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Razzismo, immigrazione e potere dell’immagine. Il cinema africano e della diaspora

Pubblicato il 21 ottobre 2010 da Vincenzo Valentino


Razzismo, immigrazione e potere dell'immagine. Il cinema africano e della diaspora

Dal 14 al 16 ottobre 2010, presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale, si è tenuto un interessante convegno dal titolo, Razzismo, immigrazione e potere delle immagini, dedicato al cinema africano e della diaspora. Le giornate si sono svolte in un clima di accogliente cordialità e hanno offerto ai partecipanti un programma ricco di spunti con due tavole rotonde, proiezioni di film, interviste agli autori e dibattiti con il pubblico assumendo da subito, vista la peculiarità del tema, una connotazione plurilinguistica e multimediale. Livia Apa, Giuseppe Balirano, Alessandro Jedlowski e Alessandro Triulzi, organizzatori della manifestazione, hanno preferito focalizzare l’attenzione su alcune figure, generi e tendenze produttive, ciascuna a suo modo esemplificativa per dare un’idea di un fenomeno vario e in costante crescita. Il convegno, anche per ragioni logistiche, è stato suddiviso in due parti distinte, una prima caratterizzata da sguardi oltreconfine, rivolta in particolare a far conoscere l’opera di due personalità importanti del cinema africano: John Akomfrah presentato dai curatori come un “esponente di punta dell’ormai estinto Black Audio Film Collective, un collettivo di registi della diaspora africana, caraibica ed indiana che dai primi anni ottanta ha partecipato in Inghilterra alla trasformazione del discorso pubblico sui migranti, sperimentando modalità espressive avanguardistiche” e Manthia Diawara, critico e regista di origine maliana del quale è stato presentato il film: Sembene: The Making of African Cinema, diretto in collaborazione con Ngugi Wa Thiongo, un lavoro sulla ricezione del cinema africano, ambientato all’interno del tradizionale festival Fespaco a Ouagadaougou in Burkina Faso. Manthia Diawara è anche uno dei più importanti studiosi di cinema africano e della diaspora e attualmente dirige il centro studi africani della New York University. Va segnalato, a nostro demerito, che nessuno degli scritti critici sul cinema africano è stato finora tradotto in italiano.
La seconda parte del convegno è stata dedicata al cinema migrante in Italia, alla quale hanno partecipato i film maker Simone Sandretti, Vincent Andrew, Theo Eshetu, Dagmawi Yimer, quasi tutti di origine africana, tranne un torinese. Nel pomeriggio conclusivo sono stati proiettati i film: Akpegi Boys (2010) di Vincent Andrew e Simone Sandretti, Soltanto il mare (2010) di Dagmawi Yimer e Il sangue non è acqua fresca (1996) di Theo Eshetu. I tre film si discostano notevolmente l’uno dall’altro, per genere e per intenti espressivi. Akpegi boys è una fiction dai toni grotteschi e paradossali, ambientata tra le strade di Torino e girata in modo grezzo e sgrammaticato con una videocamera che segue in modo impietoso alcune tipologie umane della comunità nigeriana, Si tratta di una versione torinese del Nollywood, un genere di produzione audiovisivo a bassissimo costo che circola soltanto sui DVD e che si sta diffondendo in modo interpersonale e capillare sia in Nigeria sia nelle diverse comunità nigeriane che vivono all’estero. Il risultato è una forma narrativa ibrida che cerca di raccontare la comunità migrante dall’interno e al contempo fa il verso ad un immaginario occidentale di stampo hollywoodiano. Dagamwi Yimer ha presentato Soltanto il mare, il suo nuovo film realizzato in collaborazione con Giulio Cederna e Fabrizio Barraco e concepito come parte di una sorta di trilogia dell’esilio iniziata con Come un uomo sulla terra che è incentrato sulle testimonianze del viaggio infernale dall’Etiopia in Italia compiuto da alcuni rifugiati etiopi e delle violenze da loro subite nelle carceri libiche. Il discorso è poi proseguito C.A.R.A. Italia, un film che racconta l’esistenza quotidiana dei migranti risiedenti nel centro di accoglienza per i richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto E si conclude con Soltanto il mare che segue il ritorno di Dagmawi nell’isola di Lampedusa, luogo del suo primo sbarco con altri migranti. Nel film sono raccolte testimonianze spontanee di alcuni lampedusani, i quali a dispetto della politica violenta e discriminatoria delle istituzioni governative, dimostrano di non avere nessuna pregiudiziale ostilità verso i migranti e lamentano loro stessi per primi, una condizione di abbandono. “Sull’isola non esiste un reparto maternità e le donne di Lampedusa sono costrette a far nascere i loro bambini altrove… far nascere un bambino costa 10.000 euro ai lampedusani” - racconta un intervistato. Nei commenti di alcuni abitanti ci sono perfino venature di umorismo e di commozione, come quando Giuseppe Balestrieri, un pescatore dell’isola racconta a Dagmawi Yimer che ha in mente di girare un film su un anziano pescatore che soccorre una persona morente in mare. Credendo inizialmente che si tratti del fratello scomparso… poi si accorge che l’uomo salvato non è il fratello, ma un naufrago e continua a curarlo e ad ospitarlo in casa, rifiutandosi di consegnarlo ai carabinieri. Il film dal titolo Quello è mio fratello è stato effettivamente realizzato da Giuseppe Balestrieri e alcune sequenze sono state inserite nel montaggio di Soltanto il mare.
Nel presentare il suo film, Dagmawi ha detto di sentirsi un cineasta per caso e con il suo lavoro egli pensa di rivolgersi non soltanto agli italiani ma anche ai suoi concittadini che vivono in Etiopia, e per questo scopo il video gli è sembrato il mezzo più efficace per riportare laggiù ciò che accade qui . Il terzo film della giornata è Il sangue non è acqua fresca di Theo Eshetu, un video artista di origine etiope che risiede da anni in Italia. “Qual è la mia nazione? ” si chiede l’autore presentando la sua opera. In effetti la sua biografia è la sconfessione vivente di qualsiasi tentativo di incasellare le persone all’interno di un’identità chiusa. È la sua stessa esistenza umana, oltre che di artista, a dimostrarci che quella che viene definita identità, in realtà è un processo individuale che non si ferma alle origini ma si alimenta continuamente con gli stimoli culturali e con l’esperienza. A riprova del fatto che l’essere umano costituisce un ossimoro che ha radici mobili, il cui il seme originario cresce e si alimenta a contatto con luoghi e culture diverse. Il film, realizzato nel 1996, fonde la ricerca storica del documentario con le suggestioni visive della video arte. È dedicato alla figura del nonno di Theo, etiope, già ministro della cultura e grande viaggiatore, la cui esperienza individuale ha dimostrato che Le mura della fortezza Europa si potevano abbattere già in epoca coloniale. Nonno Eshetu, viaggiando non ha rinunciato alle proprie origini, si è alimentato di cultura europea ma ha saputo al contempo rendere un grande servizio al suo paese d’origine, essendo stato il primo a ricostruire la storia dell’Etiopia da un punto di vista autoctono; è iniziata con lui infatti una nuova storiografia di un paese finalmente visto dalla parte del colonizzato e non del colonizzatore. Ed è, in fondo, l’obiettivo che si pongono anche i nostri registi migranti che oggi lavorano in Italia: il diritto a un proprio punto di vista. Compito che diventa possibile solo costruendo luoghi di confronto, di scambio e forme di ibridazione tra italiani e migranti. Anche perché, come ci ha ricordato Alessandro Triulzi nella sua introduzione: finora in Italia le migrazioni sono state raccontate dal nostro punto di vista, mentre sarebbe importante creare le condizioni per far sì che la storia possa essere scritta anche da chi arriva.
Molto diversi per l’impiego del linguaggio e per la concezione dell’immagine, i tre film presentati nella giornata dedicata al cinema migrante in Italia hanno però in comune un uso libero e indipendente del mezzo audiovisivo, utilizzato come il modo più diretto per scatenare contraddizioni e per abbattere diffidenze e luoghi comuni; e vista anche la chiusura del mercato ufficiale a questo genere di prodotti, vale la pena anche cercare percorsi distributivi alternativi a quelli tradizionali, come le associazioni, le scuole, i centri sociali. Il linguaggio audiovisivo per i registi presenti è risultato essere lo strumento più adatto per affrontare il discorso sull’immigrazione e sul razzismo e per denunciare leggi e comportamenti ingiusti e discriminatori. I film proposti al convegno sono tutti a basso budget, realizzati con una strumentazione leggera e accomunati, al di là delle notevoli differenze stilistiche ed estetiche, da una forte urgenza espressiva.
Ci è sembrato, insomma, che la sostanza del convegno sia stata quella di far emergere quanto il potere delle immagini, inteso come reale e concreta potenzialità di comunicare, possa essere efficace per distruggere quei luoghi comuni sulla migrazione che, un altro potere, quello dei media ufficiali, contribuisce ogni giorno ad alimentare.
Come ci ha ricordato Goffredo Fofi nella sua relazione, in una società dominata dalla fiction e dalla continua e martellante mistificazione, la povertà dei mezzi rappresenta spesso una scappatoia poetica e una garanzia di indipendenza creativa.


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