Pasolini a Villa Ada

Roma - Teatro Tor di Nona. “Sentirsi complice, o addirittura coautore di cose belle! Soprattutto quando son opera di un ragazzo; il che significa che il resto della vita è in agguato, fresco, oltre ogni possibile sogno.” . Pier Paolo Pasolini apostrofa in questi termini lo scrittore Giorgio Manacorda, autore del racconto Pasolini a Villa Ada. L’idea di un adattamento teatrale nasce dal progetto di Ivan Festa, il quale affascinato dalla produzione dello scrittore romano rimane stregato dal suo inedito racconto su PPP. La pièce si articola in un monologo di un’ora circa, durante il quale Ivan si muove intorno a una panchina, unico elemento scenografico presente. L’essenzialità della scenografia è l’escamotage finalizzato a puntare l’attenzione dello spettatore sulle parole, effettive protagoniste della messinscena. Cercare una trama del racconto risulterebbe infruttuoso, ciò che si vuole trasmettere allo spettatore è l’inedita visione di un Pasolini uomo e amico. Il legame che Malacorda instaurò con il celebre intellettuale viene citato come qualcosa di simile a quello tra un padre e un figlio, tra un ragazzo di venti anni che sta iniziando la sua carriera di poeta e un uomo di quaranta, già noto e influente nel’Italia degli anni Sessanta. Cosa deve Giorgio a Pier Paolo e cosa Pier Paolo a Giorgio? Il 30 Settembre del 2008 viene pubblicata su La Repubblica una lettera inedita di PPP a Pietro Nenni, nella quale si afferma che l’interprete del Cristo nel film Il Vangelo secondo Matteo, fu presentato a Pasolini proprio dall’apprendista scrittore Malacorda, nei giorni in cui il regista era tormentato dall’idea di non essere riuscito a trovare un volto adatto a quel ruolo, una fisionomia capace di trasmettere un sentimento di assolutezza. «Ho presentato io Cristo a Pasolini» è il refrain della messinscena, pronunciato sempre con finezza e mai con ostentazione. È cosa fuori dal comune poter vantare un’esperienza del genere, è ancor più strano non averne parlato per cinquant’anni. Giorgio Manacorda ha preferito custodire con discrezione il ricordo di un amico, di un uomo di cui forse hanno parlato in troppi.
