Oscar 2010 - Vincitori e vinti

Ha il volto dell’affascinante Kathryn Bigelow l’ottantaduesima edizione degli Academy Awards. E’ stata la splendida regista californiana di Strange Days e Point break a trionfare con il suo piccolo miracolo produttivo in una edizione degli Oscar non particolarmente esaltante per ciò che riguarda lo spettacolo offerto ma sicuramente interessante per la lunga serie di curiosità e spunti riflessivi consegnati agli appassionati di cinema. A vincere, innanzi tutto, è stata per la prima volta nella storia degli Academy, una donna (e che donna verrebbe da dire vedendo la splendida forma con cui l’artista di San Carlos conserva i suoi 59 anni di età). Un evento storico per un mondo come quello cinematografico notoriamente poco incline all’apertura nei confronti del gentil sesso. Sino ad oggi infatti la nomination quale miglior regia era andata solo in tre occasioni a delle donne (la nostra Wertmuller, l’australiana Jane Campion e la figlia d’arte Sofia Coppola) e in tutti e tre i casi le signore in questione si erano viste soffiare la preziosa statuetta dall’agguerrita concorrenza del cosiddetto sesso forte (da oggi un po’ meno forte a Hollywood e dintorni). Rivincita doveva essere e rivincita è perciò stata quella della scorsa notte, specie se a capitolare di fronte all’intensità e al coraggio del piccolo film della Bigelow è stato il colossale capolavoro fantascientifico Avatar, diretto dal suo “caro” ex marito Cameron. Il film più costoso della storia ha rappresentato la vera delusione di una edizione che, nelle previsioni, aveva il compito di rivalutare un intero genere cinematografico, quello fantascientifico appunto, troppe volte sottovalutato e bistrattato da una Academy distratta. In questo caso rivincita non c’è stata. Il genere è rimasto fuori dai premi che contano e la splendida apocalittica rappresentazione di Pandora è uscita mestamente dalla serata del Kodak Theatre per andarsi a riporre accanto agli altri grandi esclusi dello stesso genere (2001: Odissea nello spazio, Blade runner, Alien). Siamo certi però che il buon vecchio Jim saprà accontentarsi delle tre statuette conquistate dal suo film, specie quando nei prossimi giorni gli ricapiterà per l’ennesima volta di leggere, su uno qualsiasi degli innumerevoli magazine cinematografici, la classifica dei maggiori incassi della storia del cinema (Una top chart che recita come un’equazione matematica: 1° posto AVATAR / $2,559.2; 2° posto TITANIC / $1,843.2; spazio, vuoto incolmabile; 3° posto… non conta). Il dato importante emerso a fine serata ha riguardato principalmente il trionfo di The Hurt Locker anche nei campi in cui ci si attendeva una vittoria facile dell’ipertecnologico Avatar. Dando infatti per scontata l’affermazione negli effetti visivi (era come pronosticare Usain Bolt vincente in una gara di 100 metri scolastica) la tanto attesa incetta di premi tecnici da parte del film di Cameron non c’è stata e il sostanziale pareggio tra Davide e Golia è stato puntualmente disatteso da una vittoria del piccolo e meraviglioso warmovie molto più larga del previsto. Oltre alla regia e al film, The Hurt Locker porta così a casa altre quattro fondamentali statuette, alcune delle quali inaspettate e sorprendenti (sceneggiatura originale, montaggio, montaggio del suono, sound mixing), riuscendo oltre che nell’impresa di abbattere il colosso multimilionario cameroniano anche a riportare il puro film di guerra sul tetto del mondo cinematografico dopo gli exploit di Salvate il soldato Ryan del 1999, solo in parte protagonista con cinque statuette al proprio attivo (ma la contemporanea assenza del premio come miglior film andato in quell’anno a Shakespeare in love…), e soprattutto il mitico Platoon di Oliver Stone, ultimo film di guerra a vincere nel 1987 il premio come miglior film oltre che ad affermarsi in altre tre fondamentali categorie. Cameron è stato perciò costretto dalla serata di ieri ad accettare i risultati di un verdetto amaro e ad accontentarsi, per modo di dire, dei premi “visivi” assegnati dall’Academy. Quelli andati agli effetti visivi del suo sogno cosmogonico, alla scenografia incredibile del suo mondo parallelo e alla fotografia irripetibile di un capolavoro unico. A tal proposito ci preme sottolineare il nome del vincitore di quest’ultima categoria, l’italianissimo Mauro Fiore già collaboratore in passato di Spielberg e oggi, dopo l’esperienza al fianco di Cameron, ancor più orgoglio di una tradizione fotografica italiana non semplicemente persistente e vivace ma anche vincente. Così come ci riempie di orgoglio la vittoria di un altro italo-americano prestigioso, quel Michael Giacchino già noto per le musiche di Lost, ieri notte premiato per la splendida ed emozionante colonna sonora di Up. Un lavoro struggente e a tratti onirico che ben si abbina al capolavoro di animazione prodotto nell’anno appena trascorso dalla Pixar. Società ormai irraggiungibile nel settore che anche quest’anno, strano ma vero, porta nella sede di Emeryville, la sua ennesima, scontata statuetta (siamo a sette su dieci film realizzati), nel rispetto di una consuetudine piacevole che ormai ogni anno si ripete puntualmente. Per il resto la serata al Kodak Theatre ha visto rispettare quasi tutti i pronostici della vigilia, compresi quelli riservati agli attori non protagonisti, categorie in cui si sono affermate la splendida performance del cacciatore di ebrei Christoph Waltz (unico premio per i bastardi senza gloria di Tarantino) e quella della terribile madre di Precious, interpretata da Mo’nique (già vincitrice, per questo lavoro, di un Golden Globe e di uno Spirit Award), nonché quelli assegnati ai grandi protagonisti di The Blind side e Crazy heart. Piccoli film, probabilmente non riuscitissimi, che hanno puntato giustamente gran parte della propria sostanza sull’interpretazione di Sandra Bullock da una parte e Jeff Bridges dall’altra. Fantastico è stato il momento del ritiro del premio da parte di questi straordinari professionisti. Commovente quello di Sandra Bullock (unica attrice a vincere nello stesso anno Oscar e Razzie, ossia i premi che definiscono in sostanza la migliore e la peggiore interpretazione dell’anno), esplosivo quello di Bridges. Attore immenso che con questo premio è stato giustamente ripagato dei torti subiti in passato (così come non è stato fatto lo scorso anno per Mickey Rourke) ed è stato sostanzialmente omaggiato per una carriera a dir poco sensazionale, nata e costruita interamente su un talento troppo spesso sottovalutato (l’interpretazione di Jeffrey Lebowski non ottenne nemmeno la nomination!). Questo premio, unito così a quello per la miglior canzone originale andato alla splendida ballata The weary kind di Ryan Bingham, forma un duetto di riconoscimenti praticamente scontato per il Crazy heart di Scott Cooper, il cui lavoro è l’unico assieme ad Up e all’indipendentissimo Precious ad aggiudicarsi due statuette nell’edizione 2010. Quest’ultimo film, diretto da Lee Daniels, si può senza dubbio considerare, insieme all’opera della Bigelow, un altro dei vincitori morali di questa edizione, non solo per le due statuette ottenute ma anche per aver avuto il merito di arrivare ad una serata così importante solo ed esclusivamente con la forza degli argomenti, il coraggio di una storia non facile e l’istinto spregiudicato di una combriccola di neri capaci di rivoltare il perbenismo di una società ancora per larghi tratti ambigua (anche ieri sera con la loro presenza e la loro unione hanno dato dimostrazione di ciò). Per alcuni che gioiscono, ci sono altri ovviamente che sono costretti a piangere ad eventi di questo tipo. Ma non crediamo ad esempio che la quattordicesima sconfitta di Meryl Streep su sedici nomination ottenute in carriera possa più di tanto ripercuotersi sul percorso di un’attrice già consegnata alla leggenda, o che il dotato George Clooney, in futuro, non riesca più a pescare nel fondo del suo invidiabile talento una interpretazione raffinata come quella di Tra le nuvole, o ancora che il geniale Quentin Tarantino non sappia più da domani creare capolavori della consistenza, della perfezione, dello spessore di questo suo Bastardi senza gloria (certo meritevole di molta più attenzione di quanta ne ha ottenuta). Non saranno di certo contenti gli sconfitti del Kodak Theatre, ma quanto meno, gran parte di loro, ha avuto la possibilità di consolarsi già prima della serata con la consapevolezza di un verdetto scontato. E’ il caso ad esempio di Neil Blonkamp e del suo District 9, dell’accoppiata Scherfig/Hornby di An education, del coeniano A serious man o dell’interessante Tra le nuvole di Jason Reitman (film che qualcosa in più forse lo meritava). Tutte opere molto suggestive e interessanti la cui strada verso gli Oscar non poteva però che arrestarsi al lontano annuncio delle nomination avvenuto in diretta televisiva il 2 febbraio scorso. Chi invece probabilmente non si aspettava un risultato negativo è il grande regista austriaco Michael Haneke, alla vigilia pronosticato dagli addetti ai lavori come vincitore sicuro dell’Oscar per il miglior film straniero (il suo Il nastro bianco veniva d’altronde dai successi di Cannes) e invece battuto a sorpresa dalla coproduzione ispano-argentina El secreto de sus ojos, diretto dall’esperto cinquantunenne Juan José Campanella (regista inserito che ha già diretto alcune puntate di serie tv di successo come House e CSI) che, oltre ad Haneke, ha sconfitto, con questa sua opera, anche l’altro grande favorito dato dai pronostici: il francese Audiard (Un profeta). In conclusione affrontiamo la questione sempre delicata dello show televisivo. Non è sembrata particolarmente efficace l’edizione di quest’anno, non solo per la lunghezza esagerata dell’evento ma anche per un conformismo troppo rigido e stucchevole. I presentatori Alec Baldwin e Steve Martin hanno offerto un buono spettacolo di sé e del proprio ruolo istituzionale, specie in alcuni momenti particolarmente esilaranti (la parodia di Paranormal activity) e nelle inaugurali battute d’introduzione agli ospiti di quest’anno (la battuta sugli ebrei indirizzata a Waltz e a gran parte dei presenti è stata grandiosa), anche se alla lunga hanno sofferto i meccanismi di una ritualità oltremodo ingombrante. Altri momenti degni di nota di un’edizione tutto sommato anonima sono nati senza dubbio dalla spassosa parodia di Avatar offerta dal ’Na’vy’ Ben Stiller al momento della premiazione al miglior makeup di quest’anno (divertente è dire poco), dalla clip dedicata ai capolavori che hanno segnato il genere horror nei 115 anni di storia del cinema, dal commovente omaggio annuale offerto ai personaggi scomparsi durante il 2009 (clip per di più accompagnata in questa edizione dalla struggente chitarra di James Taylor) e il breve angolo dedicato ai quattro gloriosi cavalieri della Hollywood di un tempo. Veri e propri monumenti della cinematografia come Lauren Bacall, Roger Corman, Gordon Willis (Oscar alla carriera) e John Calley (premio alla memoria Irving G. Thalberg), scelti quest’anno dall’Academy per la consegna di un meritato riconoscimento ai fasti di gloriose ed inimitabili carriere. Per quanto riguarda quest’ultimo emozionante momento, si potrebbe forse rimproverare all’organizzazione il fatto sconcertante di aver tenuto troppo in disparte i protagonisti della premiazione, soprattutto in considerazione dell’importanza e della consistenza che lo stesso importante rituale aveva negli altri anni all’interno dello show. Un omaggio che prevedeva quanto meno un coinvolgimento maggiore degli insigniti rispetto agli spazi e ai tempi esigui offerti loro dalla scaletta non esaltante di quest’anno. Luci ed ombre quindi, come è normale che sia, per un’edizione numero 82 degli Oscar che si è appena consegnata alla storia del cinema. Per i molti ospiti in più, per qualche colpo di scena in meno e per la tanta carne al fuoco offerta da un evento di spettacolo comunque unico nel suo genere; uno show ricco e gustoso che, con tutti i suoi difetti, con tutte le sue contraddizioni, con le polemiche provocate da risultati talvolta sorprendenti, rimane sempre e comunque il più affascinante dell’anno.

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