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Non Io

Pubblicato il 29 gennaio 2008 da Valentina Casadei


Non Io

Teatr’Arteria, Roma - "Samuel Beckett ha ottenuto i risultati più straordinari riducendo al minimo elementi visuali e linguaggio, come in un mondo alla fine del mondo". [3]

Nella contiguità dello spazio condiviso tra pubblico e performer risuona l’eco delle parole di Beckett, che si susseguono nei frammenti di cui si compone Non Io, agghiacciante composizione-orchestrazione scenica di Carlo Quartucci: è allora che il vuoto e l’angoscia del vivere prendono la forma delle voci, inquietanti nella loro ferma blandezza, che invadono la sala, come fossero originate dal nulla stesso che paiono descrivere, e destinate ad abbattersi nei meandri della mente. La voce, o la mancanza di essa, è il tema di fondo della drammaticula beckettiana - e anche il mezzo della performance di Quartucci e Tatò - nel suo intrecciarsi dinamico con altri framminti beckettiani, come Dondolo, Passi.

Ma non è solo attraverso la parola, bensì con tutti i sensi che possiamo vivere questo evento spettacolare. Quando si sale, attraverso le scale che conducono alla saletta del Teatr’Arteria, quando ancora alla vista non si da altro che l’immagine di quelle stesse scale - o delle spalle di qualche vostro compagno di sala - è il suono a darsi come primo segno fenomenico, è il suono ritmato e lento su cui si modula il battito del cuore, primo segno dell’imminente trauma della performance. Saliti in sala, la visione: Carla Tatò è già lì, aspetta, su un parallelepipedo nero con sguardo saettante scruta dinnanzi a sé, come una "sfinge" che interroga. "Non pensieri ma abissi della mente": questa, nelle parole di Beckett, potremmo definire la sostanza dell’azione; azione a cui basta il solo corpo della Tatò, che seppur costretto in uno spazio minimo - sospeso sul suo traliccio - con il suo fremere e palpitare, anche nei minimi sospiri riesce a condurci nel vivo della tragedia del quotidiano esistere. E l’esperienza che si vive è quella di uno shock mentale e fisico - potere del teatro! - esperienza intensa e difficile che lascia il segno come le lame contundenti - nell’allestimento di Kounellis - che attendono lo spettatore che scende le scale andandosene: erano già lì all’ingresso, ma solo ora, dopo la performance acquistano un senso e comunicano la loro potenza. Per lo spettatore la performance è conclusa, non è più tempo di vedere, ma la tragedia si consuma ancora e ancora, tra echi lontani e voci. Se la visione come atto percettivo della realtà esterna si è esaurita, nella mente le immagini continuano a vagare, ormai innesse nei tessuti connettivi: e non ci abbandona l’immagine della Tatò che dondola, avanti, indietro e sussurra "è tempo di smetterla, è tempo di smetterla".


Non Io di Samuel Beckett, Regia: Carlo Quartucci; interpreti: Carla Tatò.


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