Nostalghia

Nostalghia: il dolore del ritorno
Questa città è troppo bella per il nostro film.
I sopraluoghi per il film diventano un documentario che racconta il grand tour metafisico di Tarkovskij e Tonino Guerra attraverso l’Italia.
Tarkovskij vuole tornare a casa.
Questo tempo di viaggio è già il film, un artista russo spossato dalla soffocante bellezza del nostro paese che, esasperato da una meraviglia pretenziosa e quasi inarrivabile, ha il disperato desiderio di tornare a casa, nelle campagne mute a riposare gli occhi e l’anima.
“Questa città è troppo bella per il nostro film” continua a ripetere il regista.
A Tarkovskij piace bagno Vignoni, più del barocco Leccese perché la desolazione, l’umidità di quel luogo sono lo specchio dello spazio interiore del protagonista e forse la sua sacralità decadente gli ricorda un po’ la Russia e il ventre materno.
Nostalghia è una storia delle lontananze, un poeta incapace di dare concretezza al suo amore per la traduttrice che lo accompagna perché lei è tanto bella ma non è Casa e la sua bellezza è tale da essere indecifrabile e sacra come quella di una Madonna che si può solo contemplare ma non toccare.
La nostalgia di una ragazza verso qualcosa che non si realizza tanto è puro, perché i sentimeti non espressi non si dimenticano come le opere d’arte.
Questo film è una pozzanghera, uno spazio chiuso che non è mai sicuro, ci piove dentro ininterrottamente un pianto che non è terrestre, il protagonista non è mai qui, è sempre altrove e vaga insofferente, reduce ferito da troppa bellezza e tormentato da un complesso di colpa verso quella libertà di cui tanto scrive ma non riesce a sperimentare.
Ci si sente come quando fuori tuona e si aspetta, in una precarietà ovattata sospesa sugli interminabili carrelli in cui lo spostamento dei personaggi e degli oggetti sfugge e disorienta.
Le sequenze del sogno si legano liquide alle immagini della realtà in un magma sonoro di scrosci d’acqua, come il rumore continuo del fiume che scorre verso il mare.
Lo schermo diventa un altare sul quale consacrare le forme della bellezza e il suo peso, al di là del tempo e dello spazio.
Il film termina con un’eucaristia del ricordo, un lungo carrello solenne verso il poeta seduto al centro della cattedrale di San Galgano, una struttura che fu sacra ora scoperchiata in cui il cielo e la terra per un momento riescono a toccarsi e fanno inginocchiare chi guarda.
Basta questo, l’immagine come sintesi di una teologia della bellezza.
“Dedicato alla memoria di mia madre” dice la didascalia; il poeta torna a Casa.
Il cinema di Tarkovskij è come il pavimento del Palizzi in una villa inaccessibile a Sorrento, un grande spazio di mattonelle bianche sulle quali sono dipinti petali e foglie di rosa sparsi che sembrano reali, portati dal vento attraverso una finestra dimenticata aperta, ma non sono veri e qualcuno ha voluto aprire quella finestra per lasciare entrare quei petali, esattamente quelli.
(id.); Regia: Andrej Tarkovskij; sceneggiatura: Tonino Guerra e Andrej Tarkovskij; fotografia: Giuseppe Lanci; montaggio: Erminia Marani e Amedeo Salfa; musiche: Gino Peguri; interpreti: Milena Vukotic, Domiziana Giordano, Oleg Yankovskiy, Erland Josephson; origine: Italia/Unione Sovietica, 1983; durata: 125’.

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