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Pilade

Pubblicato il 17 marzo 2015 da Alessandro Izzi


Pilade

Pilade irrompe sulla scena con furia rivoluzionaria. Dietro di lui, uomini con forconi e vanghe, con gli attrezzi del lavoro quotidiano e con l’impeto nel sangue, sono pronti a prendere Argo in nome di un’idea nuova che parla la lingua vecchia delle Furie.
Pilade. Proprio lui! Il ragazzo che aveva timore di parlare. L’uomo fatto che aveva lasciato la città, scacciato dal consiglio, ma partito - per sua decisione - alla volta di un destino incerto. Il primo a credere nel ritorno delle dee della vendetta in una città ancora ebbra del canto delle Eumenidi.
Pilade, il diverso che nessuno riesce a spiegarsi, si fa diverso due volte perché, giunto alle porte di Argo, si ferma mentre tutti corrono e parla mentre tutti vorrebbero solo agire.
Rivolto alla città che, ignara, veste i paramenti della festa, canta il dolore dell’esilio e il ricordo dei tetti pigri sotto la luce calda del sole.
Poeta in un teatro di parola, Pilade rompe la strada dell’intreccio, abbandona il solco stabile della narrazione e, guardando la sua città che è oltre le spalle dello stesso pubblico in un aldilà che ci è vicino, si perde nella lirica dell’elegia.

Già solo in questo semplice gesto si respira il bisogno di una presa di distanza dall’idea di teatro pasoliniano. In questo bisogno di infrangere la quarta parete, di gettarsi in mezzo al pubblico e oltre in un’ebbrezza di emozioni e vertigini.
Così, la messa in scena abbandona la sicurezza del palcoscenico e si interseca nelle traiettorie dei corridoi di platea, dove passano di corsa i messaggeri, ma anche dove viene a mettersi Oreste quando il consiglio deve decidere le sorti di Pilade, il traditore della causa.
Perché Argo, la città opulenta della democrazia che si sgretola al sole del commercio, siamo noi. E se la bellezza è in un altrove dietro le nostre spalle, in un passato che si perde nel buio della sala, a noi non resta che essere bruttezza, stortura e odioso compromesso.

Così, contravvenendo Pasolini, lo spettacolo diventa, stranamente e inaspettatamente, Pasolini.
Il Pilade di Daniele Salvo, infatti, non è teatro di parola che si mette davanti al pubblico nella sua nuda, sconveniente immediatezza. Non ha la ieraticità delle indicazioni pasoliniane, né cerca il suo spazio teatrale, fuori della sala e solo nella “testa” del pubblico come vorrebbe l’autore friulano. Piuttosto è teatro di pancia e di emozioni. Un teatro che si aggroviglia e si contorce, che urla e scalpita in cerca di un perché che non sia risposta, ma ulteriore aprirsi di domande. Un teatro che non dimostra le contraddizioni di un assurto, ma ce le fa sentire sulla pelle, che non si mette davanti a noi come uno specchio, ma ci mette dentro un disperato nunc et semper.

Anche quando grida, Pilade non cerca il sensazionalismo dello scandalo borghese. Non è nel solco di quel teatro di gesto che Pasolini odiava perché, fingendo di offendere le convenzioni, in realtà le blandiva. Qui i nudi e i gesti di rottura sono piuttosto segni di una grammatica consolidata in abitudine. Il loro impiego nasce dalla consapevolezza che, se il testo è rimasto immutato, diverso si è fatto il contesto cui si rivolge, come diverso è il pubblico che oggi ancora va a teatro. Così le contrapposizioni manichee tra tratto di Chiacchiera e teatro di Parola devono farsi carico di nuove sfumature se ancora vogliono raccontare il mondo nel quale viviamo.

In questo modo Pilade diventa uno spettacolo modernamente inattuale, una forza del passato che usa il testo per interrogare lo spettatore sulle sue stesse abitudini. Uno spettacolo che si scrive con la carne degli attori e che arriva alla testa passando per la catarsi dell’emozione. Un’ambizione non da poco per un’Italia che coniuga il verbo del “sentire” all’infinito spiccio del gossip delle fiction generaliste.
Uno spettacolo che non vede nell’attore solo il mezzo per dare carne a un teorema di parole, ma che ha bisogno di interpreti capaci di costruirsi un vissuto, di dotarsi di motivazioni, di mettersi a nudo oltre la certezza solida dei ferri del mestiere.
In questo il cast è quasi sempre esemplare: dall’ingenuità lacerata e spezzata che Elio D’Alessandro regala al suo Pilade, alla flautata, ambigua oscillazione tra ragion di stato e umanità dell’Oreste di Ivan Alovisio.

Certo non tutto è ugualmente convincente ed ispirato, ma lo spettacolo è giovane, energico e intelligente. Ed è uno studio: un punto di partenza per un futuro cui auguriamo il meglio.


Pilade
di Pier Paolo Pasolini
Regia e drammaturgia: Daniele Salvo
Con Elio D’Alessandro, Ivan Alovisio, Selene Gandini, Silvia Pietta, Marcella Favilla, Alessandra Salamida, Marco Imparato, Simone Ciampi, Michele Costabile, Francesca Maria, Simone Bobini, Claudia Benassi, Piero Grant, Sara Aprile, Paola Giglio, Sara Pallini, Melania Fiore
Musiche: Marco Podda
Costumi: Nika Campisi, Claudia Montanari
Rappresentazione unica: 15 marzo 2015 - Teatro Vascello



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