ROMA - JEAN CLAUDE GALLOTTA

Roma - PARCO DELLA MUSICA - 12.2. - Jean Claude Gallotta si avvale di una serie complessa di musiche per la sua creazione Trois générations, vista all’Auditorium di Roma, purtroppo solo per una piccola manciata di repliche questo mese.
Il coreografo non sembra avere una precisa preferenza stilistica nella scelta dei suoni che devono accompagnare le sue opere, ma è decisamente orientato verso una schizofrenia tra suono, parola e recitativo accomunati, forse, da un solo elemento: il ritmo.
A tratti, con ricorrenza, un sussurro di voce maschile molto roco scandisce ritmicamente, quindi, come in un canto senza voce, qualcosa come “maimai”. In altri momenti quanto si ascolta potrebbe essere il “sound” della fucina di Vulcano, se esistesse. Più avanti invece è una sorta di gracidare umano, ancora più oscuro di quanto già sentito. Ma in tutto il brano c’è in effetti poco di consolatorio, ma piuttosto una specie di "distillato dell’inquietante".
Trois générations affascina per questo suo aspetto psicologicamente tenebroso e impegna la mente ancora per ore dopo la sua visione.
Il progetto dello spettacolo comporta che, come dice il titolo, “tre generazioni” diverse, la fanciullezza, la maturità e la vecchiaia, eseguano la stessa coreografia uno per volta. In scena quindi entrano, nella prima sezione delle tre generazioni, dei fanciulli, di un’età non superiore ai 12 anni. Il loro compito, come ci si rivela immediatamente, non è facile, tanto che si stenta a credere che questi bambini possano eseguire con tanto alta maturità il pezzo. Assistiamo a questa parte dello spettacolo in uno stato di shock non tanto per un effetto da “fenomeno da baraccone” per l’intrinseca estraneità del mondo sofisticato della danza contemporanea con quello dell’infanzia quanto, piuttosto per la capacità di far danzare dei bambini con la stessa profondità espressiva degli adulti. I gesti della coreografia sono a volte incomprensibili per un bambino, alludono a relazioni amorose mature per esempio. I bambini li compiono con una perfezione impressionante; e non riescono a essere neppure perturbati dalle inquietanti parole che il sound trasmette sulla scena, “cela était notre vie” e dialoghi di simile tenore. Si arriva quindi a riflettere sull’enorme potere conoscitivo della danza (come dell’arte in senso lato), capace di raggiungere consapevolezze inconsce già attraverso la seria, matura interrelazione di corpo e parola, esattamente con la stessa profondità con cui, tramite altri media e o altrimenti impiegati, lo fanno le scienze umane.
Gli esseri che Gallotta porta in scena hanno dell’umano certamente, non si mette in discussione; ma anche del visionario. Sono creature della Notte come i papaveri, prodotte da qualche religione pagana, comunque da un mondo né cristiano né illuminista? Li si potrebbe anche vedere come ectoplasmi dell’umano, compiono gesti senza senso concreto ma che potrebbero essere di sortilegio o di affatturazione, possiedono voci dall’altro mondo. In effetti il verso della rana o del rospo che abbiamo sentito, come la memoria inconscia dice, proviene da qualche fenditura della terra dove si annida e il bisbiglio delle donne e degli uomini, questi sí di “génération adulte”- sono come echi provenienti dalle loro alcove, dove si consumano atti sessuali. Sono degli spiriti o degli angeli, e la coreografia che danzano intende deliberatamente presentarsi come al di lá dell’umano. Per la velocità dei gesti, per l’anomalia dei codici linguistici, con una loro semantica che non appartiene alla gesticolazione usuale, non afferriamo quale sia il referente corrispondente alla comunicazione gestuale che vediamo, ma prendiamo almeno atto che i suoi attori non sono incerti né indecisi, bensí veloci e precisi come macchine.
Gallotta non usa un linguaggio codificato dell’arte della coreografia, quindi non è né “modern”, né “cunningham” né "graham". Invece, lo reinventa solo in progress, con un uso sofisticato del movimento espressivo perfino nelle ultime falangi delle dita e nell’uso, bello ed intenso, degli sguardi costantemente sferzanti e sfidanti l’auditorio. La speciale abilità di questo gruppo, e di conseguenza del coreografo che li ha guidati, è saper comunicare un senso di intensità e profondità a tutte le forme adottate, anche quando in sé e per sé dovessero invece apparire semplici: perché i performer sono intrisi di un senso di serietà e di necessità, “agiscono” la presenza scenica. Ma che cosa si sta realmente mettendo in scena?
Tre generazioni non parla solo della successione delle tre età, come potrebbe sembrare a prima vista e come è anche diligentemente scritto nel programma di sala, a cura del drammaturgo Claude Henri Buffard, ma della vita di una intera generazione, il concentrato della sua esistenza, il suo Sein. Un bel dilemma rappresentarlo in 30 minuti di danza. Gallotta sa fare questo miracolo. E se questa generazione siamo noi, hic et nunc (il brano è del 2004), ci dice come siamo, e che non siamo propriamente felici - Trois générations non lascia adito a dubbi in proposito, possiamo però, se non altro, rallegrarci di essere vivi.
Trois Générations; Jean-Claude Gallotta, Groupe Emile Dubois, Centre Chorégraphique National de Grenoble; coreografia: Jean-Claude Gallotta suono: Strigall
