterna agli argonauti e salvato loro la vita. Il viaggio intrapreso da Argo, prima nave che abbia mai attraversato ampi tratti di mare aperto, è simbolo della modernità e della possibilità di raggiungere qualsiasi meta desideri: «tutto è in ogni luogo», è il refrain del dramma, la maledizione che ha portato Medea in Grecia e il dono che gli uomini del Ventunesimo secolo non sanno più gestire. La protagonista del dramma, descritta attribuendo ampio rilievo all’aspetto della donna esiliata, mantiene il tratto tradizionale dell’infanticida. L’uccisione dei figli è il trionfo della vendetta su Giasone da parte di Medea, che non si accontenta di aver provocato la morte del re Creonte e di sua figlia Creusa. La resa scenica di questo episodio è di grande efficacia, i due bambini non sono che degli scarabocchi rossi su foglio bianco che la mano della madre con un primo gesto disegna ma poi accartoccia distruggendoli. L’ultima battuta del dramma recita: «Vattene per gli spazi celesti, nel cielo più alto. Sarai la prova vivente, dovunque arriverai, che gli dèi non esistono», monito conclusivo della vicenda. Medea dopo gli orribili crimini commessi dovrebbe essere punita per mano dei greci ma una luce abbagliante penetra all’interno del palazzo: è Apollo giunto a salvare la barbara assassina. Dunque gli dei esistono e nonostante Giasone lo neghi le circostanze provano il contrario.
Straordinaria l’interpretazione di Maria Paiato, che ha saputo abilmente trasmettere al pubblico tutto il vigore del suo personaggio. Davvero validi gli altri attori, Max Malatesta, Orlando Cinque, Giulia Galiani e Diego Sepe.
Medea è stato semplicemente un successo.
Traduzione e adattamento Francesca Manieri con Max Malatesta e con Orlando Cinque, Giulia Galiani, Diego Sepe scene Francesco Ghisu costumi Annapaola Brancia D’Apricena luci Pasquale Mari regia Pierpaolo Sepe produzione Fondazione Salerno Contemporanea Teatro stabile d’innovazione
