Paolo Sorrentino: "Jep Gambardella metafora del nostro paese"

Da Cannes se n’è andato senza neanche un premio. Spielberg e i giurati l’hanno escluso incomprensibilmente dalla lista dei vincitori. Ma Paolo Sorrentino può ritenersi comunque soddisfatto della sua quinta esperienza sulla Croisette. La stampa internazionale, a parte rarissimi casi, ha osannato il suo La grande bellezza e il pubblico l’ha salutato con nove minuti di applausi convinti.
Sorrentino, lei è napoletano. Come le è venuta l’idea di fare un film su Roma?
Paolo Sorrentino: Vado a Roma da tanto tempo, sin da quando sono ragazzo. Ad un certo momento della mia vita mi ci sono proprio trasferito e in questi anni ho raccolto suggestioni e aneddoti. L’idea vera e propria che tutto questo potesse diventare un film è arrivata quando abbiamo partorito, io e l’altro sceneggiatore Umberto Contarello, il personaggio di Jep Gambardella, un testimone diretto di quel mondo e con una biografia perfetta ed in sintonia con ciò che dovevamo a raccontare.
Quando ha cominciato a vedere Roma in questa chiave?
P.S.: Il film si concentra su ciò che io e Umberto Contarelllo conosciamo meglio. Noi veniamo da fuori Roma, e credo che la Roma del film sia mostrata con lo sguardo di un provinciale. La grande bellezza è fortemente debitore di certa letteratura piena di personaggi disincantati che vengono in città dalla provincia e si difendono col loro cinismo.
Il film è anche un omaggio a La dolce vita, cosa ha rappresentato per lei quel film?
P.S.: La dolce vita è un sogno di libertà. Quando l’ho visto la prima volta non credevo si potessero fare i film in quel modo. La stessa sensazione l’ho provata guardando L’anno scorso a Marienbad, ma si tratta di un film più celebrale e meno affascinante. La dolce vita è un film che contiene il massimo grado di libertà nel raccontare. Mi fa piacere che abbiate visto ne La grande bellezza un omaggio all’opera di Fellini ma non è un omaggio voluto.
Eppure nel film ci sono diversi elementi che sembrano delle vere e proprie citazioni del film di Fellini, da Servillo che dice alla Ferilli di accompagnarlo a vedere il "mostro marino", al paparazzo a via Veneto che fotografa Jep...
P.S.: Ci sono sicuramente delle assonanze forti di temi e di ambienti tra i due film e ci saranno anche dei riferimenti, ma vi assicuro che sono stati inconsci. In fase di sceneggiatura non abbiamo mai rivisto La dolce vita e non ne abbiamo neanche mai parlato.
Jep Gambardella può essere anche una metafora del nostro paese?
P.S.: Si tratta di un personaggio che ha mancato diverse, molte opportunità nella sua vita, e per questo sì, può essere anche una metafora del nostro paese, che di opportunità ne ha mancate tante negli ultimi anni, non solo negli ultimi sei mesi. Ciò che addolora, guardando l’Italia, è che non riesci neanche a ravvisare il tentativo di ritrovarle queste opportunità. Si sente proprio che manca uno slancio. E lo vediamo anche per ciò che riguarda il nostro ambiente: nel cinema non vedo più quell’eccitazione che c’era fino a pochi anni fa.
Si sente più un osservatore o un narratore visionario?
P.S.: Mi è difficile giudicarmi, non lo faccio solitamente. Posso solo dire che osservo la realtà e poi provo a reinventarla con la fantasia e con la speranza che questa reinvenzione restituisca la realtà meglio della vita vera, tenendomi alla larga dal cronachismo.

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