SCANNA

Un rito tribale con i “residui” post-atomici di un conflitto in corso fuori dal rifugio, cella, o caverna in cui vive una famiglia siciliana, con le “figure” alle quali Davide Enia ci ha abituati con i suoi monologhi (vedi Italia-Brasile 3 a 2, presentato al Festival di Santarcangelo del 2003) e che ormai abbiamo imparato ad amare e a riconoscere.
Due donne, uno zio, due fratelli grandi, tre picciriddi e il nonno: la famiglia deve “fottere” il tempo dell’attesa e, iuocando, inizia via via il gioco al massacro. La violenza latente, strisciante, i segreti e le paure nascoste con un’abile crescendo esploderanno alla fine, consacrando l’ascesa al potere del figlio maggiore, che prenderà il posto del padre, assente, forse già morto, ma non importa saperlo con certezza. Quello che prevale su tutti, e che pervade quell’ambiente intriso di sudore di corpi costretti in un tugurio e di tensioni a fior di pelle, è il massacro (ed il suo desiderio).
Nel primo testo in cui si autoesclude dalla scena, comparendo solo in veste di autore (con cui ha vinto il Premio Pier Vittorio Tondelli 2003) e regista (il debutto è avvenuto lo scorso primo ottobre al 36° Festival Internazionale del Teatro de La Biennale di Venezia), Davide Enia trasferisce tutta la sua peculiare e sanguigna vis verbale che lo ha ormai identificato tramite i precedenti “assolo” (ricordiamo anche Maggio ’43) nelle fisicità di attori assai generosi nel metterla in gioco e completamente dediti al proprio compito.
L’innocenza rubata ai picciriddi (“che vulìssero giocare tutto ‘u tempo”), le “regole” del finto onore, il maschile (due fratelli che si odiano e lo zio che “pulizzìa la pistola”) la cui vocazione è pura cupio dissolvi diretta al conflitto cieco, quindi alla morte, mentre il femminile è forza, intelligenza e poesia, sono i cardini della tessitura drammaturgica e delle traiettorie sceniche del regista, attento nel calibro delle scene di violenza e grazia, di graffio e finezza del tatto immaginativo ed estetico (come l’efficacissima scena della danza e del gioco tra i giovani con le bolle di sapone).
Il nonno, alias il Narratore, la voce fuori campo che guida lo sguardo del pubblico tra le pieghe della famiglia, facendo brillare con il balletto dei suoi occhi il linguaggio composto di italiano e dialetto palermitano “riscoperto” di Enia, che è una delle nervature principali del testo, è la fuga nella speranza, nella saggezza, nell’impulso alla continuità, sconfitta dallo scadere organico del tempo biologico.
Ancorché l’ora passi densa, i protagonisti siano calorosamente aderenti all’azione ed efficaci, a volte lo iato e la lacuna tra le due “fazioni” (uomini e donne, violenza e pace, armonia e lotta) sono sagomate con nettezza eccessiva e prevedibilità evidente. Un peccato, vista la vivacità e la precisione della recitazione “corale” e la centralità del tema che, oggi, occupa la scena mondiale: il massacro, esterno e/o intestino, è tra fratelli, prima di tutto. Debutto coerente e centrato nella regia non “self-made-man” per l’artista palermitano, intenzionato a maturare.
[novembre 2004]
di Davide Enia
regia: Davide Enia
luci: Claudio Pirandello
interpreti: Valentina Apollone, Luigi Di Gangi, Alessio Di Modica, Katia Gargano, Ugo Giacomazzi, Giorgio Li Bassi, Paolo Mazzarelli, Carmen Panarello, Antonio Puccia
produzione: Teatro Metastasio Stabile della Toscana, La Biennale di Venezia - Teatro di Roma, Teatro Garibaldi di Palermo, in collaborazione con Associazione Santo Rocco e Garrincha
